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  Intervista all'autore  »  Intervista ad Aurelio Zucchi 12/11/2012
 

Intervista ad Aurelio Zucchi

 

 

Chi è Aurelio Zucchi?

 

 

Aurelio Zucchi è nato a Reggio Calabria il 7/2/1951. Conseguito il diploma di Geometra presso l’Istituto “Augusto Righi”, nell’agosto del 1970 si è trasferito a Roma dove vive e lavora come Agente di Commercio. È sposato e ha due figli. Ha sempre avuto predisposizione ai rapporti umani e vivo interesse per la letteratura. Come scrittore, ha esordito con il romanzo “Viaggio in V classe” (Edizioni Il Filo con Prefazione di Pietro Zullino). Questo libro, pubblicato nell’ottobre del 2006, rappresenta per l’autore un valore assoluto. La determinazione, l’energia e l’impegno profusi nella concezione, nella stesura e nella cura del romanzo, sono strettamente legati alla ricerca di linguaggi capaci di liberare l’io narrante seguendo il dettato del cuore e della verità. Raccontare una storia “normale” che fosse in grado di privilegiare l’ordinario senso della vita, è stato per lui precetto fondamentale.

Sulla scia emozionale e gratificante del suo primo romanzo, l’attività letteraria di Aurelio Zucchi si sviluppa più attivamente a partire dall’ottobre del 2006. L’intensificazione della scrittura, esigenza primaria per l’espressione della sua personalità, induce l’autore (scrivente, come lui ama definirsi) a manifestare all’esterno le emozioni e le suggestioni del tempo narrato. La poesia, arte da non disperdere nei propri egoismi, lo affascina e lo cattura. Inizia così il suo amato percorso in versi, incoraggiato in questo dai riconoscimenti via via ottenuti ma soprattutto dall’innata voglia di darsi, anche con la scrittura, agli altri. Nel giugno del 2010 viene quindi pubblicato il libro “Appena finirà di piovere”, prima raccolta di poesie curata dalla Global Press Italia e con la prefazione di Angela Ambrosoli. Diversi suoi testi sono pubblicati su Antologie e Mensili dell’ambito poetico e narrativo nazionale. È presente anche in Web all’interno di siti dedicati esclusivamente alla letteratura.

 

 

Perché scrivi?

 

 

Perché scrivere mi dà il senso aggiuntivo, più compiuto, della mia adesione alla vita e della sua adesione a me. Coglierne le emozioni, registrando gli accenti e i colori, è imperativo dal quale non devo né voglio distrarmi. Raccontarla, nelle sue variegate sfaccettature, è come inspirare la sensazione di non perderla mai di vista, di detenerla, di indossarla come un caldo foulard in pieno inverno.

 

 

La creatività è un momento di estasi, oppure il tormento di chi matura idee e cerca di parteciparle agli altri?

 

 

Non credo alla poesia come traduttrice fedele del tormento interiore per il quale, a mio avviso, dovrebbe esistere un nuovo, più vasto dizionario. Nella poesia vedo, questo sì, le infinite opportunità che essa offre, l’utile strumento da custodire con cura per essere adoperato al bisogno, quando in sincronia l’anima si muove, il cuore parla e la penna scrive per sé e possibilmente per chi legge nella ricerca ideale di una condivisione che non ci tenga distanti gli uni dagli altri.

 

 

E’ notorio che per poter scrivere è indispensabile leggere. Che cosa leggi principalmente?

 

 

Sacrosanta verità dalla quale a volte mi discosto per motivi di scarsa disponibilità di quel tempo che invece vorrei tanto avere. Normalmente mi piace rileggere i classici sia di poesia che di prosa e sono attratto dai romanzi di ogni genere con un occhio particolare a quelli storici. Quando posso, leggo articoli e saggi dedicati alla cultura e alla società contemporanee.

 

 

Qual é il tuo poeta preferito e perché?

 

 

Sono diversi ma se proprio dovessi sceglierne uno il primo nome sarebbe Giovanni Pascoli. Quel suo costante ritorno alle origini, da non interpretare con la non accettazione del vivere quotidiano, assume il valore di un microcosmo indispensabile, insito in ognuno di noi, nel quale rifugiarsi e dal quale poi ripartire per meglio guardare la vita che intanto procede. Uno stop and go a volte scivolante nel decadentismo poetico ma, per chi come me se ne nutre, sicuramente terapeutico allorquando “gli anni migliori” corrono a sostegno della decodificazione di tempi complessi, resi tali da una non più vigorosa apertura al sogno e dalle proposte problematiche di una società infarcita di valori in progressivo disfacimento.

 

 

Qual é il tuo narratore preferito e perché?

 

 

Manzoni per averlo amato a scuola, Hemingway per la forza, la suggestione e l’umana debolezza riscontrate nella conoscenza dei suoi personaggi, ma anche per il linguaggio letterario, essenziale ed asciutto, da lui utilizzato per fare di un racconto un romanzo. Il narratore preferito, però, è Proust specie se, come vorrei accadesse più spesso, vado a risfogliarmi la sua Recherche

In Proust colgo un nesso immediato con quanto dicevo prima per il Pascoli, seppur con toni e accenti diversificati sia nel linguaggio che, ovviamente nell’ispirazione lirica.

La scoperta progressiva della quotidianità passa attraverso il valore insopprimibile della memoria. Ciò mi è più che sufficiente per considerare Proust un maestro di narrazione e di contenuti.

 

 

C’è sempre dentro di noi un desiderio latente, quello che si suole definire un sogno nel cassetto e che, in campo letterario, è l’aspirazione a scrivere qualche cosa di irripetibile. Nel tuo caso qual è?

 

 

Nel mio caso, per quanto non bisogna mai dire basta quando si ama la scrittura, il desiderio latente si è già esaudito con la stesura del mio primo romanzo Viaggio in V classe (Pubblicato nel 2006 da Edizioni Il Filo, prefazione di Pietro Zullino).

Così dico nella mia presentazione:

 

La determinazione, l’energia e l’impegno profusi nella concezione, nella stesura e nella cura del romanzo, sono strettamente legati alla ricerca di linguaggi capaci di liberare l’io narrante seguendo il dettato del cuore e della verità. Raccontare una storia “normale” che fosse in grado di privilegiare l’ordinario senso della vita, è stato per lui precetto fondamentale.

 

Oggi, a distanza di qualche anno da quel miracolo vissuto con la scrittura, credo davvero che se non avessi scritto quel libro, non sarei ora qui a rispondere ad una intervista così gradita.

 

 

 

 

 

 
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