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  Bell'Italia  »  Alicudi: l’isola senza automobili, di Piera Maria Chessa 20/06/2020
 
Alicudi: l’isola senza automobili

di Piera Maria Chessa



Cinque anni fa, nel settembre del 2015, trascorsi ad Alicudi una bellissima vacanza, ospite di cari amici. Una settimana di scoperte, di bellezza, di amicizia.
Alicudi è una delle isole più piccole che formano l’arcipelago delle Eolie, ed è la più occidentale.
Poco distante, si trova Filicudi, ed è così vicina da poterla vedere. Poi c’è Salina. Più a sud si trova Lipari, la maggiore, e Vulcano. A nord, invece, Panarea, la più piccola, e ancora più su, Stromboli.
Sette isole, una più bella dell’altra, e ognuna unica, con caratteristiche proprie.
Io ho conosciuto in particolare Alicudi, e ho avuto modo di visitare Lipari, il capoluogo.

Alicudi è stata abitata più tardi, rispetto alle altre isole dell’arcipelago, sembra infatti che i primi insediamenti risalgano all’Antica Età del Bronzo (1900-1600 avanti Cristo).
Nell’isola sono state trovate tracce di insediamenti relativi anche al periodo greco ( IV secolo avanti Cristo), di cui rimangono alcuni sarcofagi di lava e oggetti funerari, ma anche all’occupazione romana (252- 51 a. C.), lo dimostrano i frammenti di ceramica che sono stati rinvenuti.
E’ interessante l’attuale nome di Alicudi, l’antica Ericusa, che deriva dalla lingua greca e fa riferimento alla notevole quantità di erica presente sull’isola. Di origine araba è invece il nome, in dialetto siciliano, degli abitanti, che si chiamano Arcudari.
L’isola ha un’area di 5,2 km quadrati e raggiunge un’altitudine di 675 m. s. l.m. Dal punto di vista amministrativo appartiene a Lipari, comune della città metropolitana di Messina. E’ ben collegata con Milazzo tramite gli aliscafi, e nel periodo estivo anche con Palermo.

