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I giorni di vetro, di Nicoletta Verna, edito da Einaudi e recensito da Franca Canapini

I giorni di vetro, di Nicoletta Verna, edito da Einaudi e recensito da Franca Canapini


I giorni di vetro – Nicoletta Verna – Einaudi – Pagg. 434 – ISBN
9788806261368 – Euro 20,00




I giorni di vetro di Nicoletta Verna è un romanzo di ben 434 pagine “bellissimo”, “tremendamente crudo, terribilmente straziante”, “spietato e atroce”, a detta di numerosi commentatori, che ha già ricevuto diversi premi letterari.

Si tratta di un vasto e potente affresco storico del ventennio fascista, così come viene visto e vissuto dai romagnoli di Castrocaro con qualche accenno anche a quelli di Forlì, il “cittadone” e del villaggio di Tavolicci.

L'autrice, nata a Forlì nel 1976, è lontana da quel periodo storico eppure ne deve aver sentito raccontare a lungo in famiglia se ne è rimasta così attratta da dedicargli una storia del tutto verosimile condotta con accuratezza storica; lei stessa ci informa che le vicende romanzate sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti.

Il romanzo cattura il lettore già dall'inizio grazie al linguaggio scorrevole e sintetico, declinato nella sua variabilità a seconda delle vicende narrate e dei personaggi in azione.

Nella prima parte, dove il focus è sulla nascita della protagonista Redenta con tutto il contorno di persone ad essa afferenti, colpisce l'uso di molti termini dialettali a volte comprensibili solo dal contesto, ma che servono a rendere la vivacità e la rudezza dei rapporti interpersonali di questa gente povera e incolta, incapace di esprimere altrimenti i propri stati d'animo. Anche le vicende più drammatiche sono condotte come se l'autrice guardasse i suoi personaggi dall'esterno con benevolo umorismo… nero, tanto che talvolta il dramma si trasforma in farsa e le vicende assumono sfumature grottesche.

Nel prosieguo l'attenzione del lettore è tenuta desta anche dai rapidi cambiamenti di scena e di tempi che riservano costanti sorprese nello svolgimento della trama e per questo solo alla fine ci si rende conto dalla struttura molto complessa del romanzo. Infatti consiste nella narrazione in prima persona di due storie, quella di Redenta e quella di Iris, che ad un certo punto s'incontrano e s'intrecciano indissolubilmente nei capitoli finali. Preponderante è la storia di Redenta, la purina, la scarognata, la scema del paese, a giudizio dei paesani; la mite che nasce a Castrocaro il giorno del delitto Matteotti e che, oltre a tardare nel camminare e nel parlare, sarà colpita dalla poliomielite restandone sciancata. Si è avverata la predizione del guaritore Zambutèn al quale, dopo la morte dei primi tre figli, la madre aveva chiesto aiuto: lei vivrà ma si porterà addosso la scarogna, per permettere alle sorelle nate dopo di lei di vivere e di essere sane. La seconda storia è quella di Iris, nata un anno prima a Tavolicci da una straordinaria madre maestra. Iris rappresenta il controcanto di Redenta ed è emblema della donna studiosa, emancipata, indotta dalla passione amorosa a scegliere la lotta partigiana a fianco del comandante Diaz.

Entrambe le donne hanno a che fare con i due personaggi principali maschili, Bruno e Vetro. Bruno è un orfano allevato dalla Fafina, infermiera tuttofare e nonna di Redenta. Da piccoli i due hanno vissuto insieme in casa della Fafina diventando profondamente amici. Bruno è l‘unico che, al di là dei pregiudizi, “vede” la fragilità e la forza di Redenta e la protegge, anche ricorrendo alla violenza quando qualcuno la dileggia, infatti il ragazzo odia le ingiustizie, di fronte alle quali ha sempre reazioni feroci. Divenuti adulti, promette di sposarla, ma poi scompare da Castrocaro, senza dare più notizie di sé. Dopo l'8 settembre 1943 diventerà il comandante partigiano Diaz, famoso nel territorio per le coraggiose imprese contro i nazifascisti. Vetro è il bel gerarca fascista di Castrocaro, amico di Primo, padre di Redenta, e del generale Graziani. A sorpresa, per fare un favore all'amico Primo, chiede in sposa Redenta con buona pace della madre Adalgisa, che temeva non la volesse in moglie nessuno. Però, sotto l'apparenza dell'uomo beneducato si rivela la personificazione del male assoluto. E' un fascista della prima ora che, durante la guerra di Etiopia si è macchiato, insieme a Primo, dei delitti più atroci, e ne ha riportato la perdita di un occhio sostituito con un occhio di vetro.

A questo punto del racconto diventa chiaro anche il titolo che assume un doppio significato: può indicare i giorni della guerra fatti di fame, pericoli mortali, prevaricazioni e violenza totale, in cui ognuno diviene fragile come il vetro, ma anche I giorni in cui Vetro, marito di Redenta, comandante del battaglione M IX settembre, ovvero il Male, sfoga tutta la sua perversione in straordinarie sevizie e torture sia in casa su Redenta prima e Iris poi, sia alle casermette sugli antifascisti catturati. Si è prefissato di catturare Diaz e alla fine lo scontro tra i due, scontro tra giustizia e sopraffazione, tra bene e male, avverrà, aggiungendo atrocità a atrocità.

Ma tra tanti orrori, si fa avanti Redenta. Ormai fisicamente e psicologicamente sul limitare tra i vivi e i morti.

Redenta trova la forza per uscire dalla sottomissione e, empatica, pietosa, caritatevole com'è, riesce a compiere con straordinario coraggio azioni di cui nessuno l'avrebbe creduta capace.

