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  Letteratura  »  Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica, di Bruno Latour, edito da Raffaello Cortina e recensito da Franca Canapini 22/03/2020
 
Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica – Bruno Latour – Raffaello Cortina – Pagg. 136 – ISBN  9788832850109 - Euro 13,00


Il libro che vi propongo non è un libro di evasione, che vi potrebbe piacevolmente portare fuori dalla realtà pesante che stiamo vivendo in questi giorni, e non è nemmeno un libro facile da leggere, per il linguaggio scientifico con il quale porge i vari concetti che presupporrebbe il possesso pregresso di conoscenze specifiche; ma è un libro utile, estremamente utile a tutti.

Il mio amico Giuseppe Rossi scriveva a proposito del suo “Ritorno alla Phisis”  “E’ un libro pesante, strano, forse anche noioso; ma per rispondere a certe domande non si può essere leggeri…tenetelo lì come un regalo, e quando vi sentirete veramente persi, quando non saprete dove cercare per avere un minimo di chiarezza nella testa, guardate un attimo anche cosa ha pensato il vecchio Rossi…”

Ora che più di sempre ci sentiamo persi e non sappiamo dove cercare per avere un po’ di chiarezza necessaria a orientarci nel mondo, quello che Giuseppe consigliava di fare del suo, si può consigliare per Tracciare la rotta – Come orientarsi in politica di Bruno Latour: usarlo all’occorrenza come fosse una bussola.

Leggetelo, ci troverete il Mondo contemporaneo, ci troverete voi stessi con le vostre ragioni e i vostri pregiudizi, ci troverete l’istanza a superarvi e superarli, vi darà la carica per rimettervi in marcia in modo nuovo o, quantomeno, insinuerà dei dubbi sulle vostre/nostre apparenti sicurezze.

Bruno Latour è un sociologo, antropologo, filosofo francese, docente ordinario presso l’istituto degli Studi politici di Parigi e La Scuola di Economia e Scienze politiche di Londra. Molto conosciuto nel campo delle scienze umane, ha scritto numerosi libri e ha ricevuto il premio Holberg per i suoi lavori sulla nozione di modernità. E’ uno scienziato e ciò dovrebbe garantirci sull’attendibilità della sua analisi. Analisi che, a parer mio, dovrebbero conoscere i politici contemporanei e, perché no, anche noi cittadini che abbiamo la responsabilità di sceglierli perché ci governino. Perciò cercherò di esporvi il contenuto con una sintesi estrema che, data la densità dei concetti delle osservazioni e delle proposte, forse non riuscirà molto chiara e sicuramente non esaustiva. Mi auguro solo di incuriosirvi tnto da indurvi a leggerlo.

Si tratta di una disamina a tutto tondo del Mondo contemporaneo, di un mondo che non si era mai visto e sperimentato: “ …Nessuna società umana, per quanto saggia, acuta, prudente ha dovuto affrontare la reazione del sistema terra all’azione di otto nove miliardi di umani. Siamo di fronte a qualcosa che lascia sbalorditi…”

Dai primi anni Novanta è iniziata un’altra storia, caratterizzata da tre fattori fondamentali: la “deregulation”, l’esplosione vertiginosa delle disuguaglianze, la sistematica negazione del mutamento climatico. E secondo l’autore non si possono comprendere i fatti di questa nuova storia se non partiamo dal cambiamento climatico e dalla sua negazione.

Individua come momento topico della presa di coscienza del Nuovo Regime Climatico l’Accordo di Parigi sul clima (Conferenza COP21 del 2015), “al termine della quale tutti i paesi firmatari hanno realizzato con terrore che, se avessero continuato ad attenersi alle previsioni dei loro rispettivi piani di modernizzazione, non sarebbe esistito un pianeta compatibile con le loro aspettative di sviluppo”.
La prima conseguenza è stata che Trump, nel 2017, si è ritirato dall’accordo di Parigi, negando il nuovo regime climatico cosicché oggi è chiaro a tutti che “non esiste più l’ideale di un mondo condiviso da quello che finora è chiamato occidente”. Infatti USA e UK, i due paesi che avevano imposto al mondo i modelli di spazio senza limiti e globalizzazione, oggi dicono al mondo “la nostra storia non avrà più niente a che vedere con la vostra”.
A questi due eventi negativi si aggiunge la ripresa delle grandi Migrazioni causate dell’azione congiunta di guerre, fallimenti dello sviluppo economico e mutamento climatico, tantoché ciascuno di noi comincia a sentirsi mancare la terra sotto i piedi. “…L’impressione di vertigine, quasi di panico, che attraversa l’intera politica contemporanea, deriva dal fatto che a tutti viene a mancare il terreno sotto i piedi, come se ci si sentisse attaccati da ogni parte nelle proprie abitudini e nei propri possedimenti”.
O neghiamo l’esistenza del problema, riflette l’autore, o cerchiamo di “toccare terra”.
Bisogna capire che se non c’è pianeta adatto alla globalizzazione, dovremo cambiare gli stili di vita. Chi lo nega, come il trumpismo, sta solo cercando di far sognare ancora per un po’ il proprio popolo, ma anche loro dovranno fare i conti con la realtà. La nuova universalità è sentire che il suolo sta venendo meno per tutti. Occorre identificare le problematiche comuni “e poiché il diritto più elementare è sentirsi rassicurati e protetti, occorre ritessere bordi, involucri e protezioni, considerando contemporaneamente globalizzazione, migrazioni e limiti alla sovranità degli stati.” Ma per rassicurare bisogna essere capaci di realizzare due movimenti complementari:”rimanere attaccati al suolo e globalizzarsi”.

