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  Bell'Italia  »  Il passo dello Stelvio, di Renzo Montagnoli 05/05/2021
 
Il passo dello Stelvio

di Renzo Montagnoli



E’ indubbiamente bello salire in alto in montagna, si aprono panorami entusiasmanti e inoltre c’è l’orgoglio di arrivare quasi a toccare il cielo con un dito. Ma come è possibile provare questa esperienza senza essere degli scalatori? Ormai sono diffusissimi gli impianti di risalita, seggiovie, telecabine e funivie. Per arrivare a quote molto alte non c’è di meglio della funivia, chiusa e che ripara pertanto dal vento non infrequente oltre i 2.000 metri di altezza. Grazie agli impianti a fune del Monte Bianco si può così arrivare alla Punta Helbronner a 3.462 sul livello del mare, un record in Italia, ma non nel mondo, perché la funivia più alta è quella Svizzera del Matterhorn che svetta fino a 3.821 metri. Si tratta di quote molto elevate a cui si arriva velocemente e quindi è consigliabile che siano raggiunte da persone in buona salute.

Anni fa, molti anni fa, sono arrivato ai 3.462 metri della punta Helbronner e resterà senz’altro la quota più alta che ho raggiunto, voli in aereo a parte.

Per salire in alto ci sono anche altri mezzi, quali auto, moto, autobus e per i più dotati la bicicletta e infatti esistono strade che si inerpicano sulle montagne, in genere per mettere in comunicazione una valle con l’altra, oltrepassando i cosiddetti valichi, così frequenti sulle Alpi e sugli Appennini.

Al riguardo il passo più alto in Italia è quello che collega Bardonecchia a Bramans in Francia; si tratta del Colle del Sommeiller a 2.993 metri, con fondo non asfaltato e difficilmente percorribile. Una via di comunicazione usata di frequente è quella che collega Bormio al Trentino Alto Adige attraverso il Passo dello Stelvio, chiusa per neve da novembre a maggio. Il valico è posto a 2.758 metri di quota, il che ne fa per altezza il secondo in Europa (il primo è il Col de l’Iseran in Francia a 2.770 metri).

Quando andavo in villeggiatura a Bormio all’andata percorrevo la Val Camonica, superavo il basso passo dell’Aprica e arrivavo nella celebre località nel Parco dello Stelvio, ma il ritorno avveniva sempre salendo al valico per poi di lì scendere in Alto Adige. La strada dello Stelvio è ben tenuta, a due corsie, asfaltata e conta, fra salita e discesa, la bellezza di 88 tornanti; la parte più ripida è quella che sale da Prato allo Stelvio in Val Venosta, mentre meno impegnativo è il tratto che si inerpica dalla Valtellina; in ogni caso, date le quote, la rarefazione dell’ossigeno nell’aria determina indubbiamente un maggior affaticamento per chi voglia fare il percorso in bicicletta (e di appassionati ce ne sono tanti), ma anche l’autobile è sottoposta a un certo stress per l’identico motivo. Peraltro, a testimonianza della maggior difficoltà per chi proviene dall’Alto Adige lì i tornanti sono 48 e solo – si fa per dire – 40 da Bormio, anche se partendo da questa località lombarda l’itinerario prevede numerose gallerie in cui occorre fare particolare attenzione data la larghezza ridotta della carreggiata. Al di là di quelle che possono essere le difficoltà dell’itinerario resta uno spettacolo stupendo che si apre a ogni curva, che sboccia a ogni tornante, letteralmente circondati da ghiacciai che splendono al sole e più si sale, più pare che la meta, cioè il valico, si allontani, quasi si trattasse di un miraggio o di una chimera.

Arrivati in cima, è possibile ammirare in tutta la sua ampiezza il ghiacciaio del Livro, utilizzato, grazie agli impianti di risalita, per praticare lo sci estivo; se si sale da Bormio a 2.500 metri si trova un bivio che porta al Giogo di Santa Maria e da lì al confine con la Svizzera; se invece si va diritti si arriva appunto al passo che non è una landa desolata, poiché sono presenti diverse strutture ricettive, ben quattro alberghi a tre stelle (Il Genziana, il Livrio, il Folgore e il Pirovano IV), oltre alla caratteristica Capanna Tibet, una originale costruzione che è ristorante e anche albergo, con una magnifica terrazza, dalla quale possibile vedere gran parte della strada che sale dalla Val Venosta.

Quindi una sosta, per riposare i passeggeri e l’auto, è raccomandabile, visto che il panorana già di per sé la esigerebbe, con un’unica avvertenza: al sole si sta bene, ma appena le nubi occupano il cielo, circostanza non infrequente in montagna, è opportuno coprirsi rapidamente, perché le temperature non sono certo miti. Un’altra eventualità da tener presente è che potrebbe capitare un’improvvisa nevicata e in tal caso per procedere con sicurezza sarebbe opportuno portare sempre con sé le catene, oppure utilizzare pneumatici quattro stagioni.

La vista delle cime circostanti è veramente appagante con in evidenza l’Ortles (metri 3.905 s.l.m.), il Cevedale (metri 3.769 s.l.m.) e il Gran Zebrù (metri 3.857 s.l.m.) e ghiaccio, tanto ghiaccio, anche adesso che c’è un disgelo quasi permanente. L’imponenza di queste montagne mette in soggezione e allora la mente corre ai nostri Alpini e ai Kaiserjager che qui, a quote proibitive, si combatterono durante la Grande Guerra. E’ possibile sole tentare di immaginare i pericoli, la fame, il freddo di questi uomini che lottarono con coraggio e con onore per la loro patria.

Va da sé che il passo merita di essere raggiunto (personalmente ci sono arrivato quattro volte), anche perché le località che unisce (Bormio e Prato allo Stelvio) sono più che eccellenti luoghi di villeggiatura, insomma anche il turista più esigente non potrà che essere soddisfatto.

Per arrivare a Bormio ho già detto il percorso che facevo, per giungere a Prato allo Stelvio occorre portarsi a Merano e da lì procedere lungo la Val Venosta fino al bivio che conduce in progressione di quota alla nostra meta.


Le fotografie, a corredo dell’articolo, reperite su diversi siti Internet, rappresentano, nell’ordine dall’alto in basso: l’abitato di Bormio, una delle gallerie che portano dalla Valtellina al passo, il Passo, la Capanna Tibet con sullo sfondo l’Ortles, il percorso che sale dalla val Venosta visibile dalla Capanna Tibet e l’abitato di Prato allo Stelvio.

 
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