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  Letteratura  »  Dal fondo. I miei primi dieci anni, di Franca Canapini, edito da Youcaprint e recensito da Patrizaia Fazzi 22/03/2020
 
Dal fondo. I miei primi dieci anniFranca Canapini – Youcanprint – Pagg. 162 – ISBN 9788831610070Euro 12,00


A comprendere il titolo ci aiuta la stessa autrice rivolgendosi ai destinatari, le nipotine che vogliono sapere se davvero lei ‘è nata povera’. Scrive Franca Canapini nell’Introduzione:

vi regalo il racconto di una storia fossile, proveniente dal fondo della mia memoria, ma anche dal fondo dell’umanità e della gerarchia sociale: e pure dal ‘fundus’ nel significato latino di campo.

Queste parole consegnano idealmente la chiave di lettura di tutte le cinquanta storie, ognuna con un proprio titolo, di cui si compone il libro, che alterna nelle pagine anche poesie dell’Autrice e illustrazioni di oggetti e ambienti correlati all’arco di tempo raccontato, gli anni ’50. Sono questi gli anni del dopoguerra e della ricostruzione, anni che vedono la piccola Franca abitare con i genitori Gino e Adriana – dei quali è l’unica figlia, dopo la drammatica perdita dei primi due – in una località vicino a Chianciano Terme, Le Cavine, in piena campagna. C’era stato per questa piccola famiglia un primo passaggio storico: la famiglia patriarcale di cui faceva parte e che aveva resistito fino agli anni del conflitto a Poggio al Moro, dopo la guerra si è frammentata in nuclei familiari separati, fenomeno che avverrà più lentamente anche nelle campagne della Val di Chiana negli anni del boom economico. Scrive Franca Canapini:

In quella piccolissima casa, all’inizio, non c’era l’acqua corrente, la luce elettrica e il bagno era ridotto al solo gabinetto. Era nuova ma concepita all’antica…. L’unico lusso…la radio a batteria, dapprima una specie di grosso cassone marrone, poi, anno dopo anno, sempre più piccolo e meno gracchiante…(pp.10-11)

Intorno vivevano i vicini mezzadri che abitavano in “vecchi poderi”, con ancor meno comodità. Ma per la piccola Franca le case coloniche, le scale di pietra. I pagliai, gli animali da cortile, le stalle sono, come lei scrive “un presepe”, “un mondo di bellezza e serenità” che rende magiche le sue giornate e non le fa percepire la fatica e la povertà degli adulti.

.. io adoravo entrare in quelle loro vecchie case e scoprire tutte le stanze, i bugigattoli,, i grani, le logge, sedere nelle sere d’estate sulle tiepide scale di pietra serena, esplorare le aie coi loro pagliai di paglia e di fieno…, riposarmi, dopo corse sfrenate, all’ombra dei gelsi, sostare a osservare gli animali da cortile… e poi le stalle con le bianche vacche chianine tutte in fila che ruminavano lentamente e i vitellini che si alzavano malamente sulle loro ossute zampette e barcollavano per andare a succhiare il latte della mamma. Un presepe. Un mondo di bellezza e di serenità che rendeva magiche le mie giornate (pp.11-12)

Quando a sette anni la frequenza della scuola in paese la metterà a confronto con la vita delle “paesane” più benestanti e che vivono in case più agiate, l’autrice realizzerà la diversità di questa “favola selvatica”, ma reagirà con fierezza, tenendo nascoste le sue radici, senza perderne i valori.

Nelle pagine di Dal fondo si susseguono le descrizioni e i ricordi vividi di questi primi anni: la mamma e il suo tenero, rassicurante amore, la mamma, chiamata la “donna con la brocca” che la conduce con sé ad attingere l’acqua alla sorgente, a lavare i panni, a falciare il grano nel silenzio campestre rotti da fruscii di lucertole o canto di cicale.

Quando dopo pochi anni, verrà costruito, anche alle Cavine, l’acquedotto comunale e arriverà l’acqua in casa, sarà per lei e le altre famiglie il primo segno del miglioramento delle condizioni di vita e anche di quel complesso cambiamento che trasporterà tutta la società da tempi quasi immobili all’epoca degli elettrodomestici, delle automobili, della velocità e dei rumori.

