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  Letteratura  »  La bolgia delle eretiche, di Marinella Fiume, edito da A&B e recensito da Catia Guarrera 26/10/2018
 

La memoria nascosta al fondo dell’oblio”

Una lettura de La bolgia delle eretiche (A&B, Acireale, 2017) di Marinella Fiume

di Catia Guarrera



La bolgia delle eretiche di Marinella Fiume è un romanzo necessario, non solo nel percorso dell’autrice che si afferma e conferma a se stessa quello che ha sempre sentito di essere, ovvero una scrittrice, ma anche perché per scrivere questo testo ha dovuto fare i conti con un grande silenzio della storia, quel nero brulichio in cui le donne e la loro memoria sono precipitate. Abisso oscuro e pieno di ombre, tenebra infernale in cui presenze mostruose, come lei, come i mostri che si portava dentro sono stati scagliati e attendono da tempo immemorabile che qualcuno, o meglio qualcuna, ne riconosca il tenero e vacillante profilo di donna, di madre, di guaritrice, di mistica e incarnata poesia, di pittrice d’ingegno, di eroina per caso, di maledetta poetessa.

Perdute nel fondo della memoria, e riemerse dall’oblio, le donne che la protagonista evoca, sogna, incontra, sono donne che chiedono di essere ascoltate perché la loro voce è stata spezzata e il loro respiro soffocato.

Sono lampi che guizzano e si disfano l’uno dietro l’altro, per tornare ad inabissarsi nella polvere, sul piano inclinato del silenzio, non prima però di aver rivelato ciò che preme e ribolle sotto la coltre del tempo, che come un sudario, ha coperto e seppellito le loro vite. Le donne incontrate, sognate, ascoltate, si trovano nella bolgia delle eretiche, in quell’inferno spettrale di sordità e dolore a cui sono state condannate da vive e che ora rievocano, mentre la grafia convulsa di Alda si fa biografia, ma anche geografia e cartografia.

Alda, alter ego dell’autrice, bambina afasica, melanconica e solitaria, ossessionata dalla scrittura, è il motore della storia. Della sua infanzia sappiamo poco. Poche e distratte notazioni. Ricoverata già da bambina in una clinica psichiatrica, la ritroviamo adulta con una valigia piena di appunti. Parte da Milano alla ricerca della terra degli avi per completare quel romanzo in sospeso, fatto di racconti troncati, di pensieri disseminati, di fallimenti continui in cui sembra consistere il senso della sua vita, e per trovare la risoluzione di quell’incertezza esistenziale che l’ha murata viva dentro semi d’inchiostro incapaci di germogliare per lei in un compiuto destino.

In Alda che girovaga dentro i confini della sua terra si fa strada il pensiero, precocemente intuito, che solo nella fedeltà alla sua passione, nell’obbedienza a un desiderio misconosciuto può trovare scampo a un disagio che prima di essere creativo è anche dolorosa infelicità.

E’ Sofia, paradigmaticamente, amica d’infanzia della nonna, ed esperta di storia, a fornirle i documenti d’archivio sui quali si compirà l’estremo viaggio della protagonista alla ricerca di una elusiva normalità, perché lì in quelle carte è conservata la memoria di donne come lei : sole, singolari, dannate.

Ma ben presto anche questa prezioso sostegno scompare. Maria Sofia Messana, come apprendiamo dalla dedica al romanzo, conoscitrice della Storia dell’inquisizione in Sicilia e studiosa del Risorgimento, muore prematuramente.

Vita e romanzo, storia e biografia, lingua e dialetto, latino e volgare siciliano si mescolano scompigliando le carte, e ci introducono in una queste dove ogni ragione di lottare, ogni speranza, ogni desiderio, ogni anelito di vita e di gioia, ogni ribellione, ogni linfa vitale si spengono, cancellati dalle qualificazioni, dagli interrogatori, dalla detenzione, dai tormenti del fuoco che schianta legna e carne.

E’ un mondo deformato quello che si annuncia, in cui la colpa, se c’è, è stata smarrita nei verbali, nelle carte, nell’accumulo infinito dei giorni, uno stato dell’essere, prima che una geografia e una topografia, che trova nell’inferno dei dannati la propria peculiare e simbolica collocazione.

