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Il popolo dell’autunno, di Ray Bradbury, edito da Mondadori e recensito da Katia Ciarrocchi

Il popolo dell’autunno, di Ray Bradbury, edito da Mondadori e recensito da Katia Ciarrocchi

Il popolo dell'autunno – Ray Bradbury – Mondadori – Pagg. 312 – ISBN 9788804804765 – Euro 15,50



La maledizione come desiderio fuori tempo



Un temporale apre “Il popolo dell'autunno” di Ray Bradbury e già nelle prime pagine si avverte che non si tratta soltanto di un dettaglio atmosferico, ma di un passaggio quasi rituale che trasforma la città e la prepara a qualcosa che sta per arrivare. Dopo quella notte il luogo in cui vivono Will Halloway e Jim Nightshade sembra cambiare consistenza, come se l'aria fosse diventata più densa e il tempo stesso avesse rallentato il passo. Bradbury non introduce il circo con il fragore della meraviglia, ma con una discrezione inquieta, perché compare nel cuore della notte, si monta nel silenzio e resta ai margini della città con una calma che non rassicura affatto. Non invade lo spazio delle persone, ma lo occupa lentamente, come se sapesse che prima o poi qualcuno non potrà fare a meno di avvicinarsi.
La storia si svolge in una piccola cittadina dell'Illinois e i primi a percepire che qualcosa si è incrinato nella normalità sono due ragazzi di tredici anni, Will e Jim, nati a un minuto di distanza ma profondamente diversi nel modo di guardare il mondo. Will ha un temperamento più prudente e sembra ancora legato alla sicurezza dell'infanzia, mentre Jim sente già dentro di sé l'urgenza di crescere, come se la vita vera fosse sempre un passo più avanti rispetto a dove si trova. Accanto a loro c'è Charles, il padre di Will, bibliotecario e uomo solitario che porta dentro una sensazione difficile da nominare, quella di essere arrivato troppo tardi nella propria vita.

Il romanzo si muove proprio su questa tensione tra età diverse, dove l'infanzia vorrebbe restare dov'è, l'adolescenza vuole correre avanti e l'età adulta guarda il tempo che passa con una miscela di rimpianto e lucidità.
Il circo guidato dall'enigmatico Mr. Dark non è soltanto un luogo di spettacolo e meraviglia, ma una presenza che sembra conoscere le persone prima ancora che queste decidano di entrare. Ogni attrazione lavora su una crepa già esistente, come se il circo fosse costruito per amplificare ciò che gli esseri umani cercano di nascondere a se stessi. Lo Specchio Labirinto restituisce immagini deformate che rendono visibile l'insoddisfazione, la donna tatuata porta sulla pelle le storie di chi ha ceduto alle promesse del circo, e al centro di tutto c'è il carosello, una giostra capace di far avanzare o arretrare l'età di chi decide di salirci. Nessuno viene trascinato con la forza e proprio questo rende l'intero meccanismo più inquietante, perché il male nel romanzo non ha bisogno di costringere, si limita a offrire una possibilità.
Qui la parola maledizione prende davvero senso, perché nel romanzo non esistono incantesimi dichiarati e tuttavia tutto funziona come nelle antiche storie di maledizioni, dove un desiderio espresso senza pensarne il prezzo finisce per trasformarsi in condanna.

Il carosello diventa così una scorciatoia sul tempo, una promessa di correggere la propria vita che in realtà rompe l'equilibrio naturale delle cose, attirando chi non cerca potere o gloria ma qualcosa di molto più umano, come crescere prima, tornare indietro o cancellare un rimpianto.
Il modo in cui Bradbury costruisce il male nel romanzo è forse l'aspetto più interessante e anche il più sottile, perché Mr. Dark non si comporta come un antagonista tradizionale. Non insegue le sue vittime, non le minaccia e non ha bisogno di imporsi con la violenza. Osserva e comprende, e sembra leggere le fragilità delle persone con facilità.

