Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
Siti amici  
 
News  
 
Bell'Italia  
 
Il cerchio infinito  
 
Canti celtici  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Libri e interviste  
 
Intervista all'autore  
 
Letteratura  
 
Freschi di stampa  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
 
 

  Libri e interviste  »  L'intervista di Salvo Zappulla a Maurizio de Giovanni, autore di Vipera, edito da Einaudi, comprensiva della relativa recensione 02/07/2013
 

Vipera

di Maurizio de Giovanni

Editore: Einaudi

Pagg. 360  €.  18.00

 

C’è un certo proliferare nella letteratura contemporanea di gialli, thriller, omicidi efferati da svelare, marescialli e ispettori di polizia alle prese con casi particolarmente rognosi. Un povero cristo di personaggio letterario non fa in tempo a commettere il suo bel  delitto che subito si ritrova sguinzagliati sulle proprie tracce fior di investigatori pronti a rivoltarlo come un guanto. Una società letteraria invasa da Forze dell’Ordine desiderose di metterti le manette non appena attraversi con il rosso, pronte a puntarti una pistola alla tempia non appena pesti la coda al gatto.  Evidentemente il mercato tira, la gente si appassiona alle storie  cruente e le case editrici rimpinguano il fondo cassa. Fa parte del gioco. Tuttavia non c’è dubbio che una certa inflazione del genere esista. Gialli, giallini, gialletti sbiaditi e scoloriti  liberi di circolare senza guinzaglio. Ma anche storie di grande spessore, scritte con maestria, appassionanti e accattivanti, che tengono incollati alle pagine.  Cos’ è allora che riesce a fare la differenza? A far sì che in questo marasma in cui districarsi alcuni scrittori e i loro  personaggi riescano a emergere, affermarsi e diventare familiari  al grande pubblico? Mi riferisco al Montalbano di Camilleri, ai protagonisti splendidi della divina Angela Capobianchi, al simpaticissimo  maresciallo Bonanno  di  Mistretta, le pennellate d’autore di  Patrizia Debicke; le storie dure e pregevolissime del duo Costantini & Falcone, il maresciallo Valdes di Paolo Roversi. Questi sono, tra gli autori che ho letto di recente, quelli  che mi hanno colpito favorevolmente. E ci mettiamo, tra i grandi, anche la nostra Cinzia Giorgio de “L’enigma Botticelli” (crepi l’avarizia).   Ma vorrei soffermarmi, in questo articolo, sul commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni di cui ho riportato davvero un’ottima impressione. Ho appena finito di leggere l’ultimo romanzo di Maurizio: Vipera. È ancora lì, fumante, sul comodino, creatura viva, palpitante, che chiede quasi di non essere condannata all’oblio. A ragione direi, visto che è un signor romanzo, uno di quelli che rimane scolpito nella memoria del lettore. Così come il buon Camilleri riesce a far emergere una Sicilia sanguigna e ruspante nelle sue storie, Maurizio porta alla luce i tesori della Napoli più autentica, una Napoli degli anni 30, in piena epoca fascista. E sono tesori di inestimabile umanità, fusi e forgiati col dolore della povertà più cruda, il colera, l’ignoranza, le superstizioni. Il commissario  Ricciardi si fa carico di tanta sofferenza, ne ha l’olfatto impregnato e il cuore spezzato. Per questo piace, per questo la gente si immedesima nelle sue storie. Vipera, la protagonista principale su cui ruota tutta la trama, è la puttana più bella del casino, muore all’inizio ma la sua figura aleggia per tutta la durata del romanzo, come una diva destinata a rimanere immortale. Come una Marilyn Monroe  scomparsa troppo presto e ancora rimpianta. Vipera è una donna che si concede per denaro, una donna da poco, la donna di tutti, eppure è un personaggio nobile direi, che suscita tenerezza, per nulla volgare. Tutt’altro. Malinconica piuttosto, profondamente umana e vulnerabile, grazie alla delicatezza con la quale l’autore riesce a tratteggiarla.  Vipera una volta si chiamava Maria Rosaria Cennamo, era di famiglia umile, era innocente,  sognava il grande amore come tutte le adolescenti. Bellezza e miseria le sono state fatali, un cocktail micidiale per chi non è in grado di  difendersi. Ed è finita in un bordello. Ed è finita ammazzata. Ricciardi, con le sue particolari visioni e la sua logica pragmatica, riuscirà a scoprire l’assassino. È proprio questo che vorrei sottolineare: la bravura di Maurizio nel creare l’ atmosfera che caratterizza i suoi scritti, una capacità tutta sua, impregnata di sangue e passione, di odori e sapori genuini. Il profumo dolciastro della casa di tolleranza, Il fritto di cipolle si sprigionano  dalle pagine per andare a deliziare il palato del lettore. Credo che questo autore  sia avviato definitivamente a consacrarsi come uno dei migliori del genere, per le tematiche sociali che affronta, la freschezza e la complessità delle sue trame, complesse e allo stesso tempo estremamente fruibili, i personaggi per nulla stereotipati, lo scavo introspettivo di cui sono dotati, i valori che emergono, la fluidità della scrittura. Così come ogni artista che si rispetti non si accontenta di lavorare sul terreno arato ma cerca territori nuovi da esplorare, de Giovanni riplasma le infinite possibilità musicali del linguaggio, utilizzando una scrittura struggente, a tratti caustica, molto evocativa.  Tutto questo si chiama stile linguistico, potenza narrativa, capacità di affabulazione.  

