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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Solitudini, di Milvia Comastri 22/10/2010
 

Solitudini

di

Milvia Comastri

 

 

 

La donna indossa un vestito nero, di seta, a lui sembra di capire. Ai piedi porta sandali di vernice nera, dal tacco alto e sottile.

Troppo elegante, stonata per questo posto, pensa l’uomo.

La donna si siede al tavolo vicino alla finestra, appoggia la borsa sulla sedia accanto.

Nel locale non c’è nessun altro, solo lui e quella donna e, dietro il banco, il barista che sta svuotando, indolente, la lavatazzine.

L’uomo pensa di alzarsi, di avvicinarsi alla donna e dirle una frase qualsiasi, giusto per capire, nella risposta, se anche la sua voce è fuori posto, lì. Giusto per sentire una voce.

Lei ha preso un libro dalla borsa, e lo appoggia sul tavolino.

Lui cerca di leggerne il titolo, ma non ci riesce.

Si immagina che la donna sia una di passaggio, una giornalista, magari, venuta in paese per scrivere di quel caso, quello del ragazzino ucciso dal cane.

Potrei  avvicinarmi e chiederle: È una giornalista, lei?  E poi sedermi al suo tavolo e sentire il suo profumo, pensa.

Dalla tasca della giacca tira fuori un fazzoletto, bianco, grande, e si asciuga il sudore che gli bagna la fronte. La giacca è abbottonata e gli stringe sul petto e a volte ha l’impressione che gli stringa anche il respiro.

Una mosca si è posata sul tavolino al quale lui sta seduto e con le zampette sembra voler pulire l’alone lasciato da un bicchiere sul ripiano di formica. L’uomo la osserva, inespressivo, poi il suo sguardo va a cercare la donna.

Gli sembra che lei stia piangendo: un quasi impercettibile sussultare delle spalle, un accenno di luccicore lungo le guance. Stringe gli occhi, per vedere meglio, poi gira il viso, imbarazzato.

Pensa alle lacrime delle donne. Pensa a quelle di sua moglie, quando gli ha detto che lo lasciava per un altro. Le donne versano lacrime solo per amore, si dice. Anche quando sono loro, ad andarsene.

Il barista spegne le luci che sovrastano il bancone e tossicchia.

L’uomo, con la coda dell’occhio, vede la donna alzarsi e spostare la sedia, che fa un rumore stridente, nel silenzio. La vede riporre il libro nella borsa, e lasciare qualche moneta sul ripiano del tavolo.  Gli sembra meno elegante, di quando è arrivata, come se il pianto l’avesse sgualcita.

Quando  lei spalanca la porta per uscire, nel bar entra aria fredda, l’aria troppo fresca di un precoce autunno.

L’uomo, ancor seduto, allontana la sedia. Poi appoggia le mani sul tavolino, le palme discoste, e solleva il suo corpo grasso. Mette una banconota sotto il posacenere. Attraversa lentamente il locale.

 La strada è deserta, fuori, e i contorni delle case inghiottiti dal buio. 

 

 
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