La storia di Alda, e dunque anche dell’autrice, si dilata perché incrocia e comprende infinite altre storie: quella di Ursula, donna libera che campa a stento facendo la planellara, magara recidiva persecuta avanti per lo stesso delitto, fustigata a sangue e maciullata, carcerata e fuorbandita assieme alla figlia Catarinella; Sofonisba, evocata dalla nonna nella Chiesa dei genovesi alla marina, ritrattista di corte e intima della regina Isabella di Spagna, sposa Di Fabrizio Moncada, principe di Paternò, e vedova precoce; legata alla Sicilia da un misterioso destino di cui ella non rinnegava niente; Garronfola, imprigionata a Messina, affittaletti e mezzana, torturata ritratta il commercio con il diavolo e le sue suggestioni; Francisca, terziaria quietista, impenitens, eretica et pertinax in suis errori bus; sospettosa di tutti perché mendaci e traditori, gli uomini, le donne , la storia, nient’altro che mascas; costretta all’orribile farsa del processo si difende, scrivendo, dall’accusa di hechicera; Agueda, fiore meraviglioso, assorta nella contemplazione nel convento della Martorana alla quale viene imposto il silenzio e la clausura; Gertrude, bruciata viva dal fuoco, a cui non avevano potuto sottrarsi avendola trovata ostinatissima; Peppa, distratta e divagante eroina, analfabeta e derelitta bambina , che riscatta con un solo gesto di coraggio, gettandosi su un cannone d’avanti al fuoco nemico, l’amarezza della sua vita di carrettiera; Mariannina, poetessa eretica perché sovversiva con la penna e la fantasia.

Ogni storia, specchio oscuro dei secoli, è illuminata dalle fiamme dell’inferno che, prima di trovarsi in un altrove, è qui, nelle relazioni che si danno tra uomini e cose, tra donne e uomini, tra donne e donne. A ogni figura di donna corrisponde una storia, che si conclude e finisce, e a cui ne segue un’altra con il suo corteo di personaggi principali e secondari, di caso e fatalità, attraverso cui arriviamo a conoscere il passato di ognuna.

L’incandescenza tumultuosa della storia rende conto di un “io”, quello di Alda, che si cerca riconoscendosi e sprofondando negli abissi del tempo, tessendo implicite similitudini e analogie tra il proprio mondo interiore e lo spettrale e tremolante bagliore che ogni vita interrogata rivela.

E la partecipazione investe l’oggi, proprio perché ogni vita è il precipitato delle vite che le ha precedute, della qualità del tessuto con cui si sono intrecciate, di relazioni con il molteplice universo.

Aveva cosi scoperto nel mucchio dei verbali e degli interrogatori del tribunale della santa Inquisizione e dell’archivio arcivescovile di Monreale che Sofia le aveva messo a disposizione l’accanimento inflessibile e programmatico nei confronti di tutte le donne, di ogni età e condizione, che, come lei, osavano caparbiamente scrivere o usare la scrittura tentando di piegare il destino alla loro volontà. Questa la loro colpa capitale. La principale. Il reato per il quale avevano meritato il carcere, la tortura, il fuorbando, la morte tra orribili supplizi, la damnatio memoriae, la collocazione post mortem delle loro anime nel sesto girone infernale, entro le mura della città di Dite.

E dove, infine, si fa matura e compiuta la capacità di esprimere quest’esperienza che ha nutrito la storia dell’artista Marinella Fiume che, dallo studio e dalle ricostruzioni documentarie, si è emancipata, liberandosene, e ha affidato alla potenza dell’immaginazione e dell’arte la pienezza di un sentire che ripercorre la storia di ogni creazione, così come di ogni divenire.

E di certo l’interesse va anche ai luoghi in cui le storie si svolsero e alla lingua che li nutrì, che esprime nei costrutti sintattici, nella commistione di latino e siciliano il gusto di far rivivere destini fallimentari, ma segnati da una cruda eloquenza, da un dialogo interminabile fatto di disamore, di sfiducia, di una subitanea e subito combattuta rassegnazione. Il paesaggio e il linguaggio si scoprono così essere forma e sostanza del romanzo e l’avventura è anche quella dentro l’espressività della lingua. Il dialetto siciliano si rivela l’unico mezzo possibile per mettere in salvo la forza e lo splendore, annebbiati dal vino e dal dolore, di Peppa analfabeta e cannoniera. Perché l’inferno di Marinella Fiume è un inferno in cui le donne continuano a perorare le loro ragioni, a dispetto e anche contro la loro stessa sorte, contro la loro morte.