Il libro brulica di tanti altri personaggi ben profilati che s'imprimono nella memoria del lettore come l'Adalgisa, Primo, Marianna e Vittoria sorelle di Redenta, i signori Verità, Aurelio, la madre maestra di Iris, il padre, il fratellino, i marchesi antifascisti, gli orfani, Zambutèn, quasi tutti rappresentati di un popolo povero e incolto, preda di pregiudizi e credenze magiche, esposto allo scandalo della storia. Indimenticabile la Fafina, nonna di Redenta, che ha studiato da infermiera e lavora nell'ambulatorio del dottore del paese. E' una donna che ha saputo difendersi dalle prevaricazioni maschili e sa aiutare, limitatamente ai suoi mezzi, anche i familiari.

Le vicende sono tante come i personaggi e tutte hanno una loro ragione d'essere all'interno della narrazione ma ciò che colpisce di più e resta per giorni nella coscienza scossa del lettore è la violenza di quasi tutti. Fin dalle prime pagine è la violenza, l'unica risorsa nel bene e nel male con la quale si esprime la gente.

E' violento Bruno quando deve combattere l'ingiustizia, sia che i rei siano i bastardi della Fafina o il suo datore di lavoro o i temibili fascisti. E' violenta Adalgisa con il marito e con le figlie. Di una efferata violenza Primo, che diventa un fervente fascista e compie azioni indicibili nella guerra di Etiopia. Man mano che il regime si consolida, cresce il culto della violenza e la sua messa in atto che l'autrice a ragione non ci risparmia. A questo proposito, importante anche per fare i conti con il nostro passato storico il paragrafo 20, dove l'autrice, pur nella finzione dei personaggi, racconta la tragica verità che sta a fondamento dell'imperialismo italiano della guerra di Etiopia.

Per niente rassicurante l'idea che Nicoletta Verna ha della storia: non c'è da farsi illusioni, l'essere umano è per sua natura crudele, lo sviluppo storico e l'affermarsi delle varie civiltà si è sempre ottenuto attraverso guerre, distruzioni e sopraffazione dei più deboli, in primis le donne che hanno subito e subiscono le più dure vessazioni.

Questo concetto lo fa esprimere spesso ai suoi personaggi. Solo per fare qualche esempio leggiamo l'esaltazione della violenza da parte di Primo, il fascista:

“…Quando la Fafina ricordava quell'epoca (il biennio rosso)si faceva il segno della croce e pregava Dio Cristo che li perdonasse, i fascisti e gli altri per la violenza che avevano sparso.

Se per caso mio padre la sentiva, s'infuocava e si mettevano a litigare.

LA VIOLENZA, DICEVA LUI, ERA LA LINFA DELL'ITALIA, LA BUONA MADRE CHE LI AVEVA NUTRITI E SPINTI FRA LE BRACCIA DELLA CIVILTA'. NON POTEVA ESSERCI ORDINE NE' PROGRESSO, SENZA VIOLENZA…”


Oppure la riflessione di Iris, dopo essere stata informata da Diaz che il marchese per il quale stanno lavorando è stato radiato perché si è rifiutato di iscriversi al partito fascista…


“…Le molte cose che credevo di non capire, i fascisti, gli antifascisti, in realtà sono semplicissime: le ho sempre sapute. Ho studiato per 10 anni la storia e SONO CONSAPEVOLE CHE IL PROGRESSO SI BASA SUL SOPRUSO. POPOLI VIA VIA ANNIENTATI DA CHI ERA PIU' FORTE E PIU' POTENTE DI LORO. NESSUNA NOVITA'. QUELLO CHE FANNO ORA I FASCISTI E' IDENTICO A QUELLO CHE HANNO FATTO GLI ALTRI PER MILLENNI… “


E infine la riflessione di Redenta che anche per fare il bene a volte ci vuole la violenza.

Adalgisa chiede allo Zambutèn un filtro per far morire Vetro. Alla risposta di Zambutèn che non può farlo perché la sua magia si indirizza solo a fare del bene, la donna risponde

“…DELLE VOLTE E' LA VIOLENZA IL BENE. E VOI LO SAPETE. LO SANNO TUTTI…”

In una visione così cupa della storia dell'uomo, dal cui scandalo non ci si può liberare,

la speranza che non tutto sia perduto è riposta nelle persone che come Redenta possiedono la grazia, cioè la pietà, la compassione verso gli altri esseri umani.

Ciascuno può scegliere da che parte stare: o la via della natura che conduce al conflitto e alla crudeltà o la via del cuore aperto nei confronti degli altri. L'unica luce sta nell'empatia, nella solidarietà e nell'aiuto concreto alle persone che soffrono. Esempio luminoso è la fragile e mite Redenta che trova la forza in se stessa per ribellarsi alle atrocità di Vetro, per mettere in salvo non se stessa che ormai si dà persa, ma Iris, l'antagonista, colei per la quale, lei crede, a torto, vittima dell'inganno del padre, Bruno non ha adempiuto alla sua promessa di sposarla.

I giorni di vetro è un romanzo storico dal messaggio quanto mai attuale in questi tempi caotici, in cui di nuovo la violenza comincia a farla da padrone, le fabbriche degli armamenti lavorano a pieno ritmo e certi capi di Stato mirano a rifondare imperi piuttosto che a proteggere i propri popoli dallo “scandalo della storia”.

Possa la sua lettura farci provare un grande disgusto per la violenza e renderci più attenti e partecipi alla vita sociale, in difesa della pace e del benessere comune.


Franca Canapini