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  Letteratura  »  I ragazzi del ciliegio. 1918 1945, di Fiorella Borin, edito da Solfanelli e recensito da Rita Imperatori 14/10/2019
 
I ragazzi del ciliegio. 1918-1945 - Fiorella Borin – Solfanelli – Pagg. 320 – ISBN 978-88-3305-117-8 – Euro 20,00



Solo il talento di una grande narratrice poteva tradurre un accurato lavoro di documentazione storica durato anni in un romanzo avvincente nel quale far confluire anche le memorie familiari.

Tra “i ragazzi del ciliegio”, infatti, c’è il padre dell’autrice, Giorgio, che con gli amici – Girolamo ed Ettore tra gli altri – attraversa gli anni 1918-1945 in cui si compiono eventi terribili per la storia dell’Italia e del mondo.

La vicenda di Giorgio, che si tormenta lungo tutta la vita per essere sopravvissuto alla sciagurata campagna di Russia, è il filo conduttore del romanzo, perché “i diari, le poesie, gli appunti, i disegni, le fotografie, i documenti, le lettere scritte e ricevute” da lui sono l’archivio preziosissimo a cui attingere per la ricostruzione delle vicende pubbliche e private che sono la sostanza del romanzo.

La vicenda dell’Armir, raccontata con la passione di chi ripudia la guerra, è l’occasione per Fiorella Borin di mostrare anche l’onestà intellettuale di chi sa che il bene e il male abitano tutti gli schieramenti, come dimostrano gli episodi in cui le generose donne russe rivelano ai nemici un “cuore grande come la loro terra sconfinata” e quelli in cui i partigiani russi fucilano sbrigativamente soldati italiani.

E ancora: nel portafoglio di Giorgio “il fascista Girolamo e il partigiano Mario” si sono “parlati e perdonati”, dopo essere stati uccisi dai relativi nemici.

Il male da raccontare, però, a volte è talmente atroce, che il composto distacco dello storico cede al dolore della donna che sa di poesia e Fiorella Borin muta registro e scrive pagine liriche altissime.

Così quando si trova a narrare le vicende terribili che nel settembre del 1943, all’Hotel Meina, coinvolgono Blanchette, la “biondina dalle gambette magre e il viso delicato”, Fiorella Borin tesse con le parole un meraviglioso, straziante sudario per lei, la bambina ebrea di dodici anni: “Lago, abbi pietà di quella bambina. Tienila stretta alle alghe sul fondo, con fiabe e canzoni convincila a stare ferma per sempre, sii dolce con lei e custodiscila fino alla fine”.

In questo magnifico lavoro, la ricostruzione degli avvenimenti contenuta nei manuali di Storia il lettore la compie “ascoltando” i dialoghi dei protagonisti: per tutti, esemplare la conversazione tra Franco, “un Sigfrido scemo” e Ettore, il ragazzo del ciliegio dallo straordinario talento artistico, a proposito di certi “bossoli” che se sono stati rinvenuti vuoti ma intatti “non contenevano sostanze esplosive ma gas asfissianti”.

In più occasioni si incontrano nel romanzo episodi che mostrano come l’arte e la solidarietà siano capaci di sopravvivere alla guerra e alla ferocia umana: durante la ritirata, il pianista Bruno perde i guanti e piange, perché rimanere a trenta gradi sotto zero significa trovarsi con le mani congelate ma Attilio gli presta uno dei suoi e i due amici escono braccetto, con la mano intirizzita in tasca che suona, “battendo i polpastrelli sulla stoffa del pastrano”, Mozart, Chopin, Beethoven e Bach. Suonano lo stesso pezzo e la Russia sterminata diventa la platea del loro “primo, silenzioso concerto insieme”.

Non è, I ragazzi del ciliegio, un romanzo della riconciliazione che serve per dimenticare; anzi, è meravigliosamente di parte, nel senso che è evidente la scelta di stare dalla parte di quelli che hanno avuto ragione ma è anche un romanzo che ha a cuore un’umanissima verità: nessuno è immune dal male, neppure quelli dalla parte giusta, che per una delle tante forme di fragilità tipiche dell’uomo possono cadere e non trovare la forza e l’occasione di un riscatto.


Rita Imperatori





 
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