Il tramonto dell’alba, di Aurelio Zucchi
Il tramonto dell'alba
di Aurelio Zucchi
Dovunque gli occhi cercassero certezze,
indefiniti apparivano i contorni.
L'aurora insisteva a prendersi la scena.
Il mare mi era adiacente, per fortuna,
eppure avvertivo uno strano timore
quasi fossi un aquilone in balia dei viola.
Volevo decifrare quei marcati silenzi
giunti puntuali a scavalcare il cielo,
ma l'alba sciolse in fretta l'equazione.
E fu clamore di luci ubriacanti,
di chiarori che ti prendono per mano
e ti dicono sogna pure ad occhi aperti.
Le onde peccavano di sfoggio eccessivo
e con le schiume cantavano in coro
l'inno alla bellezza che sempre si rinnova.
Pupille esigenti chiedevano azzurri
e le soddisfai portandole al mare.
Fu breve il percorso; fu lunga la sosta.
Poi, pian piano distinsi i confini
tra me, l'acqua, il cielo e la terra
e, d'ogni casa, le tegole di là dalla spiaggia.
Riconobbi i segnali di vite al risveglio:
donne al balcone a stendere tappeti
e uomini al passo per andare al lavoro.
Ancor prima di alzar la serranda,
un aroma di caffè che veniva dal bar
mi riportò sui binari del tempo.
L'alba moriva nella vita del giorno
e volli con forza pensare a quell'ora
come al tramonto migliore mai visto.
Bellezza scemava nei vagiti del mattino
per dare spazio ai respiri d'ogni vita.
Niente buio, nessuna notte incalzante.
Riguardai dentro me tutte quelle volte
nelle quali avevo dato per scontato
flussi d'amarezza dopo quelli d'una gioia
e tediai mastro tempo chiedendo e richiedendo
di fermare l'agitar del suo martello.
Confuso, mi avviai per un caffè bollente
senza mai dar di spalle al mare.

