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  Letteratura  »  L’archivio del diavolo, di Pupi Avati, edito da Solferino e recensito da Aurelio Caliri 31/12/2020
 
L’archivio del diavolo – Pupi Avati – Solferino – narrativa – Pagg. 272 – ISBN 9788828203605 – Euro 16,00


L’archivio del diavolo” di Pupi Avati, pubblicato da “Solferino Editore”, è di certo un libro strano, inquietante; per certi aspetti spiazzante per il lettore attento che dello scrittore - regista ha letto romanzi come “La grande invenzione” o “Il padre di Giovanna”. Ma, inoltrandosi in una storia senz’altro sconvolgente e coinvolgente, riscontra l’ironia sottile e insieme la profonda umanità che sono caratteristiche peculiari del suo stile; più stringenti però, più manifeste, perché il trascorrere del tempo lo porta a una più vasta maturità che presenta risvolti sempre nuovi in un temperamento così sensibile ed eclettico.

Il personaggio centrale della storia intorno a cui ruotano tutti gli altri, è don Stefano Nascetti, veneto, il quale da ragazzo subisce un trauma tremendo che segnerà per sempre il corso della sua vita e lo porterà a cercare rifugio nella Chiesa divenendo prete.

Ma la sorte continua ad accanirsi contro di lui. E’ depositario, in confessione, di un’esperienza anch’essa terribile di una donna che gli si aggrappa in cerca di aiuto e finisce per perseguitarlo col ricatto di suicidarsi. Da qui il giallo del suicidio (o omicidio) nel quale don Stefano per caso è coinvolto come testimone. Egli allora si confida col suo padre spirituale, e quindi col patriarca di Venezia, temendo di venire tirato in causa, addirittura come probabile responsabile della morte della donna. Così viene trasferito in un paese sperduto del Veneto, Lio Piccolo, dove c’è una parrocchia chiusa a causa di un episodio misterioso e tragico. Qui incontra Silvana, una bella ragazza, e tra i due si intreccia un’attrazione fatale, propiziata anche da una scoperta orrenda che entrambi hanno portato alla luce proprio nella cripta della chiesa. Lo scandalo è clamoroso e don Stefano non può sottrarsi perché strumentalizzato dal suo aguzzino, il questore di Venezia Carlo Saintjust, un essere abietto, il quale lo ricatta.

Il racconto, fino all’ ulteriore tragedia finale, si snoda con colpi di scena continui, tracciati dall’Autore con una lucidità che non dà tregua, con uno stile di scrittura strepitoso che spinge il lettore a divorare le pagine per la forte esigenza di dipanare un mistero così fitto. A tutto ciò bisogna aggiungere che fin dalla prima pagina è come se ci sia un susseguirsi di flash quasi cinematografici che illuminano la scena e rendono ancora più avvincente la trama. E chi, meglio di Avati, poteva creare un’atmosfera simile?

Bisogna ancora aggiungere che si riscontrano nel romanzo piccole parti oscure, zone volutamente in ombra che creano un’ulteriore tensione e interesse e che rimandano a un “altrove” che incombe sull’esistenza degli uomini. E la presenza della morte pervade il libro e minaccia senza tregua. Ma è un sentimento, questo, che non ha niente di torbido, di truce, ma è solo un qualcosa di ineluttabile, per cui bisogna rassegnarsi, accettare.

Scrive Avati, a proposito del ritrovamento macabro del corpo dello scrittore Gogol’ ( una storia questa parallela alle altre):

Le sole cose dei defunti destinate a sopravvivere sono alcuni loro pensieri. Pensieri così intensi e ben delineati da essersi affrancati dalla loro morte per andare ad aggiungersi a quel grande giacimento delle cose immaginate che si trova in un luogo remoto che non ha nome.

Nella vita la maggior parte di noi ha avuto accesso a quel bacino di pensieri altrui.

Accesso che avviene nei momenti di massimo sfinimento, dovuto a un grande dolore, all’infierire di una malattia o anche più comunemente a quella resa che prelude l’imporsi del sonno. Raggiungendo il margine di quell’immenso lago colmo di volti, di luoghi, di suoni misteriosi si ha la sensazione di avere avuto accesso all’ignoto.

Gogol’ ogni sera della sua breve vita fu raggiunto da quelle immagini enigmatiche. Lui sapeva come fare propri i pensieri dei morti”.

Intuizione straordinaria, geniale. Mi sembra che in questo piccolo passo stia la chiave del racconto di Pupi Avati, che diviene struggente senza darlo troppo a vedere, scavando nei meandri della nostra vita proiettata verso il nulla, nel quale l’uomo tuttavia non si “annulla” ma di cui piuttosto rimane la sua essenza immortale, la sua bellezza e grandezza. Finalmente non effimere.


Aurelio Caliri


 
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