Villa dei Tigli, di Gianluca Ferrari
Villa dei Tigli
di Gianluca Ferrari
In livree d'azzurro affilato e pizzi
di nubi ridondanti traslucido bianco,
austeri famigli di un mondo di cantilene
all'infinito respinte dalla tinta
ignota delle pareti del reparto.
Decrepite urla d'aiuto alla madre defunta
da trent'anni, più terse di un incubo d'infanzia
d'un buio di mente che come inverno
perenne rode le carni, i gesti. C'è quello
in preda al verme del vagabondaggio:
come poeta romantico fuori tempo
varca il lucore monotono del pavimento e
nella selva inestricabile di un sogno
mai risolto si perde; quella che – estenuata
vestale del capriccio – ripete un vaticinio
assurdo già accaduto chissà quando;
gloglotta un'altra, frenetico ruscello
che corre al precipizio del non-senso;
frasi sempre le stesse, mostruose ninnenanne
dalle bocche volubili dei folli: spire di solitudine
che stritola qualsiasi sole, qualsiasi colore
(parole si disfano in poltiglia, mastio
di sole e sabbia che il fanciullo lascia
all'assalto snervante di risacca);
con mani adunche come lune scarne
attraversano i loro stessi volti;
indugiano ogni tanto, quasi che il pallore
del ricordo potesse nutrire
quell'invincibile incanto di gesto spento.
Un altro ancora leva al soffitto sguardi
più vacui dell'incenso: per qualche attimo
si sottrae all'apparato arcano dei passi, dei lamenti
dei ritornelli che da se stesso stillano.
Un viso aguzzo tra fata e volpe, pupille
simili a ninfea sopra la quiete dell'abisso
prorompe in strilli da magia nera.
Tutto questo i tigli forse odono
ma restano impassibili nell'irritante
cortesia con cui sembrano reggere
l'argentea cerimonia della sera.
Da Acquerelli gotici (edito in proprio, 2020)