Carissimo Maurizio, innanzi tutto i miei complimenti per “Vipera”, questo tuo romanzo mi ha coinvolto molto, quasi commosso, portatore di valori autentici. Che differenza c’è tra la Napoli che racconti tu e la Napoli di oggi?

 

Ti ringrazio per i lusinghieri complimenti, che come sai venendo da te che sei un lettore di rara intelligenza e straordinaria sensibilità mi gratificano moltissimo. In effetti è sorprendentemente raro come la letteratura nera, che dovrebbe essere in grado di individuare i confini del crimine con precisione, si faccia raramente portatrice di valori come l’amore e l’amicizia. Questo mi porta a rispondere alla tua domanda: Napoli è oggi una metropoli occidentale, nel bene e nel male simile a tutte le altre grandi città del Mediterraneo; Barcellona, Palermo, Marsiglia, Atene non sono particolarmente diverse, pur conservando ovviamente le peculiarità delle culture che rappresentano. Raccontare gli anni Trenta significa viaggiare in un mondo radicalmente diverso da quello odierno, quando ancora non era stata persa l’ingenuità che la seconda guerra mondiale cancellò brutalmente, sia con le decine di migliaia di morti che causò sia con la terribile miseria, la fame che portò. Un prima e un dopo, dunque, di cui risente inevitabilmente la narrativa. Lo vedo anche quando, come ne “Il metodo del Coccodrillo” e ne “I Bastardi di Pizzofalcone”, di prossima uscita, racconto la città contemporanea: cambia anche il mio stesso linguaggio, influenzato dal modo di vedere la città.

 

Dicono che dopo San Gennaro e Maradona, il cuore dei napoletani batte per Maurizio de Giovanni. Ti aspettavi questo straordinario successo dei tuoi libri? Non fare il finto modesto.

 

Addirittura, esagerato! Non è così, per fortuna; ma è vero che Ricciardi è molto amato, in città e anche altrove. Sono reduce da un giro promozionale a New York dove ho avuto modo di vedere come in soli cinque mesi dall’uscita del primo romanzo ci sia già un folto gruppo di appassionati dei personaggi che racconto, e così è anche in Spagna e in Germania. A Napoli, dov’è nato, questa passione è naturalmente più percepibile e questo mi commuove, e mi responsabilizza anche. Ogni nuovo romanzo non deve deludere, e questo implica ricerche e costruzioni di trame sempre nuove. Una faticaccia, insomma. Ma anche un’enorme gratificazione, ovviamente. Tu sai perché ne abbiamo già parlato che mi viene difficile perfino pensare di essere uno scrittore, figuriamoci a definirmi di successo. Penso che il successo sia di Ricciardi, e anche di Lojacono: io indegnamente sfrutto la loro popolarità come se fosse mia, diciamo così.

 

Il commissario Ricciardi e il commissario Lojacono, protagonisti dei tuoi romanzi, quali sono le differenze più vistose tra i due.

 

Personaggi che sembrano simili ma che non lo sono. Ricciardi ha una natura chiusa, introversa, enigmatica e misteriosa per via del Fatto, la condanna a vedere i morti ammazzati e a sentirne le ultime parole. Ha difficoltà nei rapporti col prossimo, ha paura di tutti i sentimenti che ritiene debolezze spesso fatali, cerca di evitare passioni e coinvolgimenti. Lojacono è invece un uomo che ama, che prova simpatie e antipatie, che ha una figlia che adora, che esce non per sua volontà da un amore e che prova attrazione e tenerezza. Hanno delle caratteristiche comuni, non sono particolarmente di compagnia, per esempio, ma sono fondamentalmente diversi al di là delle epoche nelle quali si muovono.

 

Tre valori importanti per te.

L’identità collettiva, di città, di Paese, di cultura; la famiglia, in tutti gli aspetti. Il Napoli, ovviamente.

 

Un rimpianto.

Forse avrei potuto cominciare a scrivere un po’ prima dei 48 anni. Non moltissimo, perché penso che uno nella scrittura, a meno che non abbia un talento straordinario e io non ce l’ho, debba metterci la vita che ha vissuto, i libri che ha letto, i film che ha visto, gli amori e le passioni; ma un po’ prima sì.

 

La soddisfazione più bella.

Sono un uomo fortunato, dovrei scegliere tra tanti bellissimi momenti che la vita mi ha regalato. Attenendomi a quest’avventura della scrittura, direi che il Premio Scerbanenco mi ha particolarmente gratificato, essendo io stato il primo meridionale a vincerlo.

 

Recensione e intervista a cura di Salvo Zappulla

 
©2006 ArteInsieme, « 09045076 »