logo
homeLetteraturasep
Una piccola goccia d’inchiostro, di Vincenzo Patanè, edito da Il ramo e la foglia e recensito da Katia Ciarrocchi

Una piccola goccia d’inchiostro, di Vincenzo Patanè, edito da Il ramo e la foglia e recensito da Katia Ciarrocchi

Una piccola goccia d'inchiostro – Vincenzo Patanè – Il ramo e la foglia – Pagg. 232 – ISBN 9791280223470 – Euro 16,00




Una piccola goccia d'inchiostro di Vincenzo Patanè si assume la responsabilità di custodire una vita.
Il romanzo nasce dal ritrovamento di sessantasei lettere reali, scritte tra il 1953 e il 1965 da Elvio, zio dell'autore, alla sorella. Da queste lettere prende forma una narrazione ambientata nella Napoli del dopoguerra, nel rione Sanità, che segue la crescita di un giovane uomo alle prese con una profonda frattura interiore. Elvio è sensibile, colto, inquieto, e vive con la dolorosa convinzione di essere un “invertito, termine che all'epoca non era solo una definizione, ma una condanna morale interiorizzata.
Ed è proprio qui che il romanzo colpisce più a fondo perché Elvio non fatica soltanto a capire chi è, ma fatica ad accettare ciò che crede di essere. Il suo desiderio è attraversato da una contraddizione lacerante: sente di non poter stare accanto a un altro omosessuale, perché lo specchio di quella somiglianza lo terrorizza. Cerca invece un “uomo vero”, qualcuno che incarni una mascolinità solida, quasi salvifica, capace di compensare ciò che lui vive come una mancanza quasi una colpa. Questo bisogno non nasce da snobismo o rifiuto dell'altro, ma da una violenza più sottile e devastante e cioè quella di una società che ha insegnato a Elvio a guardarsi con disprezzo.
Il romanzo racconta così una lunga serie di vicissitudini sentimentali, incontri, illusioni e disillusioni, in cui il desiderio è sempre filtrato dalla paura di non essere legittimo. Elvio cerca amore, ma soprattutto cerca una conferma della propria esistenza, qualcuno che lo faccia sentire “giusto” in un mondo che gli ha insegnato di essere sbagliato. Fino all'arrivo di Ciro, che non è solo una svolta narrativa, ma una frattura emotiva, perché con Ciro, per la prima volta, Elvio intravede la possibilità di un legame che non sia fondato sulla vergogna o sulla compensazione, ma su una forma di riconoscimento reciproco, fragile, imperfetta, e proprio per questo profondamente umana.
Colpisce la scelta di Patanè di raccontare il dolore senza spettacolarizzarlo, con uno sguardo sobrio e rispettoso che accompagna il protagonista senza giudicarlo né salvarlo, le lettere diventano così insieme ferita e resistenza: l'unico spazio in cui può essere davvero fragile, sincero e finalmente sé stesso.
Il tema dell'identità attraversa il romanzo come una pressione costante, mai risolta. È il peso di vivere in un'Italia rigidissima, moralista, incapace di immaginare qualsiasi forma di differenza senza condanna.
Ho apprezzato moltissimo anche la scelta stilistica, l'assenza di dialoghi, la prosa densa e controllata obbliga il lettore a rallentare, a entrare davvero nella mente del protagonista.
E qui voglio fare una menzione sentita alla casa editrice “Il ramo e la foglia”, che seguo praticamente dalla sua nascita. È una realtà che ha dimostrato nel tempo un fiuto raro nello scovare autori interessanti e storie che meritano attenzione, lontane dalle mode e dai prodotti usa e getta. Con loro ho letto romanzi che mi hanno lasciato qualcosa di vero, e Una piccola goccia d'inchiostro si inserisce perfettamente in questo percorso editoriale coraggioso e coerente.
Chiudendo il libro, ho avuto la sensazione che Elvio non fosse più solo una figura del passato, ma una presenza. Una voce che finalmente è stata ascoltata, e forse è proprio questo il senso più profondo di questo romanzo: restituire dignità a una ricerca di sé spezzata, imperfetta, ma autentica, trasformando una piccola goccia d'inchiostro in una memoria che non può più essere cancellata.


Citazioni tratte da: Una piccola goccia d'inchiostro di Vincenzo Patanè

Gli uomini italiani, forse, hanno un più l'istinto della conservazione della specie che quello in sè stesso dell'amore; altrove invece, bene o male che sia dal punto di vista morale e religioso (tu m'intendi), non è così e la donna viene amata soprattutto per la sua grazia, per la sua femminilità, per quelle risorse in ogni campo che ella possiede in cui un uomo trova ristoro ai quotidiani affanni. (pag 100)

È necessario che io accetti questo stato di cose, nei limiti in cui risulta condizionato da tanti fattori, di cui non sono certo colpevole, che relegano i sogni e gli irraggiungibili vagheggiamenti nel regno della malinconia. Bisogna scindere la realtà dalla fantasia, pur consentendo alle due nemiche che si tocchino almeno con un dito, si che l'una viva anche un po' la vita dell'altra. (pag 107)

Quando non si è amati si diventa cattivi, ci si sente sperduti e soli, la vita e le aspirazioni terrene non hanno più senso e finanche la vita futura diventa indesiderabile! (pag 111)

Un uomo “del tutto maschio”, e possibilmente con una copertura aitante ma proporzionata, che avrebbe goduto nel possedere una donna, ossia ciò che lui era. A un uomo così si sarebbe concesso totalmente. Ma dove trovarlo? Come approcciarlo? (pag 126)

qualsiasi forma di affetto deve pur trovare il modo di estrinsecarsi in espressioni ed effusioni legittime, perché umane e quindi tutt'altro che innaturali!!! (pag 160)

Mi ha dato quel tocco di coraggio che per qualsiasi creatura terrena è l'indispensabile coefficiente per esistere con dignità. (pag 195)


Katia Ciarrocchi


www.liberolibro.it