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  Letteratura  »  I ragazzi del ciliegio. 1918 1945, di Fiorella Borin, edito da Solfanelli e recensito da Piera Maria Chessa 03/05/2020
 
I ragazzi del ciliegio. 1918-1945 - Fiorella Borin – Solfanelli – Pagg. 320 – ISBN 978-88-3305-117-8 – Euro 20,00




Quando ho concluso la lettura del libro I ragazzi del ciliegio, di Fiorella Borin, ho sentito in me quasi un senso di smarrimento, qualcosa di così profondo che ti lacera dentro.
Sembra quasi impossibile pensare che l’uomo, nel periodo storico in cui il romanzo è ambientato, possa aver fatto così tanto male, sia potuto arrivare così giù, nell’abisso più profondo. E invece è stato possibile
Mi veniva difficile, in quel momento di sincera sofferenza, provare a raccontare, in sintesi, la storia che Fiorella Borin ci ha fatto invece conoscere con tanta bravura. Ho tuttavia voluto provarci.
E’ una storia avvincente, tanto bella quanto tragica.
Nella sua prima parte è il racconto appassionato di un’amicizia, quella vera, nata tra alcuni ragazzi veneti che all’inizio incontriamo quando sono ancora poco più che bambini. Un gruppetto di amici che spesso si danno appuntamento sotto un ciliegio. Da questo particolare trae spunto il titolo del libro. E’ bellissima, tra l’altro, la copertina, un dipinto in cui sembra, e non è un caso, che il ciliegio, e i ragazzi con lui, debbano precipitare in un abisso.
La storia incomincia nel 1918, prosegue nel 1919, e poi ancora nel 1920. E nel frattempo i ragazzi crescono. Hanno nomi belli, si chiamano Giorgio, Girolamo, Ettore. Sembra di vederli e di conoscerli nelle loro caratteristiche fisiche, ma anche nei tratti fondamentali dei loro caratteri. Ettore, alto e massiccio, di qualche anno più grande, la scuola non è mai stata il suo forte, con i suoi lunghi silenzi, ma anche con uno straordinario talento per il disegno, Giorgio, col suo temperamento gioviale e accogliente, bravissimo negli studi, Girolamo, dal carattere mite… Ognuno diverso dall’altro, ma uniti da un’amicizia che durerà per tutta la vita, e forse anche oltre. E poi c’è Gilberto, il fratello di Giorgio, e Mario, carissimo amico e compagno di scuola di Giorgio al liceo Tito Livio di Padova, Ernesto, il fratello di Ettore, e Vincenzo, il loro cugino, entrambi catturati dalla bellezza della musica. E tutti sembrano guardare al futuro con fiducia.
Si arriva all’ottobre del 1922, e spesso, sui giornali, si parla di Mussolini. Anche agli amici capita, come se fossero già adulti, di parlarne tra di loro. Giorgio si mostra piuttosto insofferente fin dall’inizio, sa guardare un po’ più lontano… Il tempo passa, i ragazzi crescono, alcuni di loro completano gli studi secondari.
Giorgio e Mario proseguiranno gli studi fino all’università, Girolamo diventerà ragioniere. Ettore andrà a Venezia a frequentare l’Accademia di Belle Arti, inseguendo un sogno. Per lui e per Girolamo, tutto questo sarà possibile grazie alla generosità di due benefattori: i genitori del loro amico Giorgio.
Ed eccoli i genitori di Giorgio. La mamma, chiamata dagli amici “la professoressa”, il padre sarà invece per tutti “il dottore”.
Due personaggi che fin dalle prime pagine si impara ad amare.
Lei, pianista e violinista, che per amore ha abbandonato una carriera probabilmente molto soddisfacente, continuerà a suonare per il marito e i figli il violino e il pianoforte, lui, medico, innamorato come pochi della sua compagna di una vita.
Ma si avvicinano gli anni della seconda guerra mondiale, e con loro un enorme carico di dolore: la chiamata alle armi di tantissimi ragazzi, poco più che bambini, la famigerata campagna di Russia, la devastante ritirata…
Sembra impossibile descrivere l’orrore di quegli anni, eppure Fiorella Borin l’ha fatto in modo egregio. E chissà quanta sofferenza nel raccontare questa storia, che senza ombra di dubbio l’ha coinvolta profondamente.

