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  Letteratura  »  Quasi un ossimoro “Acquerelli gotici”, di Renzo Montagnoli 22/08/2020
 
Quasi un ossimoro “Acquerelli gotici”

di Renzo Montagnoli



L’acquerello è un dipinto in genere dai colori tenui e rappresenta paesaggi o nature morte, ma non è facile trovare simili dipinti che richiamino all’ossessivo memento mori.



Ci risiamo, Gianluca Ferrari colpisce ancora con una nuova corposa raccolta, come al solito edita in proprio, ma quel che stupisce maggiormente è l’ecletticità. Infatti passa con disinvoltura da Bestiario e da Fiori, due sillogi monotematiche su altrettanti aspetti della natura che influiscono sull’animo umano, a Il posto delle fragole, raccolta dei ricordi della giovinezza e in particolare delle villeggiature trascorse in un paesino dell’Appennino Emiliano. A onor del vero le tre opere hanno un naturale collegamento rappresentato dalle bellezze della natura, capaci di suscitare emozioni che non si cancellano con l’età. Quindi dovrei essere abituato alla produzione poetica di questo autore e anche lo sono, ma lui non finisce di stupire ed ecco che allora mi fa pervenire una una raccolta di ben 294 pagine intitolata Acquerelli gotici. Come è notorio il romanzo gotico è un genere nella seconda metà del ‘700, contraddistinto dalla presenza di elementi romantici e dell’orrore. Tanto per chiarire meglio di che si tratta una celebre opera gotica del 1818 è Frankenstein di Mary Shelley, moglie del famoso poeta Percy Bysshe Shelley. Però si tratta di narrativa e quindi di prosa, e pertanto pensare a poesie improntate al genere gotico è effettivamente un po’ arduo. Eppure, leggendo i testi di questo coroposo volume, se non proprio si assiste a uno sviluppo dell’orrore, almeno si ravvisa un accentuato pessimismo con delle note anche un po’ lugubri. In realtà di tratta di una visione del mondo non tanto in chiaro-scuro, bensì in diverse sfumature di grigio, da una vittima nel naufragio di un carico di migranti alla perdita della tradizionale identità della città di Modena, insomma una serie di fatti, o misfatti, di osservazoni, di sensazioni che riducono questo nostro mondo a una specie di impero decadente, senza prospettive e, soprattutto, senza speranze per il futuro. Sinceramente non mi aspettavo una visione così pessimistica, anche se sostanzialmente condivisibile, ben esposta, a tratti palpitante, ma per lo più contraddistinta da un rassegnato distacco. Tutto questo mio discorso in realtà potrebbe risultare poco comprensibile, ma d’altra parte sono tante le poesie che è difficile fare una sintesi unilaterale e allora credo che non vi sia nulla di meglio di vedere di cosa si tratta, pubblicando i versi di una lirica, ispirata da un quadro riportato in copertina e che è Autoritratto con la Morte che suona il violino, di Arnold Böcklin (1872, Alte Nationalgalerie Berlino ). Sono sicuro che leggendo si comprenderà benissimo il valore, indubbio, di questa silloge.

Autoritratto con Morte che suona il violino / ad Arnold Böcklin / Ti sei fermato all’improvviso / e non intingi più il pennello / nella tavolozza; ascolti qualche cosa / che per te solo viene e ti sorprende / e strozza - Ah violino che per archetto / hai la caduta della foglia / soltanto una tesa corda / le Parche danzano sul filo d’argento: / dicono rassomigli, tale suono, / a rintocco che sprofonda nell’orbita / vuota di Quella che alle spalle incombe / con l’annichilente serenata: / ogni tuo palpito petalo della più / conturbante rosa (si disfa il tempo: unica melodia / a restare impressa / sullo spartito del silenzio). / Nessuno è più lo stesso / dopo averla ascoltata.

























 
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