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  Letteratura  »  Il nome della rosa, di Umberto Eco, edito da Bompiani e recensito da Siti 21/04/2020
 
Il nome della rosa – Umberto Eco – Bompiani - Pagg. 618 – ISBN 9788830101180 - Euro 20,00


Al di là del nulla...un romanzo


Il lascito maggiore di questa lettura alla mia persona è saggiamente contenuto nella citazione del mistico Tommaso da Kempis che chiosa la prefazione al romanzo datata 5 gennaio 1980: “In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro”. Paradossale, quasi, nella finitezza, nella piccolezza, che mi distingue come lettrice: rifuggire, se posso, da quelle letture che è dato per certo essere impegnative perché, è sicuro , lasciano con la netta consapevolezza di non aver capito tutto, di non essere all’altezza culturale di poterle cogliere nella loro totalità. Ma, se è vero, che un’opera letteraria, direbbe il dotto magister, è per sua natura un’opera aperta, sia allora di consolazione sapere che anche questa non può sottrarsi all’esposizione del giudizio del lettore, al suo gusto personale e anche ai suoi limiti culturali. Buona pace per Eco, il quale, per divertirsi così con il suo lettore, ha richiamato nella sua nassa pesci grandi e piccoli, per cui la sua opera è stata fatta oggetto di infinito studio, di competizione culturale, impari, con un uomo dalla conoscenza enciclopedica, dalla memoria prodigiosa, dalla consapevolezza teorica che assomma discipline le più diverse, il tutto gestito dalla sapiente regia di uno studioso di semiotica. Non solo, è nota a tutti la trasposizione cinematografica che come sempre, a mio avviso, tradisce l’opera scritta: tutte le categorie narratologiche spazzate via da tecniche cinematografiche che, se da un lato materializzano l’iconografia dei luoghi ( non bastasse la mia immaginazione di lettore così abilmente supportata dai diversi strumenti messi in campo da Eco) dall’altro azzerano la gestione del tempo narrativo scandito da Eco a rendere una necessaria e ardua coincidenza tra tempo della narrazione e tempo della storia. Azzerati inoltre i meccanismi diluiti del giallo, il lento procedere dello svelamento degli indizi, la messa in gioco dell’abilità del lettore. Potrei continuare ancora su questa falsa riga ma in realtà mi preme molto di più chiarire e chiarirmi perché ancora una volta un’opera di difficile lettura, inarrivabile nella sua complessità, mi faccia al contempo sentire così piccola e insieme così “in pace”. Seguirebbe una lunga riflessione sull’atto della lettura, sul suo significato, sull’essere lettori mentre mi limiterò dopo questa inutile introduzione a dare una mia personale sensazione di lettura.
Gradevole fin dall’inizio è stato il richiamo al genere del romanzo storico, la strizzatina d’occhio dell’ironico Eco alla trovata, immancabile, del manoscritto, il gusto per il topos letterario, il divertimento intellettuale a richiamare moduli narrativi noti. Consolatorie, fin da subito, quando già minacciosi comparivano i primi riferimenti culturali per me sconosciuti, subdorati ma non indagati al fine di non perdere continuità nella lettura, l’alternasi delle sequenze puramente narrative e la tecnica di presentazione dei personaggi. Irresistibile già nell’ora terza del primo giorno il richiamo alla semiotica, al valore dei segni, alla loro decifrabilità e alla loro comunicabilità. E lì, volente o nolente, la trappola ha funzionato e ancora prima di imbattermi nelle successive, naturalmente solo in quelle che il mio limite culturale rendeva intellegibili, ho iniziato a rincorrere gli indizi: non i fatti contingenti alla soluzione del giallo ma i segnali di un disegno altro, quasi di un messaggio subliminale consegnato a quest’opera. E invece, bravissimo Eco, mi sono ritrovata ad attraversare le diverse fasi di appagamento che sono necessari al lettore: la progressione della trama, il senso della scoperta, la meraviglia che l’accompagna, l’ammirazione per la mimesi stilistica e per la ricostruzione storica. E poi il climax continuo, la lotta tra il bene e il male, il conforto delle vecchie care antitesi e perché no il dirottamento verso una sorta di immedesimazione e di edificante protagonismo, la catarsi finale, senza né vinti né vincitori ma solo lo sprofondare nell’assoluto trionfo del caso e nell’annullamento di ogni categoria, la pace dell’assenza di qualsiasi segno …”stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”.


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