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  Il cerchio infinito  »  Il cerchio infinito - La recensione di Alberto Carollo 22/12/2009
 

Il cerchio infinito

di Renzo Montagnoli

Introduzione dell’autore

Prefazione di Fabrizio Manini

In copertina “Galassia M 104”

fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA

Elaborazione grafica di Elena Migliorini

Edizioni Il Foglio Letterario

www.ilfoglioletterario.it

ilfoglio@infol.it

Poesia silloge

Pagg. 70

ISBN: 978-88-7606-196 – 7

Prezzo: € 10,00

 

 

 

Secondo quanto prescrive un'antica dottrina sapienziale orientale è bene accostarsi ai grandi temi dell'esistere – leggi, da noi, “i massimi sistemi” - con tono umile e dimesso. E' una lezione che Renzo Montagnoli ha tesaurizzato nella sua seconda silloge poetica edita da Il Foglio, Il cerchio infinito.

Il fil rouge che allaccia tra loro i vari componimenti è, come scrive il poeta nell'introduzione, “la vita nel suo mistero, il tempo nella sua incertezza, la distanza, nella sua imperfezione (...)”; lo sviluppo del dettato poetico (in versi liberi) è sempre, invariabilmente, caratterizzato da una franca schiettezza, da un linguaggio piano, da un dialogo conciliante che sembra quasi prendere per mano l'interlocutore. Eppure l'indulgenza formale è in questo caso solo mera apparenza, come un velo di maya che, una volta squarciato, ci rivela cosa si cela sotto la superficie e ci fa contemplare la vera essenza della realtà.

Non è questa, infatti, una raccolta poetica scevra di profonde inquietudini, né del resto il poeta di Virgilio (MN) intende dissimulare o ordire inganni al suo lettore. La divaricazione è semmai tra il suo limpido esito estetico e quella “distanza” indefinita – e indefinibile - rivendicata dall'autore rispetto ai significati ultimi del divenire.

 

Il cerchio infinito è, sotto questo aspetto, una sorta di monolite, denso e compatto come un buco nero per il frequente ritorno di topoi, per l'intersecarsi di voci e immagini già molto care all'autore, per il riecheggiare pressoché ininterrotto di un leitmotiv che conduce invariabilmente alle questioni fondamentali: chi siamo? dove andiamo? perché viviamo? Le risposte più ovvie a queste domande si potrebbero  trovare nelle religioni più antiche se non fosse, come giustamente fa rilevare il poeta, che per ciascuna di esse non vi è possibilità di riscontro. Anche i sistemi filosofici in ultima analisi paiono ridurre il problema alla finitezza dell'essere pensante, portandola ai limiti delle proprie abilità e talenti ma sempre nell'ambito gravitazionale della sua dimensione. Cosa rimane, allora, in grado di travalicare la minuta particella di materia ch'è l'uomo nella sua parabola terrena su questa terra? Montagnoli sembra ammettere che l'anima non finisca col corpo. Forse è solo una teoria, o un sogno, e l'autore sfugge a una sistematizzazione della propria visione e pensiero ammettendo con grande umiltà di non sfuggire alla logica di rimpicciolire tutto a sua immagine e somiglianza. C'è una piena accettazione della vita nella poesia di Montagnoli, anche nella constatazione della sua caducità, dei suoi contrasti inconciliabili, delle sue piccole e grandi crudeltà. E' un momento di bilanci, non solo in chiave autobiografica, ma esteso all'intero genere umano che non potrà esimersi dal compito che gli spetta, volente o nolente, presto o tardi: singolar tenzone dove i conti non tornano mai, con buona pace della matematica.

 

L'atmosfera che permea i versi del libello è crepuscolare, a partire dall'incipit: “S'assopisce il giorno/nel canto della natura/che s'appresta al riposo.” E ancora, stesso componimento: “E' un giorno che muore/(...) Un cerchio infinito/di albe e tramonti.” E' singolare setacciare il testo alla ricerca di richiami al tramonto, di immagini e metafore a esso affini. La contemplazione della natura e delle sue meraviglie è per il poeta fonte sempre rinnovata di riflessioni profonde. Così un'altra lirica si intitola Il giorno che si spegne: “Nel tramonto corre il ricordo/volti fissati in un attimo/mai invecchiati/illusione che si perpetua/nell'attesa della sera.” Nella poesia che segue, Il cerchio dei sogni, il richiamo è palese: “(...) all'imbrunire del giorno/caleranno guidati dal buio/inconsce realtà della notte.” Le due liriche presentano anche affinità tematiche. La sera porta con sé pure il buio della memoria; è un oblio perpetuo, contrapposto, per esempio, alla “corrispondenza d'amorosi sensi” foscoliana, speranza mai sopita nell'artista di affidarsi alla memoria e alla compassione di chi gli sopravvive. Tutto sembra rifluire in un vortice cosmico, che ben si compendia nella visione taoista de Il cerchio infinito II: “Guardo la tua alba/nella luce/del mio tramonto.”

 

Il Tempo è uno dei protagonisti che si muovono in questo scenario, un'altra vestale del tramonto, o dell'autunno, uno dei volti della morte e della finitudine, di quella complexio oppositorum frequentata dagli alchimisti: nascita/morte, giorno/notte, luce/buio, realtà/sogno, finito/infinito. Il contrappasso è segnato dallo scorrere del fiume, o dalle figure del vecchio e del nipotino che passeggiano per un viale; non pago, Cronos non perdona in Il Tempo: “solo il buio a regnare sovrano/su un desolato mondo/rinunciatario alla vita.” E ancora (altra poesia a Lui dedicata): “Nascite e infinite morti/in un tempo fermo/in un microscopico attimo.” Come a dire, siamo dei microbi di fronte all'assoluto, e sarebbe quasi imbarazzante render conto, attraversando il testo, di quante volte si incorra in parole chiave come “infinito”, “eternità” e loro derivazioni. Se non fosse che Montagnoli ne è perfettamente consapevole e si prostra con umiltà di fronte a un lemma tanto semplice quanto inadatto, semanticamente, a contrassegnare l'inesprimibile. Ma quale parola potrebbe evocare una realtà extra-linguistica della quale non possiamo fare esperienza? Si incontra spesso anche il termine “anima”. In Il respiro dell'universo: “E' la vita corporea/la nuova casa dell'anima/che un giorno fuggirà/per tornare a nuova materia.” In La guida: “L'anima è il nocchiero/che mi guida”.

E' l'anima una guida che fa rifluire l'individuo nell'infinito cerchio della vita, in un movimento perenne, come sembra suggerire l'anello della Galassia M 104 in copertina del libro. Non c'è consolazione per l'intelletto, questo puerile, incidentale, microscopico accessorio umano. Come fosse Un ultimo sogno: “lontano è il giorno/prossima la notte/(...) tutto scolora/sfuma nel nero/resta solo il buio.”

 

 

Alberto Carollo

 

 
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