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  Letteratura  »  Etty Hillesum: una giovane donna ebrea, vittima della Shoah, che non si arrese mai, di Piera Maria Chessa 28/02/2021
 
Etty Hillesum: una giovane donna ebrea, vittima della Shoah, che non si arrese mai

di Piera Maria Chessa



Quando si finisce di leggere il Diario e le Lettere di Etty Hillesum ci si accorge di essere entrati in un mondo che non ha proprio niente in comune con il nostro. Per un momento almeno sembra quasi impossibile ritornare in quella che noi chiamiamo la nostra vita. Poi, un po’ alla volta, incominciamo a ritrovarci, e proviamo uno sconcerto e una tristezza infinita pensando a quanto l’uomo possa essere capace di crudeltà, sadismo, totale indifferenza verso i propri simili. E allora, ai precedenti sentimenti subentrano un’indignazione e un disprezzo profondi.
Stati d’animo che io provo ancora ogni qualvolta mi predispongo a leggere libri e articoli relativi alla Shoah, nonostante li abbia già letti precedentemente, come in questo caso.

Esther Hillesum, conosciuta da tutti come Etty, nacque a Middelburg, in Olanda, il 15 gennaio del 1914, e morì ad Auschwitz il 30 novembre del 1943. Suo padre era nato ad Amsterdam, la madre era invece russa. Aveva due fratelli: Michael, chiamato Mischa, e Jacob, conosciuto come Jaap. Mischa, musicista già affermato, morirà insieme ai genitori e ad Etty ad Auschwitz, Jaap, particolarmente portato per le scienze, diventerà medico, e morirà durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi, dopo la liberazione.
Etty era una ragazza brillante e senza preconcetti, estremamente libera, forse un po’ insoddisfatta e ancora alla ricerca di veri punti di riferimento. Si laureò in giurisprudenza, poi si dedicò allo studio delle lingue slave, che dovette interrompere a causa della guerra. Riuscì invece a completare gli studi di Lingua e Letteratura russa. Lettrice appassionata, amò profondamente Rilke, autore che citerà spesso nei suoi scritti.
La sua vita ebbe però una svolta decisiva quando incontrò Julius Spier, uno psicologo e psicoterapeuta tedesco, allievo di Jung, con quale visse una storia intensa e complessa.
Sarà tuttavia la dura esperienza nel campo di Westerbork, in Olanda, dove visse dall’agosto del 1942 al settembre del 1943, luogo di smistamento prima della partenza dei prigionieri per Auschwitz, a trasformarla in una donna forte e coraggiosa, e a portarla a dedicare la sua vita ai suoi compagni di detenzione e al dialogo con Dio.
Un dialogo intenso, profondo, di abbandono alla sua volontà, ma anche di richiesta di aiuto, non per sè, ma per i tanti prigionieri del campo che presto persero la loro dignità di uomini e la voglia di reagire. Etty intuì da subito quel che stava succedendo, non in una singola nazione ma nell’Europa intera. Certamente non poteva ancora sapere in che modo sarebbero stati uccisi, ma molto lucidamente capiva che si stava compiendo un “destino di massa”, si trattava solo di tempo.
Nel campo di Westerbork continuerà a scrivere il suo
 Diario. Cercherà di annotare tutto, e sarà molto faticoso perché potrà farlo nei pochissimi momenti a sua disposizione. Svolgeva il suo compito di assistente sociale con notevole impegno. Attraversava tante volte il campo, si recava nelle “baracche” portando aiuti concreti e sollievo, camminando sempre in mezzo al fango, e senza mai lamentarsi.
Sempre nel Campo scrisse la maggior parte delle sue
 Lettere. Molte ai cari amici lasciati ad Amsterdam, dove lei e la famiglia avevano vissuto. Racconta loro come si svolgeva la vita, la sofferenza delle persone intorno a lei, ma anche le sue riflessioni e gli stati d’animo. Cercava di non mostrarsi mai troppo fragile o sfiduciata. E quando questo succedeva e si lasciava un po’ andare, quasi si giustificava.
Era sempre molto preoccupata per i genitori, temeva il momento in cui sarebbero dovuti partire per Auschwitz, li aiutava in tutti i modi e cercava di non pensarci troppo.
Aveva avuto modo di salvarsi, un po’ di tempo prima, gli amici avevano programmato persino una fuga, ma lei non ne volle mai sapere, aveva già deciso di seguire la sorte di tutti gli altri prigionieri, compresi i genitori e il fratello.

