Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
Siti amici  
 
News  
 
Bell'Italia  
 
Il cerchio infinito  
 
Canti celtici  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Libri e interviste  
 
Intervista all'autore  
 
Letteratura  
 
Freschi di stampa  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
 
 

  Libri e interviste  »  L'intervista di Giuseppe Iannozzi a Claudio Volpe, autore del romanzo Stringimi prima che arrivi la notte, edito da Anordest 20/06/2013
 

Stringimi prima che arrivi la notte

Claudio Volpe. Intervista all’Autore

di Iannozzi Giuseppe

 

 

Stringimi prima che arrivi la notte – Claudio Volpe – edizioni Anordest – Collana Linea controcorrente – Pagine 320 – ISBN 13 9788896742761 – € 12,90

 

Per gentile concessione dell’Autore Claudio Volpe, è qui possibile leggere il primo capitolo di questo grande romanzo.

 

 

 

Claudio Volpe, Stringimi prima che arrivi la notte” (Edizioni Anordest) è il tuo secondo romanzo, presentato al premio Strega. Non è purtroppo rientrato nella cinquina dei finalisti, anche se, a mio giudizio, avrebbe meritato molta più considerazione. Prima di parlare del tuo romanzo, Claudio, volevo da te sapere qual è la tua opinione in merito al premio Strega e ai meccanismi che, bene o male, lo fanno funzionare.

 

Io credo che il Premio Strega sia un’ottima vetrina per farsi conoscere e prendere in considerazione non solo dai lettori ma anche dagli “addetti ai lavori”. Ripeto quello che dissi l’anno scorso quando venni escluso dai 12 con il mio primo romanzo “Il vuoto intorno”: la mia felicità è stata quella di poter essere presentato e dunque avere il supporto di persone come Dacia Maraini, Paolo Ruffilli, Renato Minore, Cesare Milanese. Per me è tutta una scoperta quotidiana fatta di piccoli passi e di grandi felicità. Per me non è importante ora andare allo Strega per incrementare le vendite o avere fama immediata, ma riuscire a conquistare la fiducia di scrittori validi che credano nel mio scrivere nonché costruire un pubblico che voglia seguirmi nel mio viaggio esistenziale. Si scrive non per i premi o per la gloria e neppure per i soldi. Si scrive perché farlo dà l’impressione di non essere inutili nella corsa selvaggia attraverso la vita, perché dà l’impressione di poter contribuire a dare un contributo all’avanzamento della civiltà, e si scrive per celebrare la complessità e la bellezza del mondo e degli esseri umani, per dissotterrare creature dalla terra, vite nascoste ma immensamente ricche di significato.

 

Stringimi primi che arrivi la notte” è un romanzo che non ho esitato a definire così: “Stringimi prima che arrivi la notte è un Capolavoro di sensibilità artistica umana e psicologica, un romanzo scritto con stile invidiabile e che avrebbe meritato di rientrare, almeno almeno, nella cinquina del premio Strega. […]”. Qualcuno (Nicola Vacca, sulle pagine elettroniche di Satisfiction) ha detto che è il tuo un romanzo politicamente corretto, dai toni quasi sempre ecumenici, un romanzo che si rivolgerebbe a una fascia di lettori massificati. Un giudizio severo questo. Tu, Claudio Volpe, scrivendo Stringimi primi che arrivi la notte”, in realtà a chi hai pensato di rivolgerti?

 

Rispetto il parere di Nicola Vacca così come rispetto il parere di qualunque critico e lettore. Un romanzo può benissimo piacere come non piacere. Rivendico però il diritto di non concordare con letture atte a svilire o minimizzare la portata del mio romanzo. Mi è stato detto che “Stringimi prima che arrivi la notte” prende in giro la letteratura. Se guardo però a quello che sta succedendo, ossia al numero di persone che mi scrivono dicendomi di aver letto il romanzo e di aver trovato una piccola parte di senso per la propria vita, per la propria storia, di avervi trovato il coraggio di rialzarsi e di affrontare i problemi quotidiani, sento di essere sulla giusta strada. Molti di coloro che mi scrivono sono ragazze o ragazzi che hanno avuto o hanno tutt’ora problemi di anoressia (alcuni di loro li ho anche incontrati di persona). In ogni email che mi viene scritta mi viene detto che la realtà e le sensazioni descritte sono pienamente quelle che si celano nel loro animo. Mi dicono che ho colto in pieno il senso della loro sofferenza trattandolo con rispetto e profondità. Ora, a fronte di queste considerazioni fatte di vita vera, credo che qualunque critica letteraria, nel bene o nel male, venga ridimensionata e ceda il passo al senso delle esperienze umane che cercano il modo di aggrapparsi l’una all’altra per salvarsi. Scrivendo questo romanzo mi sono rivolto a chiunque abbia voglia di leggere non per passare del tempo ma per riflettere, calarsi nel dolore altrui e cercare di immedesimarsi nell’altro fino a vivere attraverso l’anima dell’altro. L’attività di immedesimazione è un ottimo modo per allenare cuore e mente e combattere l’aridità sentimentale dei nostri giorni che ci rende cinici, frustrati e fondamentalmente cattivi.

