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  Letteratura  »  La locandiera, di Carlo Goldoni, edito da Garzanti e recensito da Laura Vargiu 22/03/2020
 
La locandiera – Carlo Goldoni – Garzanti – Pagg. LXVIII-87 – ISBN  9788811810063 – Euro 8,00



Dura vita per i disprezzatori delle donne



Andata in scena per la prima volta a Venezia nel 1753, “La Locandiera” di Carlo Goldoni è una gustosissima commedia in tre atti che continua ancora oggi a conservare una freschezza e una vivacità del tutto invidiabili. All’affascinante Mirandolina, protagonista indiscussa ormai ascesa al pantheon dei personaggi più celebri e, tra quelli femminili, più memorabili della grande letteratura senza tempo, hanno finora dato volto diverse attrici, tra cui persino la grande Eleonora Duse sul finire dell’Ottocento.
Come anticipa lo stesso Carlo Goldoni nella sua nota introduttiva al testo, questa scaltra locandiera, presumibilmente ancor giovane ma non più giovanissima, è donna di fiera e singolare intelligenza che intende mostrare “come s'innamorano gli uomini”. Di coloro che già si professano suoi innamorati e si affannano nel vano tentativo di corteggiarla, il Marchese di Forlipopoli e il Conte d'Albafiorita, due insipidi nobilucci alloggiati nella sua locanda in quel di Firenze, non si cura, se non in veste di padrona di un’attività economica: libera da vincoli e soggezioni di sorta, lei è donna che tratta con tutti, ma che non s'innamora di nessuno e a sposarsi non pensa neanche lontanamente. Nemmeno con quel Cavaliere di Ripafratta, gran “disprezzator delle donne”, anch’egli suo ospite, contro il quale lei dichiara una tacita, personalissima e puntigliosa guerra volta a punire il suo essere nemico dichiarato dell'altra metà del cielo.

[...] È nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l'abbia trovata? Con questi per l'appunto mi ci metto di picca. […] e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.”

Con grazia e malizia impareggiabili, che si concretizzano in parole e sguardi, gesti e lacrime, la protagonista finisce per conquistare il Cavaliere che ha commesso il fatale errore di permetterle di avvicinarsi a lui; del resto, “[...] chi è quello che possa resistere ad una donna, quando le dà tempo di poter far uso dell'arte sua? Chi fugge non può temer d'esser vinto, ma chi si ferma, chi ascolta, e se ne compiace, deve o presto o tardi a suo dispetto cadere.” Spassosissima la scena in cui la locandiera è impegnata a stirare la biancheria, mentre, a poco a poco, la situazione s'infervora al pari del ferro che deve essere mantenuto caldo!
Come già la Lisistrata di Aristofane e come in seguito, in un certo qual modo, anche la Nora di Ibsen, la Mirandolina di Goldoni pone l'accento sulla propria intelligenza pretendendo, a ragione, di vedersi riconosciuti i dovuti spazi al di fuori di modelli maschilisti e misogini tuttora in auge. La penna del grande commediografo veneziano dipinge così un personaggio davvero delizioso, in netto contrasto con l’immagine della donna sottomessa imposta dalla mentalità dell’epoca che non tollera alcun tentativo di emancipazione dal giogo coniugale e domestico. Quello di Mirandolina incarna un ideale femminile provocatorio nei confronti dell'uomo sic et simpliciter e, al tempo stesso, della società patriarcale, dove le donne trovano la propria naturale e legittima dimensione come mogli e madri. Costei, invece, rompe scandalosamente gli schemi e anche quando decide infine di mutare stato civile, avanzando – lei! – proposta di nozze a un fidato cameriere della sua locanda, si dubita che possa essere disposta a rinunciare oltremisura alla propria libertà (“Finalmente con un tal matrimonio posso sperar di mettere al coperto il mio interesse e la mia riputazione, senza pregiudicare alla mia libertà.”). Inoltre, non sembra nutrire l'ambizione di arricchirsi o bramare titoli aristocratici da acquisire attraverso un matrimonio di convenienza, accontentandosi di ciò che è e che ha, mentre i rappresentanti della nobiltà, spesso senza nemmeno uno zecchino in tasca, hanno boria e mania di grandezza a dir poco ridicole.
In tempi in cui, ahinoi!, dei disprezzatori delle donne ancora non si scorge penuria e la quotidianità femminile risulta sempre rigorosamente in salita, ricordare testi come questo diventa quasi lenitivo. Da leggere e, per ovvi motivi, ancor più da veder rappresentata a teatro, “La Locandiera” è un'opera, dunque, che continua a occupare un posto d'onore nella assai vasta produzione goldoniana e che, dopo oltre due secoli e mezzo, conserva intatto il sempre valido monito – che gli “uomini presuntuosi” (ma persino qualche rappresentante del gentil sesso) non dovrebbero mai prendere alla leggera – a non disprezzar le donne.


Laura Vargiu

 
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