È il dialetto siciliano l’indice di un legame e di un vincolo ineludibile con lo spazio e la lingua materna. Giacché quel volgare così nutrito di nervi e sangue, così aderente ai nostri sensi, è l’unico modo di metterci in contatto con esistenze definitivamente scomparse. Quella lingua che è lingua materna proprio per la sua particolare peculiarità di aggrovigliarsi alle cose, di restituircele nel loro corpo vivo fatto di sensi e respiro, di legami viscerali con le proprie radici. Una lingua, che più ancora della struttura del romanzo, ci parla di due distinte fedeltà: quella verso i padri, per il riverito omaggio a una forma narrativa che ancora può dirci molto sul nostro rapporto con il passato, e il nostro presente, e quello con la lingua che abita in uno spazio erotizzato in cui le parole abbagliano, proprio per la forza dei corpi dai quali emergono e si propagano.

Da subito scopriamo così che il nodo che stringe la nostra identità individuale, ciò che chiamiamo io, e la biografia degli altri, è strettamente legato, e nel caso di una donna è strettamente avvinto a quella di altre donne. E la Storia, così laconica nel restituircene corpi e tracce, è un pozzo oscuro e insondabile, popolato da fantasmi che lottano ancora per un loro riconoscimento. È vertigine e viluppo che trova nell’inquisizione siculo - spagnola e nel tribunale del sant’Uffizio un modo di manifestarsi.

Il romanzo inizia, dunque, quando Alda riconosce se stessa come soggetto scisso, intersecato da molteplici orrende diversificazioni, quando scopre che il soggetto unitario che crediamo di essere è un dono dell’ altra, delle innumerevoli personificazioni che avanzano lungo quel ponte immaginario di un altrove per mettersi in dialogo e in relazione con lei. L’ingannevole unità e unicità dell’io si sfalda, e si misura con la folla delle innumerevoli figuranti che tornano a chiedere la parola. Per smascherare infine quella inquisizione della Storia che dal passato ha espunto un coscienza centrale, frantumandola, smembrandola, e nascondendo al contempo la responsabilità che su tutte quelle circostanze ha il linguaggio che le ha nominate. È solo la soggettività differenziata, che si intesse con i fili di altri destini, che consente ad Alda di ritrovare e custodire un senso di sé, svelando, in un processo di rivelazione e dissimulazione, come l’autobiografia sia sempre biografia, e come il percorso di diventare soggetto sia inestricabilmente connesso con “un’ apertura al mondo”, con l’incontro con il luogo dell’altra: ovvero vita narrata, ricreata, ricercata, auscultata, sognata.

Punto di partenza e raccordo di tutto il romanzo è la necessità di assumere la scrittura come il mezzo attraverso il quale la biografa e la storia si dilatano, inglobando altre vite, e si dispiegano giungendo fino a noi. E al contempo solo la verità romanzesca, l’invenzione, può nutrire di realtà quell’accumulo di documenti di vite compresse, forzate, reificate, annientate.

La scrittura è ciò che ci collega agli esseri umani che ci hanno preceduto, ma nel caso delle donne c’è qualcosa di particolare. Il passato non è un serbatoio di dati, storie, eventi che possa trascurare la soggettività di chi l’interpella, perché il modo di raccontare è anche un modo di vivere, di ricordare, di sentire. L’oscurità, l’afasia, la pazzia di oggi è solo l’effetto di un seppellimento, di un occultamento e di un incenerimento antico.

Facevo il loro gioco piangevo, supplicavo, fingevo pentimento, ma anche loro fingevano, di non sentirmi, di sentire parole che non dicevo, e si disperavano falsamente in pubblico della mia ostinazione, prorompevano in lacrime di coccodrillo …racconta Francisca.

Ciò che la Bolgia delle eretiche riesce a rendere, attraverso la narrazione romanzesca, è dunque l’effetto, sulla psiche di una donna, della rimozione dalla memoria collettiva di quella molteplicità di esistenze individuali che costituiscono la stratificazione archeologica della nostra identità. È l’effetto di un’indicibilità che le ha svuotate della concretezza del vivere, ponendole come gorghi, faglie di un discorso che le ha incluse annientandole. Fiamme prigioniere, spettacolarmente esibite, eppure non rappresentate e destinate a tornare invisibili. E ancora, è l’effetto dell’occultamento e la sistematica denegazione di quella interdipendenza tra storia individuale e collettiva e della fitta trama che unisce insieme io- storia- scrittura.