Incomincio col dire che quest’isola mi è piaciuta molto. Mi ha colpito la sua particolarità, il suo essere in qualche modo diversa dalle altre, unica.
Mi è stato detto, e credo sia vero, che quando arrivi sul posto puoi provare due soli sentimenti: te ne innamori, oppure non la sopporti proprio.
E’ inutile dire che io l’ho amata, e spero di poterci ancora ritornare.
La prima cosa che colpisce è il fatto che di tutte le isole dell’arcipelago sia l’unica nella quale non si può usare l’automobile. Le auto non circolano proprio. Vi è infatti un unico lungo tratto pianeggiante, ed è la via che costeggia il mare.
Per il resto si cammina in verticale, se la si vuole conoscere, lasciandosi catturare dai colori, i profumi, i luoghi e le atmosfere.
E per salire si devono affrontare una quantità infinita di gradini, o per meglio dire, di gradoni, perché sono piuttosto ampi. Ma ne vale la pena.
Si incomincia la salita di buona lena, ogni tanto bisogna fermarsi per riprendere fiato, poi si continua. Non ti sfiora neppure l’idea di tornare indietro e rinunciare, perché ogni cosa che vedi ti stupisce.
Si parte dal porto, dove bisogna fare una scelta, si possono infatti percorrere sentieri diversi che conducono verso luoghi dai nomi particolari: La tonna, Molino, Pianicello, Filo dell’Arpa, questo mi è piaciuto tanto, Montagna, Montagnola, Bazzina, e altri ancora, fino alla cima.
Vi sono due chiese sull’isola, la prima che si trova lungo il percorso è la chiesa del Carmine, era chiusa, è stato possibile vederla solo dall’esterno; l’altra è quella ottocentesca di San Bartolomeo, più conosciuta come chiesa di San Bartolo, che rimane ancora più in alto. Ritengo che entrambe vengano aperte soltanto per le celebrazioni religiose.
Essendo l’isola un vulcano spento, capita di trovare lungo la strada le caratteristiche rocce scure formatesi nel tempo con le colate di lava, assumendo via via delle forme molto particolari.
Sull’isola vi sono diversi borghi, alcuni abitati dalla gente del luogo, altri da piccole comunità inglesi o tedesche, che col tempo hanno poi acquistate le case disabitate decidendo di trascorrere lì lunghi periodi. Altri, tra questi dei pittori che si sono innamorati dei paesaggi, e che spesso li hanno riportati sulle loro tele, hanno deciso di stabilirsi lì in modo definitivo. Qualcuno ha scelto addirittura di essere sepolto nell’isola.
Il borgo abitato dalla piccola comunità inglese colpisce per la cura dei giardini che si intravedono oltre i cancelli delle abitazioni. Anche intorno a noi, fiori e piante di ogni genere colpiscono il nostro sguardo.
Nel corso delle passeggiate si possono incontrare dei muli. Sono loro che, in assenza di automobili, portano su nei vari abitati vettovaglie di ogni genere. Nel vederli, devo dirlo, a me hanno fatto pena, pur non sembrandomi particolarmente affaticati, abituati da sempre a portare sul dorso carichi spesso molto pesanti.
L’isola ora non è più molto abitata, i suoi abitanti sono meno di cento, ma si anima naturalmente con l’inizio della buona stagione grazie al turismo.
Io che sono arrivata ad Alicudi da turista non ho potuto fare certamente percorsi troppo difficili, ma c’è chi ritorna nell’isola tutte le estati, la conosce ormai in buona parte e percorre i sentieri e le strade in salita come se fosse nata lì. Le belle passeggiate che comunque ho potuto fare mi hanno permesso di vedere e apprezzare dei paesaggi che sono difficili da dimenticare, e che a distanza di qualche anno ricordo ancora perfettamente.
Per certi versi ho ritrovato ad Alicudi qualcosa in comune con la mia Sardegna. Vi sono infatti numerose piante di fichi d’India, sparse un po’ ovunque, e anche delle zone aride difficili da coltivare, eppure, anche lì crescono alcuni tipi di piante molto belle e ogni pezzetto di verde sembra sorridere. L’uomo si è abituato da tempo a fare dei piccoli grandi miracoli.
E poi, d’improvviso, mentre prosegui la salita, senti l’urgenza di fermarti. Sei magari in un punto abbastanza elevato, guardi sotto di te e vedi il mare, talvolta con il suo luccichio e i suoi colori, altre volte al tramonto quando il sole sembra volerti accecare. Ed è allora che ti convinci di essere nell’isola “che non c’è”.
Alicudi è anche terra di capperi. Quante piante intorno a noi, piccoli arbusti che donano vere e proprie delizie! Così buoni e dal gusto diverso rispetto a quelli che solitamente acquistiamo nei negozi. La gente del luogo, poi, è bravissima nel confezionarli, e anche nell’accettare quello che è un lavoro molto lungo e faticoso: la raccolta. Che viene fatta spesso sotto il sole.
Come in tutti i luoghi in cui si vive prevalentemente di turismo, anche ad Alicudi ci sono alcuni piccoli negozi in cui è facile trovare dei suggestivi oggetti fatti in maniera artigianale, da portare via al momento della partenza.
Anch’io ne ho acquistato alcuni, per regalarli e per tenerli per me. Così, quando avverto un pizzico di nostalgia, li vado a cercare.
Alicudi è in ugual misura un borgo di pescatori. Ovunque, sulla spiaggia, costituita non di sabbia ma di grossi ciottoli scuri dalla forma spesso rotonda, sono numerose e di tanti colori diversi le barche in attesa di essere portate al largo. Anche loro un simbolo di questo pezzo di terra vulcanica.
Una terra speciale, rude ma buona, capace di donarti tanto. A me rimangono, a distanza di tempo, i colori del suo mare, il grigio dei suoi gradini che sembrano dirti: ” Non avere paura di un po’ di fatica, lassù troverai tanta bellezza!”. E poi la particolarità delle case eoliche, così diverse dalle nostre, il profumo dei capperi, ma anche la bontà del pesce e di tante altre leccornìe, tutte preparate con passione e generosità dalla mia amica Anna.
Alicudi, l’antica Ericusa, che dei greci porta il ricordo anche nel nome, non si può dimenticare.
“Uno scoglio, il mio scoglio, la mia isola che non c’è”, ripete spesso una persona a me molto cara che lì è nata.
Con queste affettuose parole per la propria terra, voglio chiudere questo mio ricordo di “un’isola che per fortuna c’è”.

 


 
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