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  Letteratura  »  L’angusto sentiero del Nord, di Matsuo Basho, edito da Vallardi e recensito da Franca Canapini 25/11/2020
 
L’angusto sentiero del Nord – Matsuo Basho – Vallardi – Pagg. 120 – ISBN 9788876964169 – Euro 12,00



Nella primavera del 1689 Basho partì per il suo viaggio di poesia più lungo e creativo nelle zone del Giappone settentrionale. Percorse 2.500 chilometri in 156 giorni. Dal viaggio nacquero alcuni dei suoi haiku più belli raccolti nell’Oku-no-hosomichi (Lo stretto sentiero nel profondo del paese, che noi traduciamo: L’angusto sentiero del Nord, 1694).”



Anche se quasi mai ce ne accorgiamo, ogni cosa accade al momento giusto. Il mio incontro con Basho non poteva avvenire anni fa quando, piena di impegni di ogni tipo e di ansia, andavo scrivendo “…In corsa nelle nostre scatolette di metallo/sbirciavamo dai vetri la natura…”; ci voleva che gli impegni scemassero insieme alle responsabilità per conquistare quella quasi calma interiore che ti permette, almeno in certi momenti, di giungere alla consapevolezza del vuoto e/o alla contemplazione della natura. Allora non sembrano più banali 3 versi o 5 versi, con i quali il poeta tenta la sintesi estrema di un momento di vita in cui tempo, paesaggio e sguardo sono un tutt’uno.
Il percorso di apprendistato poetico per me è un percorso volto alla ricerca di una più profonda conoscenza di sé e del mondo. Ricerca che procede a spirale e non ha termine. Ogni cerchio della spirale è un ciclo di vita la cui essenza ho cercato di esprimere in versi: le vecchie stagioni, l’immersione nella poesia, l’occhio dentro di me, l’occhio sulla gente in cammino, la greca consapevolezza di trovarci in un mondo splendido e tragico.
Ora che il mio occhio comincia a cogliere la quiete che sta sotto il frenetico movimento di ogni cosa, ad accettare con serenità il momento, a volare un po’ più alto degli umani travagli e delle inquietudini, forse provare ad esprimermi con haiku o tanka non è solo un giocare con la metrica. Forse questo tipo di poesie si scrivono quando ci sentiamo, come dice Ungaretti “…docili fibre dell’universo…” o semplicemente “vivente tra i viventi”. Ora sono pronta a incontrare Matzu Basho.


I giorni e le notti si alternano fugaci, come perle sfilate da un rosario. Ugualmente gli anni sorgono e tramontano. La nostra vita è un viaggio, che alcuni trascorrono in barca; altri per strada, finché non invecchiano i cavalli del loro carro. Non è la strada la nostra vera dimora? Lo mostrano i poeti d’un tempo che hanno incontrato la morte camminando. Anche per me giunse il giorno in cui l’infinita libertà delle nuvole mosse dal vento chiamava a vagabondare….”


Capirete che un tale incipit v’inchioda alla lettura dell’intero libriccino. Benedetta sia la rete che offre, gratuitamente e nel comfort della nostra casa, la lettura di opere anche vecchie di secoli e nate in luoghi lontani!

Basho mi parla da un Giappone di 300 anni fa, come Dante, mesi orsono, mi parlava da una Firenze di 700 e più anni fa. Perché questo accostamento insolito? Perché nell’addentrami nella lettura di “L’angusto sentiero del Nord” come in quella della “Vita Nova” ho trovato corrispondenze e similitudini. Entrambi i poeti, infatti, compongono quello che viene chiamato “prosimetro”, un testo misto di prosa e poesia; ma, soprattutto, entrambi – e questo mi ha stupito molto e fatto sorridere – raccontano con grande precisione i loro momenti poietici (come gli nascono le poesie, dove erano, quello che sentivano, con quali tecniche lo hanno espresso…) Sorridere perché mi dico che loro si prendevano molto sul serio, ci credevano in se stessi e nel loro messaggio. Credevano così tanto nella funzione sociale della poesia che ci hanno spiegato anche come le componevano. E m’interrogo: sono io (ovviamente nel mio infimissimo poetare rispetto ai questi Giganti) che non mi prendo sul serio o è proprio passata l’epoca in cui la poesia aveva così tanta importanza sociale? Forse entrambe le cose.

Resta il fatto che i poeti da sempre sono strani esseri umani dalla sensibilità esasperata. Mentre gran parte dell’umanità si dedica alle attività più disparate, a volte anche distruggendo intere generazioni in guerre insensate, il poeta è come se la guardasse, come se fosse un grande occhio che la riflettesse, ma nel farlo, con le sue parole, ne costruisce passo passo la memoria e la lascia in eredità.

