La porta, di Magda Szabó, edito da Einaudi e recensito da Katia Ciarrocchi
La porta – Magda Szabò – Einaudi – Pagg. 252 – ISBN 9788806219680 – Euro 13,00
Leggere La
porta di Magda
Szabó significa
accedere a uno spazio narrativo in cui i sentimenti si sottraggono a
ogni semplificazione e i rapporti umani si rivelano nella loro forma
più contraddittoria e più vera, perché nulla in questo romanzo
procede secondo una logica rassicurante e tutto, fin dalle prime
pagine, sembra muoversi in quella zona opaca in cui l'amore si
intreccia al risentimento, la devozione alla colpa, il bisogno
dell'altro alla paura di lasciarsi davvero vedere.
Al
centro di questa tensione si impone la figura di Emerenc Szeredás,
presenza memorabile e quasi magnetica che domina il libro con una
forza rara, non tanto perché occupi la scena in modo teatrale,
quanto perché ogni sua apparizione altera l'equilibrio del
racconto e costringe chi legge a misurarsi con un personaggio che
sfugge a qualsiasi categoria morale definitiva. Emerenc è ruvida,
inflessibile, spesso respingente, eppure possiede una grandezza che
nasce da una vita segnata dal dolore, dalla perdita e da una
disciplina interiore così severa da trasformarsi in identità. La
sua durezza non è ostentazione né orgoglio, ma il frutto di una
vita segnata dalla resistenza, in cui anche l'affetto si esprime
solo attraverso la cura concreta e la capacità di restare.
Il
rapporto tra la narratrice ed Emerenc è il cuore del romanzo e si
sviluppa in un equilibrio instabile fatto di attrazione,
incomprensioni e ferite reciproche, fino a rivelare che il vero
potere della relazione appartiene a Emerenc e che i legami più
profondi nascono spesso dove credevamo di poter restare distanti.
La
casa, da semplice sfondo, si trasforma nel luogo in cui il rapporto
si carica di significati profondi tra silenzi, ferite, gesti di cura
e fiducia fragile, mostrando come l'intimità non coincida mai con
una vera trasparenza.
In
questo equilibrio già così fragile, la presenza del marito
introduce una nota di misura che non riduce la complessità del
romanzo, ma anzi la rende ancora più leggibile, perché il suo
sguardo discreto e non invasivo permette di cogliere meglio
l'intensità del legame fra Magda ed Emerenc senza deformarlo con
interpretazioni troppo esplicite. Accanto a lui, anche Viola, il
cane, assume un ruolo tutt'altro che marginale, dal momento che
attraverso la sua sensibilità immediata emergono aspetti del
rapporto che le parole, con tutta la loro ambiguità, non riescono a
contenere.
In
questa presenza animale, istintiva e assoluta, il romanzo trova una
via ulteriore per parlare dell'amore, della fedeltà e di quella
tenerezza profonda che spesso gli esseri umani non sanno ammettere
neppure a se stessi.
Il
cuore simbolico dell'opera resta però “la
porta”
del
titolo, immagine centrale e potentissima attorno a cui si raccoglie
il senso più lacerante del libro. Non si tratta soltanto di un
confine materiale che separa il dentro dal fuori, il privato dal
visibile, ma di una soglia che custodisce il mistero di un'intera
esistenza e insieme il diritto di non consegnarsi completamente allo
sguardo altrui. Dietro quella porta Emerenc protegge non solo i segni
concreti del proprio passato, ma la parte più vulnerabile della sua
identità, ciò che il mondo non ha diritto di violare perché troppo
a lungo è stato giudicato, frainteso o calpestato. È proprio per
questo che il romanzo attribuisce a quella soglia un valore così
profondo, perché ogni possibilità di apertura porta con sé il
rischio di un tradimento irreparabile. Szabó sembra
suggerire che conoscere davvero qualcuno non significhi oltrepassarne
i limiti, ma riconoscere che esistono stanze interiori in cui l'amore
non entra per diritto, bensì solo per grazia, e talvolta nemmeno
quella basta a salvarci.
Pur
senza essere un'autobiografia, La
porta richiama
l'esperienza di Magda
Szabó e
intreccia con grande finezza la dimensione privata a quella storica,
mostrando come il clima oppressivo del Novecento ungherese si
rifletta profondamente nelle vite e nei comportamenti dei
personaggi.
La
scrittura di Szabó,
solo in apparenza limpida, scava con grande profondità nelle
ambiguità dell'esperienza umana e nei conflitti morali, guidando
il lettore dentro una materia dolorosa con lucidità e rigore.
Alla
fine del romanzo resta la sensazione di aver incontrato una verità
scomoda sull'essere umano, dove amore e colpa, cura e dominio
convivono nello stesso cuore, mostrando l'intimità come uno spazio
complesso in cui nessuno può essere ridotto a una sola definizione.
Citazioni tratte da: La porta di Magda Szabó
…talvolta, siamo vittime di orgogli così stupidi! (pag 68)
Una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma al posto di un altro. (pag 81)
Ma chi non è solo, mi piacerebbe proprio saperlo. È solo anche chi ha qualcuno e non se ne accorge. (pag 95)
…perché Dio, di solito, non ci ascolta quando chiediamo, ma se temiamo qualcosa ce lo scaraventa puntualmente addosso. (pag 110)
…che cosa succederebbe se si potesse registrare la vita di un uomo, fissarla su un nastro per poter tornare indietro, fermarla, ripeterla, a piacimento. (pag 135)
Emerenc, se mai credeva in qualcosa, credeva nel tempo: il Tempo, nella sua personale mitologia, era un mugnaio che macinava senza sosta nel suo mulino eterno e dosava la tramoggia degli eventi a seconda del sacco che le persone gli posavano davanti. (pag 136)
Quando un uomo viene colpito al cuore con un coltello molto affilato non s'accascia immediatamente. (pag 249)
Katia Ciarrocchi

