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  Letteratura  »  Pastorale americana, di Philip Roth, edito da Einaudi e recensito da Siti 22/03/2020
 
Pastorale americana - Philip Roth – Einaudi – Pagg. 462 – ISBN 9788806218034 – Euro 14,00



Che paese, l’America



Un atto di coraggio, ecco, così potrei definire questo romanzo. Un atto coraggioso per una serie di ragioni, bastanti - le prime due che elencherò - ad argomentare l’asserzione: l’opera è una denuncia del falso mito americano, in primo luogo, ed è, in seconda battuta , una critica fatta da una parte debole del melting pot che compone il popolo America. La parte ebrea, una tra le tante molecole di un composto chimico non ancora ben amalgamato nonostante si sia, ai tempi di Roth - coincidenti con quelli della narrazione – alla seconda generazione, quelle di figli dei migranti che si sentono pienamente americani. È americano lo Svedese? È americano lo stesso Roth? Perché lo chiedo, perché ve lo chiedo? Partiamo dall’assoluto protagonista della narrazione, Seymour Levov, nomen omen verrebbe da dire, di facile tracciabilità: ebreo al cento per cento; e no, che fa il nostro Roth? gli appioppa una alterità, una diversità tale che già a livello visivo fa di lui un originale, un diverso, un unicum , ha i tratti somatici di uno svedese e tale è , per tutta l’opera, un caso eccezionale: un uomo retto, eccellente, infallibile, equilibrato, un puro, un giusto verrebbe da pensare. Lo Svedese. E no! Calma: si va in direzione opposta; è semplicemente il riflesso negli occhi altrui di un modello vincente e rampante che incarna appieno il mito americano, dell’uomo di successo, della società di successo, quella competitiva e infallibile anche quando sguazza nel fango nero della guerra inutile o , per tornare alla dimensione del singolo, quando vive un vero e proprio dramma familiare che, all’insegna della violenza, della mina vagante, della casualità, dell’idealismo, dell’ingenuità, della pazzia se vogliamo, frantuma un’identità, fragile e contraddittoria come quelle di tanti, di tutti. Arriviamo ora al narratore, un vero e proprio alter ego dell’autore, Nathan Zuckerman, nomen omen nuovamente, di chiara matrice ebraica, uno scrittore con alle spalle anche lui un mondo di migranti americanizzati. Ennesima identità celata, ennesimo tratto originale perché la sua narrazione sarà solo frutto di una mera supposizione, una possibile ricostruzione dei fatti che potrebbe avere vissuto lo Svedese a partire da un’unica certezza: era un giovane brillante, lo incontra a distanza di anni, gli vorrebbe consegnare brevi manu la sua vita; la consegna è solo rimandata e non avverrà perché il narratore apprenderà poco dopo del decesso dello Svedese dal fratello.
Originale cornice a incastonare una narrazione secca, asciutta, a tratti ripetitiva, martellante direi, quando tocca gli aspetti più ideologici, l’ etica. Una visione laica e dissacrante di un falso mito creato da cantori precedenti che lo hanno voluto generare con intento puramente autoreferenziale. Una voce scomoda e stridente che non necessita di autocompiacimento e che quindi non cerca plauso alcuno, neanche in termini di piacevolezza. Sì, non mi è piaciuto, fatico a dirlo, perché è davvero un grande romanzo, è innegabile. Sono forse nostalgica della prima generazione di migranti e delle loro difficoltà? Qui l’omologazione necessaria e il desiderio di conformismo dei loro figli annienta ogni beltà e fornisce un quadro ancor più triste e desolante di quanto non fosse quello, per esempio, del triste commesso malamudiano. Viva l ‘America? Anche no.


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