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  Canti celtici  »  La recensione di Ivan Fedeli 06/12/2007
 

Canti celtici

di Renzo Montagnoli

Prefazione di Patrizia Garofalo

Immagine di copertina e fotografie

all’interno di Renzo Montagnoli

Elaborazione Grafica di Elena Migliorini

Edizioni Il Foglio

http://www.ilfoglioletterario.it/

ilfoglio@infol.it

Collana Autori Contemporanei Poesia

Diretta da Fabrizio Manini

Poesia – poema

Pagg. 90

ISBN: 978-88-7606-162-2

Prezzo: € 10,00

                           

 

                                     Un menestrello scomodo

 

La poesia di Renzo Montagnoli nasce dall’ascolto: e, come tale, è un dono.

Un dono della terra, dell’acqua, delle forze primordiali che popolano il mondo cercando un senso.

Canti celtici (Ed. Il Foglio, 2007) rappresenta questo viaggio di ricerca.

Il poeta, nei testi, trasfigura se stesso, diventa menestrello per scelta interiore e trascende dalla propria dimensione chiusa per aprirsi alla meraviglia, alla dimensione – altra: fatto, questo, che corrisponde ad una visione archetipa dell’esperibile, per cui l’ordine del mondo è un magma che si fa terra, materia, linea temporale perduta, pertanto evocata.

Le liriche –meglio, i capitoli della storia-  muovono da questo universo onirico, quasi visionario: lasciano così una propria traccia, una cifra che sembra opporre in termini inconciliabili il passato e il presente, ma che, in realtà, è chiave di lettura della contemporaneità, sua denuncia insopprimibile. Distanza dall’oggi, forse? Protesta? O altro?

Sicuramente i vari movimenti delle strofe vivono come organismi autonomi e dotati di doppia natura: un primo corpo, se vogliamo lo sviluppo della canzone, rivolto ad un emisfero altro –purificato, oserei dire- dove tutto avviene ed è fermato in tradizioni e canti passati, dal vago sapore alchemico o quanto meno magico – evocativo; un secondo corpo, il congedo, in cui ossimoricamente il presente si fa urgente, chiave di volta scomoda, denuncia. Ed esiste in contrapposizione all’antico.

La costruzione formale delle liriche, dunque, acquista valore proprio perché figlia di questo progetto, dove la razionalità si incontra con l’irrazionale, la metafora, il vagheggiamento.

A livello lessicale, forti e continui sono i riferimenti al desiderio di trovare radici e, in opposizione, alla negazione dell’hic et nunc: è sufficiente citare il termine oblio , parola chiave già presente nel testo proemiale,  o espressioni quali lavorio di secoli – non è più tempo – il tempo non esiste – senza memoria – senza futuro – tempo ormai finito.

A ciò fa eco la segreta speranza di scivolare su un’acqua silente, di dare un ultimo sguardo , quasi a ripercorrere il passato, trasformarlo in storia, cantarlo per esorcizzare il male, per rintracciare almeno un suo bagliore oggi, o quanto meno una vaga possibilità di futuro.              

 

microantologia

da “Canti celtici” (Ed. Il Foglio, 2007)

I segni del tempo

Di strade tracciate nel tempo

restano immote pietre, segni di un passato

che l’oblio dell’uomo non degna di sguardo.

Lì ci sono le radici, quello che l’oggi non sarebbe

senza il lavorio dei secoli, lo scandire di Crono

in un’unica infinita storia dell’umanità.

Non è più tempo di dei, il tempo non esiste più.

Corre l’uomo senza avvedersi del presente,

dimentico del passato, orfano del futuro.

Ma quelle pietre restano e sole testimoniano

le lontane civiltà, avi che nacquero,

vissero e morirono perchè nel dopo

qualche cosa di loro rimanesse.

E invece ora

sono solo inerti sassi

che un giorno qualcuno getterà.

***

Eternità

C’è un sentimento senza tempo,

che si ritrova in ogni era,

un fremito uguale che sempre si ripete,

un incontro che non vuol mai terminare.

E voi lo provaste, in epoca antica,

quando ancora non si scriveva di questo,

fra capanne piantate nelle acque del lago,

fiere affamate all’intorno pronte a balzare

e Dei di cui ormai s’è persa memoria.

Ma l’amore è rimasto, oggi come ieri,

oltre ogni logica, oltre ogni confine.

Giacchè il tempo per voi era passato,

ci fu anima pietosa che rese gloria

a un sentimento imperituro nei secoli

e nell’abbraccio dell’ultimo anelito di vita

vi affidò alla morte

perchè i posteri un giorno sapessero

che tutto finisce,

tutto cessa,

fuorché la forza dell’amore.

(A due neolitici sconosciuti che gli scavi effettuati

nei pressi di Mantova ci hanno restituito nell’ultimo

abbraccio)

 

 

 

                                                        Ivan Fedeli

 

 
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