Verde, di Gabriele Oselini, edito da Fara e prefato da Fabrizio Azzali
Verde – Gabriele Oselini – Fara – Pagg. 72 – ISBN 978-88-9293-189-3 – Euro 11,00
Prefazione di Fabrizio Azzali
Le brevi liriche di questa raccolta, in cui tutto il superfluo è stato sfrondato sino all'isolamento e alla enfatizzazione della parola singola nelle sue qualità di suono, di significato e di intensità sentimentale, rappresentano una sorta di denso bloc-notes di acquerelli dalla patina naturalistica, composto di tanti schizzi dalla rapida stesura impressionistica coi quali il poeta ritrae un orizzonte campestre e la multiforme gamma degli esseri che lo popolano.
Leggendo, curiosamente mi sono chiesto se quella pianura di primule gialle, quei fiumi inesplorati, quelle rondini affamate d'aria, quei coniglietti nani, quegli uccelli sognanti, i gelidi giorni della merla, i giardini blu… che punteggiano qua e là i versi, esistano ancora a dispetto della forza distruttiva della modernità o se siano figure e forme di un mondo e un tempo lontani, composte in una materia fragile e un po' ingiallita come foto d'altri tempi fissate nella camera oscura dei sogni e conservate nel cassetto di un vecchio scrittoio.
Certo che esistono, mi sono rassicurato. Oselini è un poeta che parte sempre dal dato concreto, oggettivo, da ciò che vedono i suoi occhi, da quello che si offre al suo quotidiano vagare nella quiete dei campi. Di fatto la sua poesia, in ciò discostandosi da Leopardi per il quale l'oggi è impoetico e i versi soltanto possono prendere forma e vita dal ricordo, solo di rado si apre esplicitamente alla memoria. Il suo canto sgorga prevalentemente a partire dall'osservazione struggente e delicata della natura circostante e delle creature che la abitano. E certo il suo incedere nel “verde” (verde come il paesaggio a primavera, come la giovinezza, come la speranza) assolve anche una funzione consolatoria, terapeutica. L'angoscia del presente, la coscienza del dolore, della labilità di ogni cosa, il sentirsi «fragile stelo grigio/ in balìa di un soffio», la vita percorsa dal brivido di una sofferenza incerta e sfuggente, l'ansia dolorosa di vivere il triste profumo di una primavera sfiorita, paiono leniti, sopiti, nella scatola incantata della poesia, dal contatto vergine, francescano quasi, con la natura madre e dall'abbandono fidente ai moti dell'esistenza: «le ultime foglie/ gialle venate di rosso/ color del bosco/ leniscono il faticoso passo».
E però rimane la strana sensazione, procedendo nella lettura, che il poeta mescoli, sovrapponga a ciò che è fuori, alla portata dello sguardo, immagini che esistono soltanto tra le pieghe morbide dell'anima, «nella prateria del ricordo». Pare che quelle rappresentazioni che scorrono davanti ai suoi occhi rapiti e mai sazi siano sempre “contaminate” dalla riproposizione matura di sembianze, di apparenze, di impronte condensate che si formarono, perfette e inalterabili, in anni remoti e che di nuovo emergono con quel cuore di una volta (per citare ancora Leopardi) e fanno ritorno intatte, eternamente verdi.
Da dove vengono quelle parvenze sepolte? Quasi che la natura contenesse in sé un principio inconscio, trasmigrano in modo naturale dal grande deposito dei sogni giovanili e hanno la sembianza del lontano orizzonte dei campi, dei boschi frementi al vento, degli argini e della scintillante lingua del fiume, («quel grigio fiume/ che mi bagna il cuore») degli animali fraterni ed enigmatici che lo popolavano. Insieme, in virtù di quelle ombre peregrine, dal “giardino incantato» «voraci […] ritornano» i desideri, le illusioni, naturale corollario della prima età. Forse davvero in arte si esprime bene soltanto ciò che fu assorbito ingenuamente.E ogni cosa è disposta in una sorta di lanterna magica in cui passato e presente, realtà e desiderio struggente si diluiscono in un adesso atemporale, «un presente/ senza fine». Le immagini dentro gli occhi del poeta mantengono dunque, nonostante la loro vivacità descrittiva e l'icasticità realistica delle pennellate, una particolare vicinanza alla sorgente illimitata da cui emanano, possiedono una forma di trasparenza in grado di lasciar intravedere lo sfondo di antico sogno da cui provengono.
Ecco, mi pare allora che Oselini guardi il mondo, il suo volto cangiante e seducente, proprio con quel cuore antico, rimasto inalterato e inguaribilmente fanciullo oltre l'abisso del tempo e delle sue rovinose frane. Per questo, si diceva, nella sua poesia le impressionistiche, rapide figurazioni dell'oggi hanno contemporaneamente il sapore magico del riemergere dal fondo di una stagione morta ma ancora in grado di fecondare il presente coi suoi archetipi e tutti quegli istanti, pur nella loro oggettività, sembrano al lettore adulto davvero ritagliati in «the such stuff/ As dreams are made on», come dice Prospero ne La Tempesta.
Per questo, scorrendo il testo, si avvertono leggeri trasalimenti, soprassalti spazio-temporali, come se si stesse leggendo una fiaba mai letta prima e mai narrata eppure intimamente nota.
E forse davvero, nel giardino prodigioso della poesia, il tempo del presente e quello del passato si tengono per mano e si scambiano doni.
Come nel romanzo di Carroll, in cui Alice chiede a Bianconiglio: «per quanto tempo è per sempre? A volte, solo un secondo» è la risposta.