 

Sono dell’avviso che il tuo lavoro sia tutt’altro che buonista, porti infatti in scena una storia che, per certi versi, potrebbe apparire scabrosa. Raimondo e Delia non possono avere dei figli e questo fa star male entrambi, nel profondo dell’intimità. Senza figli la loro vita non ha senso. Siamo di fronte a un dramma sociale comune a molte coppie più o meno giovani, un dramma che, troppo spesso, viene sottovalutato. Raimondo rischia di impazzire e così pure Delia, ma Raimondo cerca (o trova) conforto nel ventre di Annuska tradendo così la moglie. E’ esso un uomo a metà, che ama e che forse ama troppo. Il tradimento non desta quasi più scandalo nella moderna società, pur restando una delle cause precipue del femminicidio. Avresti voglia di approfondire i temi che ho qui accennato?

 

E’ vero, hai descritto in modo perfetto Delia e Raimondo. La prima è una donna che si sente incompleta, monca, manchevole di qualcosa che dia senso alla sua vita. La sterilità biologica si ripercuote sulla sterilità sentimentale della stessa innescando in lei un processo di incattivimento e chiusura. Delia è uno dei miei personaggi preferiti, complessa, enigmatica, in grado di meravigliarsi costantemente davanti all’immensità della vita, in continua sofferenza. Finirà per capire che la soluzione al proprio dolore sta nell’imparare a lasciarsi custodire dagli altri, affidarsi e sentirsi parte di un mondo grande e caotico dove nessuno possa sentirsi escluso o emarginato. Soprattutto è incapace di odiare, anche quando il marito la tradirà lei non riuscirà a serbare rancore e lo perdonerà. L’incapacità ad odiare è uno dei suoi tratti distintivi. Raimondo, invece, è un uomo buono ma debole e remissivo. Si innamorerà di un’altra donna e vivrà con lei un amore dirompente e incontrollabile e nonostante ciò continuerà ad amare anche sua moglie. Possibile? Assurdo? Non lo so. So solo che costruendo questi due personaggi ho voluto porre una serie di interrogativi ben precisi: è possibile che l’amore non possa essere chiuso in un rapporto bilaterale? Cosa fare se ci si innamora di più persone? Cosa fare nel caso in cui ci si innamori di un altro/a partendo dal presupposto che l’amore è l’antidoto alla morte (in latino A-MORS: negazione della morte)? È possibile impedire ad una persona di amare e dunque di salvarsi dalla morte? Le risposte non le ho poiché la vita è una domanda continua e solo nel confronto collettivo si possono rintracciare punti di riferimento. Questo per dire che il mio romanzo è tutt’altro che ecumenico o didascalico.

 

Alice è la figlia che, alla fine, Raimondo e Delia sono riusciti ad adottare. Ma anche così la loro vita di coppia non è felice. Alice sente forte l’amore del padre adottivo, non riesce però a comprendere appieno quello della madre, una donna cardiochirurgo ossessionata dalla morte, dal dolore altrui, dalla paura che i cuori dei suoi pazienti possano fermarsi da un momento all’altro. Alice ama Raimondo e lo ama non solo perché è suo padre. Lo ama come solo una donna può amare un uomo.
Claudio, cosa hai voglia di dirmi in merito al rapporto fra Alice e suo padre?

 

Il rapporto tra i due è un rapporto fortissimo, simbiotico, d’amore relazionale quasi. Un lieve riferimento al complesso di Elettra potrebbe anche rintracciarsi, ma non è su questo che ho voluto concentrare l’attenzione quanto sull’analisi dell’amore inteso in tutte le sue sfaccettature. Amore universale, amore che non puoi controllare, dirigere, comandare, amore che ti colpisce e ti afferra, ti ferisce e ti guarisce, amore che assume le forme più strane e impensabili e brucia carne e spirito.