Il tempo dei sogni giovanili per “i ragazzi del ciliegio”, si è ormai concluso. Davanti a loro una guerra difficile da capire. Ettore partirà come volontario per l’Africa, in seguito ad una grande delusione, Giorgio per la Russia, e insieme a lui tantissimi ragazzi ancora più giovani, moltissimi ventenni, strappati ai sogni e alle famiglie. Incontrerà anche alcuni volti conosciuti, Ernesto e Vincenzo, e saranno brevi momenti di sollievo e condivisione. Quante piccole ma importanti storie si intrecceranno in quegli anni! Piccole storie che andranno a formare un grande mosaico, risucchiate dentro la grande terribile storia della ritirata dei soldati italiani, che non avevano chiesto di combattere una guerra mai capita.
Altri personaggi, nel magnifico racconto di Fiorella Borin, alcuni rimarranno impressi a lungo nella nostra memoria di lettori. Sara, Carla, il capitano Morelli, l’attendente Candido Mosca, i vecchi incontrati nelle isbe, le diverse donne ucraine, spesso vecchie, che accoglievano i poveri soldati italiani magari per una notte, offrendo loro quel poco che avevano; e poi le giovanissime ragazze ucraine, portate vie senza nessun riguardo strappandole alla famiglia. E Mariella, Giovanni da Chieti…
E ci sono anche i ricordi… Il diario di Giorgio, i suoi appunti accurati e dolorosi, per non dimenticare, per far conoscere che cosa è stata la Campagna di Russia, Perché nessuno dica che non è successo niente. E sarà sempre Giorgio a chiedere ai suoi soldati di scrivere le proprie memorie.
Ed eccoli i ricordi di Ernesto, di Vincenzo, e di altri. Fanno tenerezza quei loro scritti messi giù come potevano, ragazzi di poca istruzione ma con un cuore grande, così affezionati al “loro” capitano.
In questo libro straordinario ci sono anche le lettere. Quelle di Giorgio, di Girolamo, di Ettore, scritte ma poche volte arrivate a destinazione, e quelle di Emma, sua sorella, fanatica simpatizzante, fin da giovanissima, di Mussolini e di Hitler.
Quanto ancora, spinta da un grande interesse per questo libro, mi verrebbe da raccontare, ma mi accorgo di essere andata fin troppo avanti nelle mie osservazioni. Mi fermo qui, con la speranza tuttavia di aver suscitato, in chi leggerà questa mia Nota, un po’ di curiosità e il desiderio di avvicinarsi a un libro così denso e così bello.
Un libro che merita di essere non solo letto, spero da tante persone, ma diffuso soprattutto nelle scuole, escludendo forse la primaria, per via dell’età dei bambini che la frequentano.
Io personalmente ringrazio Fiorella per averlo scritto, sono state davvero tante le riflessioni scaturite da questa lettura.

***

 

Il brano che segue è tratto da una lettera scritta da Giorgio a sua figlia.

 

Rileggendo i miei appunti, molte volte il pensiero è andato a tutte quelle donne ucraine, giovani e vecchie, ma tutte infinitamente buone e pietose, che hanno creduto di vedere nei soldati italiani abbandonati lungo le dolorose strade di una tragica ritirata invernale, il loro fratello, il loro fidanzato, il loro sposo, il loro figlio. Tanti dei nostri soldati, sfiniti di stanchezza o feriti, e amorosamente portati nelle povere ma tiepide isbe, nutriti con quel poco che era stato possibile salvare dalle razzie tedesche, potranno testimoniare un giorno dell’animo infinitamente buono e dell’eroismo delle donne ucraine che nella loro pietosa opera di bene hanno sfidato le ire della polizia ucraino-collaboratrice e delle famigerate SS tedesche. E i racconti di questi soldati, strappati miracolosamente alla morte da quelle persone che essi erano stati mandati a combattere, costituiranno un inno a quella bontà che è al di sopra di ogni risentimento e di ogni partito; a quella bontà fatta di grande amore e di infinità onestà.”


Piera Maria Chessa

 
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