Il suo potere non nasce dalla forza ma dalla conoscenza, dal fatto che sa esattamente quale desiderio offrire a ciascuno. In questo senso il circo non crea il male ma lo raccoglie, lo riconosce e lo trasforma in spettacolo.
Il vero centro del romanzo è il tempo, non il tempo degli orologi ma quello che ciascuno sente dentro di sé quando si accorge che la vita non può essere fermata né riscritta. Bradbury non racconta tanto la paura della morte quanto la difficoltà di abitare il presente, quella sensazione sottile per cui si immagina sempre che la propria vita sarebbe migliore altrove, in un'altra età o in un'altra versione di sé. Il circo prospera proprio su questo pensiero, sull'idea che esista una strada per sfuggire al momento in cui ci troviamo.
Anche lo stile segue questa atmosfera sospesa, Bradbury scrive un horror che non cerca lo shock immediato ma costruisce lentamente un senso di inquietudine che cresce pagina dopo pagina. La sua lingua è ricca di immagini e spesso sembra muoversi sul confine tra narrazione e poesia, con il vento, le foglie, le luci del circo e le strade notturne che diventano parte integrante della storia. L'orrore non è mai brutale, ma diffuso e malinconico, come se la paura nascesse più dal riconoscere qualcosa di familiare che dal vedere qualcosa di mostruoso.
Pubblicato nel 1962, Il popolo dell'autunno è spesso classificato come romanzo fantastico o horror, ma in realtà parla soprattutto della vulnerabilità umana e del rapporto con il tempo. Bradbury sembra dirci che il pericolo non è l'esistenza del male, ma la nostra disponibilità a credere alle scorciatoie che promettono di cambiare la vita senza attraversarla davvero.


Citazioni tratte da: Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury

noi mettiamo le dita nell'argilla altrui. Questa è l'amicizia: ciascuno fa il vasaio per vedere quali forme può fare assumere all'altro.

Qualche volta vediamo un aquilone così alto, così saggio che quasi conosce il vento. Vola, poi decide di atterrare in un punto e in quello soltanto, e per quanto si diano strattoni al filo, per quanto si corra qua e là, l'aquilone spezzerà lo spago, cercherà il posto prescelto per riposare e ci costringerà a correre, con il sangue alla bocca.

Quale uomo, come una donna, se ne sta disteso nell'oscurità, portando in sé il figlio? Quelle creature dolci e sorridenti possiedono il grande segreto.

Oh, che strani, meravigliosi orologi sono le donne. Il loro nido è il Tempo.

Sono loro che fanno la carne, la carne che afferra e lega l'eternità. Vivono in quel dono, conoscono il potere, accettano, e non hanno bisogno di parlarne. Perché parlare del Tempo quando sei tu il Tempo, e dai forma ai momenti universali, mentre passano, li trasformi in calore e in azione? Gli uomini invidiano e spesso odiano quegli orologi, quelle mogli, perché sanno che vivranno per sempre. E quindi che cosa fanno? Noi uomini diventiamo terribilmente meschini, perché non possiamo aggrapparci al mondo o a noi stessi o a qualunque altra cosa. Noi siamo ciechi alla continuità, tutto crolla, cade, si fonde, si ferma, imputridisce o fugge. Perciò, siccome non possiamo dare la forma al Tempo, come siamo noi uomini? Insonni.

Ci sono sorrisi e sorrisi; impara a distinguere la varietà buia da quella luminosa. Colui che abbaia come una foca, che urla le sue risate, quasi sempre sta fingendo.

E gli uomini amano il peccato, Will, oh, quanto lo amano, non dubitarne mai, in tutte le forme, in tutti i colori, in tutti gli odori. Vi sono momenti in cui so-no i truogoli, non le tavole, ad attirare i nostri appetiti.

il nostro tempo è breve, l'eternità è lunga. E con questa consapevolezza vennero la pietà e la misericordia, e così imparammo a risparmiare gli altri per i benefici più complessi e più misteriosi dell'amore.

*Nelle citazioni riportate, non ci sono i riferimenti alle pagine, perché ho ascoltato il libro su Audible.


Katia Ciarrocchi


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