I nuovi poeti raccolgono il testimone e ne proseguono l’azione, colorando con la loro sfumatura personale il simbolo creato dal primo osservatore.
E’ quello che farà Basho, intraprendendo verso la fine della primavera, nel 1689, insieme al discepolo Sora, un difficoltoso viaggio verso le selve dell’Honshū del nord.

Il ventisettesimo giorno della Terza Luna (18 di Maggio) sorse un’alba nebbiosa. La luna impallidiva; nella debole luce del mattino scorgevo appena la cima del monte Fuji incorniciata di rami alti e fioriti dei ciliegi di Ueno e di Yanaka, chiedendomi, triste, se mai avrei rivisto questi luoghi, che mi cullavano fin dalla giovinezza.
Gli amici che la sera prima ci tenevano compagnia, salirono sul battello, per accompagnarci un tratto. Sbarcammo a Senju e avevo il cuore stretto davanti alle mille miglia d’avventura che mi attendevano. Anche se il mondo transitorio è un sogno, ero tanto angosciato da piangere.”
Fine della primavera

anche gli uccelli gridano

i pesci hanno lacrime agli occhi


Basho parte daTokio perché il successo ottenuto con il suo poetare non lo soddisfa e neppure il fatto di avere molti discepoli lo trattiene. Ha bisogno di vedere, sperimentare, cercare per migliorare la sua poesia. E migliorarla vorrà dire sfrondarla di qualunque manierismo, tornare alla pura semplicità, all’osservazione della natura, catturare il lampo d’intuizione generato dalla pienezza del momento.
Le tappe principali saranno Nikkō, Toshogu, Matsushima, Kisagata e Kanazawa, fino ad arrivare all’isola di Sado. Affronta i disagi del viaggio dovuti al clima, alle impervie montagne, alla difficoltà di trovare alloggi con la passione che lo conduce a cercare nel territorio le tracce storiche e artistiche del Giappone. Di ogni luogo fisico che tocca ci racconta una storia mitica, di ogni tempio la storia dell’autore, di ogni poeta del passato va a ricercare (e questo mi ha innamorato) gli oggetti reali eternati nelle poesie.

“…Sul greto di un’isola vicina s’innalza l’annoso ciliegio, di cui Saigyo ha immortalato il riflesso nell’acqua, scrivendo:

I pescatori
passano remando
sui fiori di ciliegio

Quest’albero, più volte centenario, testimonia Saigyo…”


E questo sopra è solo uno dei tanti riferimenti alle “cose” dei poeti passati tanto che il suo passo reale sembra diventare un camminare intenso nella cultura del proprio paese.
E non mancano le visite a anacoreti viventi nei luoghi più solitari e difficili da raggiungere, ai monasteri Zen, ai poeti contemporanei, con i quali a volte si diletta a scrivere e spesso ne riporta i versi, come quelli di Sora:

Durante la notte
ascolto il vento d’autunno
rodere le colline


Molti sono gli incontri e di tutti i tipi. Il poeta osserva, ricorda, associa, medita e produce commuovendosi.
“…Ma in questo caso non ci sono dubbi: questa stele eretta quasi mille anni fa è un testimone vero e sincero del passato. Aver avuto la possibilità di vederla e di toccarla basterebbe a giustificare questo viaggio azzardato. In questo momento di incomparabile felicità piangevo di gioia dimenticando le fatiche del cammino…”


Vorrei dire ancora perché questo libro è un delicato capolavoro ma non giungerei mai alla sintetica chiarezza del monaco letterato Soryu che ne ha steso la prima splendida esegesi:


(Ad opera del pennello di Soryu, monaco letterato che mise l’ultima mano sull’edizione originale del testo).
In questo opuscolo la più limpida sobrietà si sposa ad una sovrana eleganza, uno stile rude e vigoroso si alterna a tocchi di delicatezza quasi femminile.
Seguendo L’angusto sentiero del Nord il lettore talvolta esplode in applausi, tal’altra china il capo, emozionato. Magari proverà il desiderio di calzare a sua volta l’ampio cappello del pellegrino e affrontare la strada, a meno che preferisca ripercorrere queste immagini incantate chiudendo gli occhi in piena tranquillità. Certo troverà un’infinita varietà, sgranando il rosario di perle costituito dai capitoli. Che viaggio straordinario, e che ricchezza d’espressione!
E che tristezza sapere che un poeta tanto meritevole è oggi un vecchio fragile e provato, le cui sopracciglia imbiancano ogni giorno di più.
Soryu 
all’inizio dell’estate 
del settimo anno di Genroku (1694).



l
l canto d’un grillo
sale dall’armatura dell’eroe morto
così vanno le cose (Basho)


Franca Canapini


https://lieve2011.wordpress.com/




 
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