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  Letteratura  »  Il ghepardo della Lunigiana, di Roberto Curatolo, edito da Manni e recensito da Fiorella Borin 18/01/2020
 
Il ghepardo della Lunigiana - Roberto Curatolo – Manni – Pagg. 238 - ISBN 978-88-6266-990-0 – Euro 15,00




Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.


Mentre leggevo l’ultimo, bel romanzo di Roberto Curatolo, mi tornavano spesso in mente questi versi di Cesare Pavese (tratti da “I gatti lo sapranno”, poesia inserita nella raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”). Mi pareva che in sottofondo risuonasse non solo l’eco di canzoni anni ’60 e ’70, ma anche la voce del poeta piemontese la cui vita fu gravata da un insostenibile senso di sconfitta. Perché, in estrema sintesi, proprio di questo parla “Il ghepardo della Lunigiana”: di musica, di aspettative deluse, di piccoli trionfi che lasciavano presagire un futuro brillante, e di resa dei conti di fronte a un calendario crudele, che non ha pietà degli anziani in un mondo che corre dietro alle mode e vuole cose fatte su misura per i giovani. Ma, al di là dello scenario “canzonettistico” in cui si dipanano le vicende, è soprattutto la storia di una donna, Katia Rinero, personaggio immaginario ma presentato in modo così nitido e coinvolgente da farci credere che sia davvero esistita.

Negli anni ’60 i giornalisti avevano il vezzo di coniare nomignoli fantasiosi per le cantanti meritevoli di comparire sulle pagine dei rotocalchi: come ricorderete, Mina divenne La tigre di Cremona, Milva La pantera di Goro, Iva Zanicchi L’aquila di Ligonchio… e Katia Rinero Il ghepardo della Lunigiana. Giovanissima, ben proporzionata, fisico flessuoso e scattante, movenze feline, aveva tutti i requisiti per essere paragonata a un ghepardo; e quel nomignolo Katia lo accolse volentieri: per molti versi sanciva la sua consacrazione nel mondo dello spettacolo e rendeva omaggio alla sua bellezza. Tempo dopo, quando il successo le sfuggiva di mano, quando il suo repertorio divenne superato e il fisico iniziò ad appesantirsi, si rese conto di somigliare al ghepardo non più nel corpo ma nel muso, per via di quelle macchie nere agli angoli interni degli occhi, così simili alle lacrime intrise di mascara che le era capitato di piangere in troppe occasioni.

Nel corso del romanzo si dipana la vita di Katia, dalla sua infanzia nella Lunigiana al suo declino artistico a Milano, passando per amori sbagliati, scelte infelici, segnali di speranza, attese infruttuose e dolori immeritati. La lettura è molto scorrevole, resa ancora più appassionante dalla scelta dell’autore di condurre la narrazione su due diversi binari che inizialmente procedono paralleli e solo nel finale si incontrano, come a chiudere idealmente il cerchio di un’esistenza raccontata sia dallo scrittore, sia dalla protagonista. Nei monologhi in cui Katia si mette a nudo, ripercorrendo nello studio di uno psicoterapeuta tutte le tappe di una vita che tante promesse aveva fatto e che troppo velocemente (e amaramente) era scappata via senza lesinarle sofferenze e tradimenti, la tensione emotiva raggiunge i livelli più alti, perché la sua voce è schietta, autentica, irruente, così credibile da farla sentire al lettore viva e vera. Katia è simpatica, oltre che squisitamente, teneramente umana.

E qui bisogna rendere pieno merito a Roberto Curatolo, che in questo romanzo dimostra di avere totale padronanza di tutte le competenze conseguite in alcuni decenni di pratica non solo letteraria, ma anche in campo psicologico e drammaturgico, essendo egli medico, scrittore, psicologo e autore di testi teatrali.

Il romanzo ha anche il pregio di sollecitare numerose riflessioni sulla notorietà, il successo, l’amore e l’amicizia, il talento e la fortuna, le aspettative riposte nella psicoterapia e il devastante senso di fallimento misto a solitudine che spesso avvelena gli anni dell’età matura, quando una donna si guarda allo specchio e odia le trasformazioni del proprio corpo sformato dagli anni, così come odia gli abiti di scena del suo guardaroba fattosi antico, ridicolo, dove tutto va stretto rendendo caricaturale e patetico il fisico un tempo così flessuoso da accendere di desiderio gli uomini. Come in una fotografia, a conclusione del libro mi resta impressa nella retina l’immagine di Katia Rinero, sola davanti ai “costumi smessi delle feste di ieri”: tragici coriandoli di un carnevale finito per sempre, dove il ricordo della sua partecipazione al festival di Sanremo ha la stessa malinconica lucentezza polverosa della medaglia appuntata sul petto di un reduce di guerra.




Roberto Curatolo, veronese, da molti anni vive a Milano dove esercita l’attività di medico. Allievo di Giuseppe Pontiggia, ha frequentato i corsi di scrittura da lui tenuti.

Nel 2001 ha pubblicato con Manni Editore il romanzo "Ai margini dell'ombra". Il romanzo è stato presentato con successo in Italia e all’estero (Amsterdam, Praga e Yerevan) e, nel 2009, è stato tradotto in armeno con il titolo “Stveri yezrerin”.

Nel 2006 ha pubblicato, sempre presso Manni Editore, la raccolta di racconti “Lampi di buio”.

Nel 2008 ha scritto la commedia “Diario di una timida spregiudicata”; nel 2009 i testi dell’opera di teatro-canzone “Dall’Adige al Don”; nel 2014 i testi dell’opera teatrale “Storie minime in una vicenda massima”.

Nel 2016 ha pubblicato, ancora con Manni, la raccolta di racconti “Vite in chiaroscuro” che chiude la trilogia sulla luce e sull’oscurità, iniziata con “Ai margini dell’ombra” e proseguita con “Lampi di buio”.

Nel 2018 mette in scena, come coautore e regista, l’opera teatrale “Tre donne nell’inferno dei lager”.

Nel 2019 ha pubblicato, sempre con Manni Editore, il romanzo “Il ghepardo della Lunigiana”.


Fiorella Borin

 
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