Se fino a qualche decennio fa gli atteggiamenti degli umani potevano essere rappresentati con un vettore che andava dall’ attrattore Locale all’ attrattore Globale, sul quale si collocavano i modernizzatori e i reazionari, il cui conflitto costituiva il fronte di modernizzazione, oggi non è più possibile. La crosta terrestre non è più lo sfondo inerte dove avvenivano i fatti dell’uomo. La Terra ha reagito e la sua reazione provoca le reazioni umane.
“La denegazione avvelena sia coloro che abbandonano il progetto di condivisione sia coloro che ritengono di esserne le vittime. Alla fuga scomposta verso la mondializzazione-univoca fa da contraltare la fuga scomposta verso il locale-univoco che promette tradizione, protezione, identità e certezza all’interno di frontiere nazionali e etniche. Come conseguenza abbiamo confusione e brutalizzazione delle discussioni politiche.”

E’ necessario prendere in considerazione un nuovo Attrattore: il Terrestre.
Bisogna scuotere l’emiciclo mentale orientandoci verso il TERRESTRE, Così facendo progressisti e reazionari, ora collocati lungo l’asse del vettore locale-globale, si riorienteranno verso l’attrattore terrestre portando con sé sia le istanze del locale che quelle del globale.
Il fronte della nuova triangolazione (terrestre – locale-globale) sarà il Moderno-Terrestre con forze reazionarie che spingono verso il locale e forze progressiste che spingono verso il globale, ma tutte che considerano di fondamentale importanza le reazioni del Terrestre.

La negoziazione tra i fautori del locale e del terrestre dovrà vertere sulla legittimità e l’importanza e anche la necessità dell’appartenenza al suolo, ma senza confonderla con quanto il locale vi ha sovrapposto: omogenità etnica, patrimonializzazione, storicismo, nostalgia, autenticità.
Non bisogna confondere il “ritorno della terra” con “il ritorno alla terra”.
Il terrestre dipende dalla terra e dal suolo ma è anche mondiale, nel senso che non s’inquadra in alcuna frontiera, che va al di là di ogni identità. L’identità è “sono terrestre”.

I partiti ecologisti e socialisti che da anni additano l’esistenza del terrestre non sono riusciti a trovare consenso perché collocati sull’asse Locale-Globale, così come la scienza ha mancato di porre soprattutto attenzione e studio ai fenomeni che più interessano la realtà dell’uomo contemporaneo, quelli della biosfera. Tuttavia è dagli esperimenti di vita alternativa degli ecologisti e dalle conoscenze della scienza della terra che si può partire per iniziare un Nuovo Mondo dove al concetto di “sistema produttivo” venga sostituito il concetto di “sistema generativo”, per mettere in atto la triangolazione terrestre-locale-globale.
“Noi non difendimo la natura, noi siamo la natura che si difende” afferma uno slogan degli Zadisti e proprio questo rovesciamento dovremo metabolizzare per mettere in atto le azioni politiche conseguenti.

Quali potranno essere? A questo punto l’autore non ha una ricetta facile e certa. Credo che voglia dire che devono venire dal basso, dalle pieghe di ogni territorio o zona critica tramite la partecipazione attiva dei suoi abitanti. Infatti afferma che occorre innanzitutto “descrivere” i territori. Quindi occorre prepararsi a un periodo di “disaggregazione” per affinare la rappresentazione dei paesaggi in cui si collocano le lotte geo-sociali e occorre farlo attraverso l’”inchiesta”. Fare un inventario dei problemi e delle proposte di soluzione è possibile, lo hanno dimostrano Les cahiers de doléances del 1789, quando da tutte le province di Francia giunse al re l’inventario dei problemi locali.
Con questi metodi – conclude Latour – occorre toccare terra e si può toccarla in Europa.
Spetta all’Europa “de globalizzare” il progetto di globalizzazione per ridargli valore.
Il vecchio continente può dare la speranza di poter passare dal moderno al contemporaneo.
E’ l’unico stato nazione in grado di proteggere popoli garantendo loro sicurezza, con le sue tante leggi. Ha peccato di etnocentrismo, ma ha rinunciato completamente all’idea di impero e può fornire un esempio di ciò che significa ritrovare un suolo abitabile.
Non è innocente, ha commesso molti crimini, quello più grave è stato di installarsi in luoghi, territori, paesi di cui bisognava eliminare gli abitanti e sostituire le forme di vita con le proprie. “Avendo invaso tutti i popoli, tutti i popoli ritornano a lei.”
Ma non sono solo gli altri popoli a ritornare a lei bensì le acque degli oceani, i fiumi, le foreste obbligate a migrare dal cambiamento climatico, i microbi e i parassiti e tutti aspirano alla “grande sostituzione.” E’ l’Europa che deve trovare risposta alle domande COME SVINCOLARSI DALLA MONDIALIZZAZIONE UNIVOCA? COME SOPPORTARE LA REAZIONE DEL SISTEMA TERRA ALLE AZIONI UMANE? COME ORGANIZZARSI PER ACCOGLIERE I RIFUGIATI?
Occorre che l’Europa riprenda il filo della storia, rientri nella storia senza la pretesa di dominarla. Prenda coscienza di essere una “provincia” e attui una sperimentazione locale di ciò che significa abitare una terra dopo la modernizzazione, insieme a coloro che la modernizzazione ha definitivamente spostato.

La condizione universale oggi è vivere tra le rovine della modernizzazione, cercando a tastoni dove poter abitare.”


Franca Canapini


 
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