 

Alice è vittima dell’anoressia. Il suo dolore pare che nessuno sia in grado di comprenderlo e quindi di curarlo. Lei non nutre alcuna fede in Dio a differenza di suo padre che, seppur con tanti sbandamenti, ancora ci crede in un Dio che ha creato l’umanità. Ma chi è in realtà Dio? Tu, Claudio Volpe, nutri la certezza assoluta che l’umanità sia stata modellata a immagine e somiglianza di un Dio?

 

Io non sono portatore di certezze o verità assolute. Credo però che la fede in un dio trascendente non debba far dimenticare che la divinità è prima di tutto e soprattutto nell’uomo. Quando il Dio cristiano è sceso sulla terra si è fatto uomo come a dire: “per camminare con gli occhi puntati verso il cielo non finite per calpestare gli uomini sulla terra”. Se mi guardo attorno vedo che le religioni stanno rischiando di fallire nel loro compito. Da strumento di felicità e celebrazione dello spirito stanno diventando mezzo di lotta contro l’essere prismatico e la libertà dell’uomo.

 

Non sarebbe forse più corretto dire che, nel corso dei secoli, l’uomo ha creato i suoi propri dèi a sua immagine e somiglianza?

 

Questo è poco ma sicuro. A prescindere dall’esistenza o meno di un dio, dalla fede o meno in esso, quello che è sicuro è che un dio di immenso amore sarebbe sicuramente ben diverso da come gli uomini lo dipingono. Credo che gli uomini siano portati costantemente a rimpicciolire dio alla loro misura.

 

Qual è stata la genesi di Stringimi prima che arrivi la notte”?

 

Una genesi durata buoni sei mesi, fatta di scrittura compulsiva, viscerale, violenta, necessaria, sofferta. Il mio scrivere è sempre così: un viaggio attraverso le mie viscere e quelle del mondo.

 

Come e quanto è cambiato il mondo che ti circonda dopo la meritata esplosione del tuo primo romanzo, “Il vuoto intorno”? Pur essendo molto giovane, tu, Claudio Volpe, hai una rara capacità di immedesimarti nel dolore altrui per tradurlo in pagine di Letteratura. Quanto c’è di te in Stringimi prima che arrivi la notte”?

 

La mia vita è cambiata in meglio. Ora inizio a credere di poter vivere non con ma di scrittura, cioè di poter nutrire la mia anima di arte e bellezza. Ho avuto la fortuna di conoscere molti scrittori e intellettuali di cui sono riuscito a conquistare la stima e la fiducia, prima fra tutti la più grande scrittrice italiana nel mondo, Dacia Maraini. Ora passo molto tempo a rispondere e dialogare con i miei lettori e a girare l’Italia (e in parte l’Europa) per presentare i miei romanzi. Per il resto sono quello di sempre. Leggo in modo compulsivo, studio per terminare l’università, vivo da ragazzo quale sono. Identica è la paura di rischiare di perdere tutto, che il sogno termini, che l’impronta meravigliosa che sta prendendo la mia vita venga arrestata, la paura di dover vivere senza scrittura e senza dialogo con il pubblico dei lettori, con gli altri. Soprattutto, ciò che proprio non è cambiato è la voglia di farcela, di costruirmi il mio posto nel mondo, la voglia di esser intraprendente e conquistare ogni singolo passo avanti nel mondo della letteratura. La voglia di essere felice.

 

Claudio, nel tuo ultimo romanzo incontriamo tre figure femminili principali, Delia, Annuska e Alice. Nessuna delle tre è felice e mai lo sarà, neanche quando morte sopraggiungerà. Possiamo dire che Stringimi prima che arrivi la notte” è un romanzo dalla parte delle donne, del loro dolore più intimo? Le donne del tuo romanzo sono puro frutto della tua immaginazione, o accolgono invece alcune peculiarità di persone reali?

 

Esatto, un romanzo dalla parte delle donne. Non nascondo, né mai l’ho fatto, di amare la complessità del mondo femminile, la loro spiccata sensibilità e capacità di accettare e gestire la complessità dell’essenza umana. Amo follemente scrittrici come Dacia Maraini, Margaret Mazzantini, Melania Mazzucco, Alda Merini…. Un importante scrittore, Cesare Milanese, ha detto che la mia è una scrittura androgina per intendere che riesco a scrivere con la sensibilità di un uomo e con quella di una donna. Non potrebbe esserci complimento più bello per me. Diciamo che usare entrambi i miei cromosomi, quello femminile X e quello maschile Y, mi rende orgoglioso.