Il 7 settembre del 1943, Etty e la sua famiglia furono inseriti nella lista delle persone che dovevano partire per Auschwitz. Iniziò così il loro ultimo viaggio.
I genitori morirono lo stesso giorno dell’arrivo, Etty il 30 novembre dello stesso anno, il fratello Mischa il 31 marzo del 1944. L’altro fratello, Jaap, che era stato portato a Bergen Belsen nel febbraio di quell’anno, morirà il 27 gennaio del 1945, forse per tifo, mentre ritornava, come si è detto prima, verso casa.

Concludo ricordando un’azione che Etty Hillesum compì sul treno che li portava via: gettò da un finestrino una cartolina sulla quale aveva scritto: “Abbiamo lasciato il campo cantando.”
La trovarono alcuni contadini, che si incaricarono anche di spedirla.
Quello fu il suo ultimo scritto.


Di seguito due brani tratti rispettivamente dal Diario e dalle Lettere.

Venerdì 10 luglio 1942 Etty scriveva:

Un giorno pesante, molto pesante. Un “destino di massa” che si deve imparare a sopportare insieme con gli altri, eliminando tutti gli infantilismi personali. Chiunque si voglia salvare deve pur sapere che se non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo posto. Come se importasse molto se si tratti proprio di me, o piuttosto di un altro, o di un altro ancora. E’ diventato ormai un “destino di massa” e si dev’essere ben chiari su questo punto. Un giorno molto pesante. Ma ogni volta so ritrovare me stessa in una preghiera – e pregare mi sarà sempre possibile, anche nello spazio più ristretto. E, come fosse un fagottino, io mi lego sempre più strettamente sulla schiena, e porto sempre più come una cosa mia quel pezzetto di destino che sono in grado di sopportare: con questo fagottino già cammino per le strade.
Dovrei impugnare questa sottile penna stilografica come se fosse un martello e le mie parole dovrebbero essere come tante martellate, per raccontare il nostro destino e un pezzo di storia com’è ora e non è mai stata in passato – non in questa forma totalitaria, organizzata per grandi masse, estesa all’Europa intera. Dovrà pur sopravvivere qualcuno che lo possa fare. Anch’io vorrei essere in futuro una piccola cronista.”

(Da Diario, 1941 – 1943, a cura di J.G. Gaarlandt, Adelphi Edizioni)

Un brano tratto da una lettera scritta il 24 agosto 1943 e spedita a Han Wegerif e altri, nella quale Etty racconta agli amici lontani alcuni momenti della sua giornata.

Di pomeriggio avevo fatto ancora un giro nella mia baracca d’ospedale, passando da un letto all’altro. Quali letti saranno vuoti domani? Le liste dei deportati sono divulgate all’ultimissimo momento, ma certuni sanno in anticipo di dover partire. Una ragazzina mi chiama. E’ seduta nel suo letto, diritta come una candela e con gli occhi spalancati. E’ una ragazzina dai polsi sottili e dal faccino magro e diafano. E’ parzialmente paralizzata, aveva appena ricominciato a camminare tra due infermiere, passo dopo passo. ” Hai sentito? Devo partire” sussurra. “Come, anche tu?” Ci guardiamo per un po’ senza riuscire a parlare. Il suo visino è svanito, è solo occhi. Finalmente dice con una monotona vocina grigia:” Che peccato, eh? Pensare che quanto hai imparato nella tua vita è stata fatica sprecata”, e “Però com’è difficile morire, eh?”. D’un tratto la rigidità innaturale del suo visino cede alle lacrime e al grido: ” Oh, dover partire dall’Olanda è la cosa peggiore”, “Oh, perchè non siamo morti prima!”. Più tardi nella notte la rivedrò per l’ultima volta.
Nel lavatoio c’è una piccola donna che regge sul braccio una bacinella di bucato ancora gocciolante.
Si aggrappa a me, ha l’aria un po’ spiritata. Mi riversa addosso un fiume di parole: “E’ impossibile, com’è possibile, devo partire e non riesco nemmeno a far asciugare il mio bucato per domani. E il mio bambino è malato, ha la febbre, non potrebbe far in modo che io non debba partire?”

(Da Lettere, 1942 – 1943, a cura di Chiara Passanti, Prefazione di Jan G. Gaarlandt, Adelphi Edizioni)





 
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