L’ esperienza della storia si fa così peculiare ricerca e narrazione ai fini di una rammemorazione che, nell’atto di immaginare, sonda le ragioni di quelle cancellazioni, ma quelle cancellazioni non sono lì, proiettate in una storia trascorsa per sempre, perché il passato è una presenza viva che si nutre di carne e di emozioni.

La storia, ci conferma Simone Weil è passato vivente, è quel continente sommerso in cui i tesori spirituali accumulati dai morti si misurano con la perdita…che non può che essere considerata la grande tragedia umana.

Il tempo dell’esperienza personale di Alda si coniuga con quello del tempo storico degli archivi e quello, che li riunifica entrambi, del diventare una scrittrice nelle cui storie può rispecchiarsi, vincendo quella maledizione che giunge attraverso i secoli fino a lei. È questo che le permette di ritrovarsi, di concludere quel processo di identificazione che riesce a restituirle senso e ragione e a strappare all’oblio e alla falsità le dannate all’inferno della vita, con un atto che, infine, non è più storico ma metastorico.

L’aver, infatti, ereditato dal padre della letteratura italiana una cartografia del tempo e dello spazio in cui l’eccedenza, la terribilità, l’enigmaticità e l’abiezione, il mistero trovassero forma e struttura, assieme a un percorso di conoscenza e di esplorazione di sé, ha consentito che la figlia letteraria ne calcasse le orme. Ma per mettersi al mondo come scrittrice, questo racconto di sé, per Marinella Fiume, non può essere disgiunto da un raccontare dell’altra, della quale avverte e registra il distrutto pensiero e in cui visibilità e invisibilità, inesistenza e specificità, esibizione e occultamento, santità e dissolutezza convivono, in una costruzione della storia che su quell’oggetto e sul suo smembramento e disseminazione ha costruito la garanzia della sua visione.

Nel rapporto con i vivi del passato, nel rapporto con quel grande archivio del passato, in un processo in divenire che lambisce il presente, si misura la sua personalità di donna e di scrittrice, e di quel silenzio si nutre il suo ascolto riempendolo di urla, di frastuono, di invocazioni disperate, di abbaglianti evidenze. Perché Fahrenheit non è ancora da venire, ma è già accaduto tante volte nella storia, e le pagine incendiate dei libri sono solo succedanee a quelle pagine di sangue e poesia, di muscoli e ossa, di inchiostro fatto della ruggine di serrature che è stato fatale aprire e scardinare.

I simboli che ci descrivono il mondo sono fatti di oggetti e memorie , e dentro di noi continua a svolgersi l’eterno tribunale dell’inquisizione che si conclude solo con atti di fedeltà o con l’abiura.

Di fedeltà ai padri è nutrita infatti la nostra formazione, abbiamo creduto ai loro trionfi e alle loro narrazioni. Abbiamo imparato a riconoscerci nella fitta grafia con cui hanno disegnato il mondo. Nel labirinto delle loro rappresentazioni ci siamo cercate, troppo spesso perdendoci.

Platone, un altro grande padre, ci ricorda che la lotta per il riconoscimento è fondamentale per gli uomini…ma porsi fuori dall’orbita del padre, significa per una donna scegliere la disubbidienza estrema, significa inabissarsi e morire a meno che…a meno che non si concluda almeno il romanzo di una vita.

Anche Alda, come le sue donne, che sono state costrette a vivere sul piano della rinuncia, viene attratta da un punto focale, entro cui si ritrova per mostrare le ferite patite, la grafia impressa sul corpo della propria individualità.

Dietro Ortigia, Al Cafè des derniers moments, nella citta vecchia di Siracusa, ultima il suo affannoso romanzo da lasciare al silenzio degli altri, alla loro indifferenza:

il bisogno di scrivere di me… Delle altre donne come me…violate nella loro ansia di libertà, recluse, torturate

La fedeltà al padre, e alla bolgia dei dannati, è ormai alle spalle, all’approdo della vita i padri sono scomparsi sostituiti solo da una generica volontà, la stessa a cui anche Dante si era piegato: Volse così colà dove si puote e grande, anzi grandissimo, proprio perché anche lui nutrito di eresia, spesso unico e possibile spazio della libertà, di una libertà che non si ferma di fronte a nessuna parola.


La bolgia delle eretiche – Marinella Fiume – A & B – Pagg. 168 - ISBN 9788877284051 – Euro 15,00







 
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