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I giorni di Vetro, di Nicoletta Verna, edito da Einaudi e recensito da Katia Ciarrocchi

I giorni di Vetro, di Nicoletta Verna, edito da Einaudi e recensito da Katia Ciarrocchi

I giorni di Vetro – Nicoletta Verna – Einaudi – pagg. 448 – ISBN 9788806261368 – Euro 20,00



Recensione di Katia Ciarrocchi



Nicoletta Verna nel suo romanzo I giorni di Vetro, pubblicato da Einaudi nel 2024, racconta la storia di Redenta, una giovane donna segnata dalla poliomielite che cresce tra la fragilità fisica e l'emarginazione sociale, con l'unico sostegno della madre che rappresenta per lei un rifugio e un punto di equilibrio in un mondo ostile. La vita di Redenta sembra già tracciata dall'inizio e la sua esistenza si intreccia con figure che incarnano la violenza, l'abbandono e la resistenza, come il gerarca fascista Vetro, che la sposa contro la sua volontà e la costringe a subire soprusi, e Bruno, l'amico d'infanzia e primo amore, che in seguito diventa Diaz, partigiano, portando con sé il peso delle promesse non mantenute e dei destini divisi. La perdita della madre segna una svolta drammatica nella sua esistenza e la spinge a compiere un gesto estremo, inscenando l'omicidio della donna pur di essere affidata a una custodia che le garantisca almeno di non restare sola, una scelta dolorosa e consapevole che mostra tutta la vulnerabilità e insieme la lucidità di una donna che non sa come far fronte alla propria vita.
Il romanzo si colloca in un contesto storico ben preciso, quello dell'Italia tra la Seconda Guerra Mondiale e il primo dopoguerra, un periodo segnato dalla dittatura fascista, dalla violenza dei gerarchi locali, dai conflitti della Resistenza e da una società che osserva, giudica e spesso punisce chi non si conforma. Il contesto storico entra profondamente nella vita dei personaggi, determinando le scelte, le paure e le possibilità di sopravvivenza di ciascuno, e rendendo il dolore di Redenta e di Iris parte integrante di una memoria collettiva di oppressione e resilienza.
La storia di Redenta si intreccia con quella di Iris, una giovane partigiana colta e ribelle. Le loro vicende scorrono su binari paralleli, fino a incontrarsi nei cosiddetti “giorni di vetro”, un tempo sospeso in cui tutto sembra fermarsi. In quel momento le esperienze delle due donne si riflettono l'una nell'altra e rivelano con chiarezza come la fragilità possa diventare una forma di forza e come la sofferenza, attraversata fino in fondo, possa trasformarsi in consapevolezza.
Lo stile di Verna è diretto e incisivo, privo di consolazioni facili, e riesce a restituire con grande chiarezza la durezza di un mondo attraversato dalla violenza, dall'arbitrio del potere e da una comunità che osserva, giudica e punisce tutto ciò che si discosta dalla norma. Il romanzo non risparmia al lettore il dolore né la crudeltà, ma è proprio dentro questa materia aspra che affiora la dignità dei personaggi e la loro capacità di resistere. Anche quando restano soli, senza appigli e senza certezze, continuano a scegliere, e in quelle scelte si misura tutta la loro forza.
La delicatezza con cui Verna racconta la fragilità di Redenta, la violenza subita e le relazioni con chi la circonda rende il romanzo un'esperienza profonda e intensa, capace di interrogare il lettore sul significato della cura, della solitudine e della responsabilità verso chi è fragile.
I giorni di Vetro è una lettura che lascia una traccia indelebile, fa riflettere sulla capacità di resistere e scegliere anche quando il mondo sembra non offrire alcuna possibilità di scampo.


Citazioni tratte da: I giorni di Vetro di Nicoletta Verna

Sa che il matrimonio, come quasi ogni questione della vita, dipende dalle circostanze, e in quelle circostanze lui è l'uomo migliore che possa capitarle. È burbero e incolto, ma perbene. La tiene al sicuro, e mia madre ha imparato già da tempo, a proprie spese, che la sicurezza è la forma piú duratura e inscalfibile di felicità.

Ho un'intuizione che da lí s'innerverà nella mia vita, in ogni scelta, come una pianta rampicante che succhia la linfa agli alberi: il bene non sta esattamente dov'è istintivo collocarlo. Il bene a volte è una forma contorta e tortuosa di male, e il male è necessario, è un viatico per un bene piú grande e incomprensibile. Non sta a me giudicarlo, e lo accetto.

Se accade qualcosa di irreparabile tendiamo a ripercorrere il passato per trovarne le cause. L'inizio, l'esordio.
(…)
Andiamo indietro finché abbiamo memoria, per rinvenire il seme innocuo che ha fatto fiorire l'intricata, lussureggiante foresta della catastrofe.

Se non fossi mai nata, non avrei mai incontrato Vetro.

Che era anche il giorno della mia morte, perché Iddio delle volte s'ingegna a far andare le cose a rovescio di come ce le aspettiamo. Ed è cosí che ci mostra l'infinità del suo operato.

Io e Diaz non abbiamo fatto quasi niente di ciò che fanno due fidanzati, eppure abbiamo fatto molto di piú. Abbiamo condiviso la vita nel suo momento cruciale. Abbiamo avuto le stesse felici e feroci illusioni, nello stesso identico momento. Tutte le cose che conosco me le ha insegnate lui, nonostante ora sappia che molte erano sbagliate. Dietro questo incomprensibile ammasso di errori e sangue e attese non c'è stato alcun progresso né vittoria: ecco la verità. Però l'abbiamo scoperto assieme, perciò ci eravamo tanto indispensabili.

L'inizio è dove decidiamo di collocarlo noi: è dove parte la nostra responsabilità.


* Nelle citazioni riportate, non ci sono i riferimenti alle pagine, perché ho ascoltato il libro su Audible.



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