Ma intanto Franca continua il suo percorso a ritroso nella memoria attraverso brani come La stufa a legna che segna il passo in avanti dal focolare, erede del fuoco paleolitico e punto di aggregazione familiare, ad un primo strumento di cucina più moderno ma tanto legato ad un modo di cucinare ormai desueto, usando legna, cenere per cuocere carne e verdure. Ed ancora è descritto il rito del pane, preparato settimanalmente dalla mamma il pomeriggio del sabato con il lievito madre custodito nella madia e il profumo delle pagnotte che uscivano calde dal forno… Per il vicinato La mamma Adriana era l’infermiera, mentre il babbo Gino la domenica mattina era il barbiere e anche queste scene, come tutte le altre, sono narrate con il punto di vista per lo più ‘interno’ di lei bambina che assiste a questi momenti di collaborazione e chiacchere scherzose o serie come ad uno spettacolo, un piccolo teatro.

Dall’ambiente familiare l’occhio del ricordo si amplia a quello sociale descrivendo i momenti più collettivi, come il corteo del funerale ad una piccola morta prematuramente, il matrimonio con gli sposi finti, ovvero di procura, ma con confetti e torte vere, le visite al cimitero ai due fratellini morti anzitempo, il passaggio del prete a quaresima, ma soprattutto la mietitura, la trebbiatura, la vendemmia, l’uccisione e la spezzatura del maiale, i momenti topici della vita agricola sia estiva che invernale. E non a caso le pagine che li raccontano sono intervallate da alcune scene del bellissimo Ciclo dei mesi che si trova nella lunetta della Pieve di Arezzo.

Non mancano descrizioni di paesaggi e momenti metereologici: si vedano i brani La strada, Il temporale, La neve del ’56, Il bosco, La piena, Il profumo dell’erba o di altri momenti di ritrovo o svago di quegli anni, che possiamo condividere come La rotella, I fumetti, La televisione, La lambretta, I giochi di gruppo…L’Autrice ci accompagna così pagina dopo pagina, storia dopo storia e tesse un mosaico di tanti aspetti e momenti, consuetudini ed usi della civiltà contadina che era rimasta immutata quasi per secoli e che vede modificarsi pian piano non solo i modi di vivere e di lavorare ma anche i rapporti interpersonali, i costumi, gli stili di vita (così come anche noi di quella generazione ed oltre stiamo oggi assistendo alla rivoluzione informatica).

Il libro si offre quindi non solo come un racconto ben scritto e coinvolgente dei ricordi di questa ‘favola selvatica’, ma come un vero e proprio documento storico, sociale, antropologico, ripercorso sul filo di una disincantata nostalgia, riletto con lucida analisi, con una matura consapevolezza della trasformazione avvenuta ed anche accettata del proprio cambiamento di città, di amicizie, di paesaggi (si veda il brano Il ritorno). Una recherche che tutti noi, come individui, sentiamo spesso l’esigenza di fare con l’andare degli anni e che personalmente mi appartiene anche per aver avuto lo stesso contatto, meno continuo ma diretto, con la realtà del mondo contadino in Val di Chiana - ed anche urbano per certi aspetti - di quegli anni stessi 50 e anche ’60, prima di quella profonda modificazione sociale ed economica che gli studiosi di storia potrebbero qui descrivere più dettagliatamente con numeri e dati precisi.

A noi piace ritrovarla e calarvisi con le cinquanta storie di Franca Canapini, ringraziandola per averci donato questo mazzo di ricordi condivisibili e un documento per i più giovani di quel ‘fondo’ da cui essi discendono, semi gettati da quelle generazioni senza televisione, telefono, cellulare, schermi artificiali. Unica visione la natura, i campi, gli animali domestici e da lavoro…, un paesaggio naturale ben antropizzato, in cui hanno vissuto coloni, mezzadri, ortolani e ricostruirlo e rievocarlo ci è sembrata proprio una scelta ben fatta.


Patrizia Fazzi

 
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