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  Letteratura  »  I passeri di fango, di Francesco Nappo, edito da Quodilibet e recensito da Laura Vargiu 19/11/2019
 
I passeri di fango – Francesco Nappo – Quodlibet – Pqagg. 192 – ISBN  9788822901224 – Euro 16,00



L’incanto delle parole


Brunovelata sera dei tuoi occhi,
amor più grande non mi può recare
la vita che si infrange nei suoi specchi
senza cadere al suolo in cento pezzi.”

Finalista nella terna della sezione poesia all'edizione 2019 del prestigioso Premio Napoli, giunto al suo 65° anno, “I passeri di fango” è una corposa raccolta pubblicata nel 2018 dalla casa editrice marchigiana Quodlibet. È il terzo libro dell'autore partenopeo Francesco Nappo, classe 1949: un poeta che, come scrive Emanuele Dattilo nella sua accurata postfazione, non ha “ancora ricevuto l'attenzione che meriterebbe”, pur essendo sulla scena culturale da oltre due decenni e nonostante un interesse da parte della critica che, dalla metà degli anni Novanta in poi, si è susseguito nel tempo.
Di certo, la scrittura in versi di Nappo appare complessa, quasi schiva, e colpisce subito il lettore per una particolare originalità che la rende sfuggente a eventuali letture disattente e poco propense a scavare nel più recondito e intimo significato delle parole. L'affascinante titolo dell'opera, tratto da un episodio dei Vangeli apocrifi dell'infanzia (Pseudo Matteo, XXVII), svela anzitutto la non indifferente forza evocativa che la religiosità cristiana rappresenta in questi componimenti; un sentimento religioso popolare che si tramuta talvolta in immagini drammatiche e solenni (“Ora il Deposto è tra le nostre braccia,/ ora la morte vive la sua morte,/ [...]” da “Resurrezione”), talaltra in considerazioni dal sapore ironico e dissacrante (“Or viene il tempo di Pasqua/ Epifania che mai io so ogni volta/ quando viene, me lo dice il/ parroco ad un tratto mentre che/ ci ammaestra all'omelia./ Veramente, nemmeno lui lo sa,/ gliel'hanno detto: questa è la verità.”, “Pasqua Epifania”).
La natura, non di meno, nella propria eterna giostra delle stagioni, è presente con le sue albèdini, le distese d'amaraschi in fiore, i sentieri di terra bruna, i colli flegrei, i litorali fustigati da “prodighe tempeste balenanti”, le luci d'ombra, le “fiumane di calanchi”, le “azzurrità crepuscolari”, le sere di “madreperla tenebrata”, i monti che “s'abbrunano”, le “labili impronte di stelle erranti”... Paesaggi mediterranei e altri più nordici si trasmutano in versi densi di cromatismi e rimembranze, mentre la lingua, sorprendentemente ricercata, gioca con suggestive aggettivazioni e strutture sintattiche che tracciano architetture poetiche uniche e originali in cui trova espressione anche il dialetto napoletano, in un intreccio continuo e non stridente di registro elevato e popolare.
Nel complesso, uno stile di scrittura che abitua a poco a poco chi legge ai frequenti salti dell'enjambement, ai preziosismi delle parole spesso desuete che incantano e aprono varchi di meraviglia attraverso cui transita, con non meno stupore, il vagare persistente, da parte del poeta, nella caducità dell'esistenza su sfondi temporali trapassati ma anche presenti. Una silloge di notevole pregio, la quale, a mio parere, può ben ambire a vincere l'edizione in corso del medesimo Premio a cui concorre come testo finalista.



Laura Vargiu

 
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