 

Nel tuo lavoro, Claudio Volpe, tu parli anche dell’Afghanistan e della sanguinosa guerra che si sta consumando al suo interno, oramai da parecchi anni. Il tuo romanzo non vuol essere una ricostruzione storica, questo credo sia ben evidente. Delia, forse nel tentativo di salvare più stessa che non le vittime offese dai bombardamenti, decide di recarsi in territorio di guerra per portare a chi soffre la sua esperienza di chirurgo. Un personaggio enigmatico quello di Delia, una donna che ama la vita, che non può avere dei figli suoi e che però non riesce ad amare, non più di tanto comunque, Alice, la figlia che lei e suo marito hanno adottato. Delia cova in sé una guerra interiore, sin dalla nascita, una guerra che pare non possa risolversi né oggi né domani. Dico giusto?

 

Dici perfettamente. Anche se molte scene di guerra descritte sono realmente accadute e sono frutto di una mia documentazione attuata tramite video report reali, spesso amatoriali. Non ho voluto assolutamente ricostruire percorsi o vicende storiche. Ho voluto semplicemente descrivere quello che accade in quei posti da un particolare angolo visuale, quello di un medico che presta servizio nei campi di battaglia, vedere la storia dalla parte delle vittime e far capire come Delia, condividendo il suo dolore con quello del mondo, riesca a salvarsi.

 

Annuska anela all’amore, alla stabilità. Non è bella lei, ma non passa inosservata agli occhi di Raimondo. Il suo destino sarà dei più crudi. In Italia si arrabatta come può, portando in giro un teatrino di burattini. Annuska è, a mio avviso, un personaggio dostoevskijano inserito all’interno di un dramma in parte dostoevskijano e in parte tolstojano.
Claudio, nel dramma che tu disegni con equilibrata umana pietas, io ho percepito una profondità analitica propria della grande Letteratura russa di fine Novecento. Credo di non sbagliarmi…

 

Non sbagli. Annuska è un personaggio che amo. Derelitto, randagio, complesso, luminoso, una creatura che ho voluto far emergere dalla polvere. Una vita che potrebbe apparire anonima, triste, sbiadita, drammatica eppure così ricca di senso e di fascino. La letteratura russa è un punto di analisi inarrivabile in tema di dolore, drammaticità e riflessione esistenziale. Dunque sia io che Annuska ti ringraziamo per il paragone.

 

Il perdono. Ma l’uomo è davvero in grado di perdonare, di portare un dono opponendolo all’offesa ricevuta? Io penso che l’uomo, tutt’al più, sia in grado di dimenticare ma non di perdonare, perché il perdono è proprio di un Dio e l’uomo non vive la condizione di un ipotetico dio.

 

Non so se noi uomini siamo davvero in grado di perdonare, credo però che sia indispensabile provarci. Il male e il dolore sono una catena che genera anelli continui. Se non riusciamo a far morire il male in noi stessi evitando di perpetrarlo e lasciarlo in eredità agli altri, condanneremo l’umanità ad una sofferenza senza fine. Imparare a perdonare significa, invece, spezzare la catena e iniziare a generare amore.

 

Quale il monito o il messaggio sociale e umano che esplichi attraverso la storia che è in Stringimi prima che arrivi la notte”?

 

Rispetto per la meravigliosa complessità dell’essere umano. Essere umano che è mostro e angelo al contempo, dolore e felicità, buio e luce. Il mondo è stracolmo di male, gli uomini ammazzano la propria dignità e quella degli altri continuamente: sembra che il fondo sia stato già toccato da tempo. Ma ci sono persone che con il loro semplice stare al mondo sono in grado riscattare l’umanità intera. Quando ascolto una canzone, quando leggo una poesia o guardo un’opera d’arte, quando penso ad un attore sul palcoscenico o ad uno scrittore che trema mentre scrive la storia di un personaggio, beh, in questi momenti riesco a dimenticare tutto il male del mondo e ad inchinarmi dinanzi all’immensa bellezza dell’esistenza. Il senso di questo romanzo sta tutto qui. Nel rendere eterno il momento in cui possa sentirsi il bisogno di genuflettersi al cospetto del miracolo del nostro esistere.

 

Blog

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©2006 ArteInsieme, « 09045027 »