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  Letteratura  »  L’idiota, di Fedor Dostoevskij, edito da Garzanti e recensito da Siti 18/02/2021
 
L’idiota – Fedor Dostoevskij – Garzanti – Pagg. XXX-709 – ISBN 9788811810209 – Euro 13,00


Cercando un altro Egitto


Fatico sempre a leggere Dostoevskij, mi trascino quasi caparbia, cercando di superare tutte le mie perplessità fino a quando non giungo, soddisfatta, a ultimare la lettura. Così è stato anche per il suo romanzo più gradito dal pubblico di lettori, quello che, essendo anche il più letto, rischia di essere il più banalizzato. Dalla celebre citazione “La bellezza salverà il mondo”, alla lettura in chiave cristologica o ancora alla più ingenua celebrazione della bontà fatta personaggio, si rischia di semplificare eccessivamente o peggio ancora di limitare il potenziale espressivo di tale scritto. Sarebbe invece utile e opportuno ricondurlo alla biografia dell’autore, ricordare che è il prodotto di una fatica letteraria ispirata ma purtroppo canalizzata nel ritmo forsennato dei contratti capestro che imbrigliavano l’autore a causa delle sue difficoltà finanziarie, da giocatore. Sarebbe ancor più onesto evidenziare che non è nemmeno un romanzo perfetto, stilisticamente parlando. Fatto questo, penso, si potrebbe sgomberare il campo e parlarne apertamente.
Il principe Lev Mikolaevic Myskin è un personaggio complesso al quale neanche il titolo dello stesso romanzo rende giustizia, confinandolo in un’ambiguità lessicale che si diverte a sballottarlo tra la demenza e l’eccessiva bontà, passando attraverso il contrappasso dell’epilessia (piccola nota autobiografica). Un ragazzo senza radici ma con un albero genealogico importante, un piccolo granello di sabbia che nessuno noterebbe in una sterminata distesa di un deserto, andandosi a confondere con tutti gli altri a lui simili, se quello stesso granello non inceppasse il meccanismo del mondo nel quale si è calato. Eppure anche lui è sabbia, come gli altri. Ma è il granello che disturba, quello che separandosi dalla massa a cui apparteneva, è capace da solo di fungere da forza centripeta, da polo di attrazione, anche quando non è presente.
Il treno Varsavia - Pietroburgo scaraventa in scena, in una vera e propria drammatica piece corale, un inconsapevole attore che si ritrova a reggere la scena senza impersonare alcun ruolo, privo in fondo di quel sottile meccanismo che si chiama finzione. Semplicemente mette in scena se stesso interagendo però con attori professionisti i quali seguono tutti, bene o male, il loro copione. Non si intuisce subito questo scollamento, anche perché lo strano personaggio, incapace di calcare la scena, appena entrato nel salotto degli Epancin, subito parla a ragion veduta di ghigliottine, pena di morte come assassinio legale e del supplizio di chi ha vissuto gli attimi precedenti una condanna a morte … e può raccontarlo ( altra interessante nota autobiografica). Il suo interagire con le signorine Epancin e con la generalessa lo porterà alla prima goffaggine di una serie infinita, mentre pian piano entrano in scena, per giustapposizione, tutti gli altri personaggi. È il bel mondo pietroburghese già scardinato dalle sue certezze, una sintesi mirabile della nuova mistura sociale che si insinua nei salotti, li insozza e li abbruttisce. Un nuovo mondo dove la nobiltà è tramontata anche se cerca ancora di non arretrare il passo rispetto al nuovo che avanza. Speculazioni che mettono in crisi i rapporti tra padri e figli, tra coniugi, tra possibili amanti. Una rete sociale ingarbugliata, sempre tesa, pronta all’ennesimo sgambetto. Via via gli innumerevoli personaggi convergono relazionandosi tra di loro, al centro lui, il principe, portatore di una nuova umanità, che genera ironia, rabbia, compassione, odio, amore. In prima persona o di riflesso, facendo emergere su tutte le indimenticabili figure di Nastasha e di Aglaja e in misura marginale di Varvara. Tre piccole donne, due polarizzate intorno al principe, l’altra degna contraltare dell’arrivista fratello Ganja: tre piccoli misteri del cuore umano capaci di generare al tempo stesso odio e amore. Un epilogo triste, senza speranza che restituisce il principe al limbo che lo ha generato.


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