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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Passaggio alla cittą, di Rocco Scotellaro 14/05/2019
 
Questa poesia di rara bellezza e particolarmente struggente trova origine nel fatto che determinò in lui una svolta della sua vita. Fu infatti arrestato l’8 febbraio del 1950, venne condotto nel carcere di Matera, dove restò rinchiuso fino al 25 marzo, allorché una sentenza lo riabilitò completamente assolvendolo da ogni reato imputatogli in quanto frutto di vendetta perpetrata da avversari politici. Uscito dal carcere non presenziò più alle sedute del Consiglio comunale, da cui peraltro si dimise, ma solo come sindaco, l’8 maggio dello stesso anno, dimissioni accolte a maggioranza assoluta, così come con la stessa maggioranza fu eletto il nuovo sindaco. Scelse poi di dare vita al suo forte impegno in altro luogo, dapprima Roma e poi a Portici vicino a Napoli. Ed è con questa poesia che rivela i sentimenti alla base della sua certamente non facile decisione.



Passaggio alla città

di Rocco Scotellaro



Ho perduto la schiavitù contadina,

non mi farò più un bicchiere contento,

ho perduto la mia libertà.

Città del lungo esilio

di silenzio in un punto bianco dei boati,

devo contare il mio tempo

con le corse dei tram,

devo disfare i miei bagagli chiusi,

regolare il mio pianto, il mio sorriso.

 

Addio, come addio? Distese ginestre,

spalle larghe dei boschi

che rompete la faccia azzurra del cielo,

querce e cerri affratellati nel vento,

pecore attorno al pastore che dorme,

terra gialla e rapata,

che sei la donna che ha partorito,

e i fratelli miei e le case dove stanno

e i sentieri dove vanno come rondini

e le donne e mamma mia,

addio, come posso dirvi addio?

 

Ho perduto la mia libertà:

nella fiera di Luglio, calda che l’aria

non faceva passare appena le parole,

due mercanti mi hanno comprato,

uno trasse le lire e l’altro mi visitò.

Ho perduto la schiavitù contadina

dei cieli carichi, delle querce,

della terra gialla e rapata.

La città mi apparve la notte

dopo tutto un giorno

che il treno aveva singhiozzato,

e non c’era la nostra luna

e non c’era la tavola nera della notte

e i monti s’erano persi lungo la strada.

 

(Roma, 1 luglio 1950)

 
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