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  Letteratura  »  La noia, di Alberto Moravia, edito da Bompiani e recensito da Siti 14/10/2019
 
La noia – Alberto Moravia – Bompiani – Pagg. 336 – ISBN 9788845283970 – Euro 14,00



Senza via d’uscita



Nel 1960 Moravia pubblica “La noia” che, dopo la parentesi neorealista postbellica (“La romana”, “La Ciociara”), riporta il lettore al punto di partenza, “Gli indifferenti” del lontano 1929. È un ritorno alla rappresentazione della borghesia in un mutato scenario storico, sociale ed economico: sono gli anni del grande sviluppo industriale, quelli che porteranno all’avvio di un modello consumistico solo apparentemente democratico, all’abbandono della morale tradizionale veicolata dalla religione, alla percezione di una maggiore libertà individuale, all’allentamento dei rapporti e dei vincoli in seno alla famiglia , all’avvio di un modello consumistico senza ritorno. La borghesia è sempre una classe sociale privilegiata, chiusa e portatrice di un intimo malessere ma ora può incontrare e riconoscere lo stesso disagio anche fuori dal suo mondo. È il caso di Dino, pittore trentacinquenne, romano, ricco borghese, incastrato in una vita che non gli appartiene, schiacciato da una identità sociale che non corrisponde al suo sentire. Vive in via Margutta, ha abbandonato gli agi di una comoda e lussuosa villa nella via Appia, cerca la sua identità nell’attività artistica. Lo conosciamo mentre inizia a percepire un’avversione anche verso questa identità che lo aveva salvato da un malessere pervasivo che lui, narratore in prima persona, chiama “noia”, specificando con opportuna disamina dal tono asciutto, analitico e clinico in cosa consiste questo sentire, non certo riconducibile alla accezione più nota del termine. La noia è l’impossibilità di collocarsi nel fluire della vita, è la percezione di un distacco gelido dal proprio vissuto, un’urgenza che, paradossalmente, mentre dovrebbe tendere all’azione porta invece all’inazione, all’inerzia perché si risolve in una successione di corto circuiti rispetto alla percezione della oggettività del reale. Tutto ciò che si manifesta intorno a Dino è reale ma assurdo e in quanto tale impossibile da vivere. A Dino è concessa però un’ancora di salvezza, si tratta della giovane Cecilia , una ragazza che con il suo aspetto provocante, con il suo torbido passato, con la sua modesta provenienza sociale potrebbe rappresentare l’alternativa alla stasi. I due intrattengono una relazione sessuale che sfocia presto nell’ennesima trappola per Dino: quando tutto si fa chiaro e certo, ritorna la noia e lui decide di lasciare Cecilia. Il comportamento della ragazza che gli anticipa la mossa rendendosi improvvisamente ambigua, irraggiungibile e sfuggente ribalta la situazione e vincola Dino a quello stesso oggetto donna che ormai aveva perso qualsiasi attrattiva. I suoi sforzi di appropriarsi di lei, di fermarla, di vincolarla , di imborghesirla per favorire quella vitalità che altrimenti non percepirebbe trasformano la relazione in un inseguimento senza speranza. Cecilia è l’altra faccia della medaglia, Cecilia è la noia povera, non possiede niente, non si attende niente, vive alla giornata lieta e spensierata, senza vincoli morali, senza vincoli famigliari, incapace di darsi agli altri se non con il corpo. È la cartina al tornasole del disagio trasversale a tutte le classi sociali secondo una fenomenologia che varia per spazi, ambienti, vissuti. Non c’è denaro che possa modificare la condizione di prigionia sentita e vissuta da Gino e da Cecilia , il dio denaro non garantisce la felicità nel primo caso, il dio denaro non compra la felicità nel secondo. La soluzione al disagio del vivere è vincolata alla volontà e ognuno la esercita come meglio riesce. Lettura claustrofobica, secca, lineare, angosciante, all’insegna di un esistenzialismo soffocante. Senza via d’uscita.


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