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Sciababāb, di Mattia Tarantino - Samuele Editore

Sciababāb, di Mattia Tarantino - Samuele Editore

Sciababāb

di Mattia Tarantino

Samuele Editore

Poesia

Pagg. 114

ISBN 979-12-81825-48-2

Prezzo Euro 15,00 (Versione online sbac! Euro 7,00)



Č come un braciere acceso attorno al quale ci si raduna per scaldarsi. Siamo nel deserto – e nel deserto basta anche un piccolo punto di luce per orientarsi. I cammelli sono stati abbeverati, il campo č montato, e ora bivacchiamo dopo l'attraversamento del linguaggio: un viaggio in cui la parola nasce, si incrina, si ammala, ma continua ostinatamente a cercare una casa.
Mattia, in fondo, ha fondato una tribų di poeti: una comunitā di sognatori.
I suoi testi sembrano muoversi in uno spazio sospeso tra visione, memoria familiare e una interrogazione quasi metafisica sul potere della lingua:
 
            
chiedi in questa veglia la parola
            che ci salvi dall'inverno e faccia casa.

 
Questa raccolta č un libro da portare con sé, quasi fosse un amuleto sacro, un talismano per le prossime soste nel deserto. Come ci ammoniva l'amatissimo Joseph Brodsky, la poesia non serve a consolare: serve a orientare il cammino. E, qualche volta, persino a farci ritrovare la strada.

Sotirios Pastakas

 
 
l'angelo di Isacco č maledetto,
non avrā il perdono dell'agnello
esiliato dalla morte.
 
agnello nostro buffone, rendi
marcia la salvezza non offrendo.
 
 
 
 
Sciababāb
 

I
Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco č acceso e il villaggio pių vicino. C'č il pane caldo, l'anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede – oppure non esistono occhi; jolly d'ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell'ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smācchera zan ca tio perese, ca sa pčrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d'anice, liquidi, smacche zatān come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua č un'orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.

 

II
Chi rotola tra le ortiche, c'č la luna, che oscilla, che ammonisce, alla fine del villaggio c'č un capanno, un campanaro, suona, si riuniscono in piazza, sul sagrato. Ora parlano la lingua delle ortiche, un sortilegio, suggeriscono, fanno un cerchio bianco, cupo, magadān be sitru zatān leppu, ciuffi di muschio, sangue di bestia ma la bestia č piccola e paffuta, mostra i denti, li digrigna, ne faranno una collana, un amuleto per la festa.

 
 
 
 
I
L'uomo nero ha in mano un libro
e nel libro conserva una tua foto,
i tuoi vent'anni, Maria, i capelli un po'
pių corti. L'uomo
nero suona una canzone, “
das Lied
von Klassenfeind
”, o questa č un'altra storia,
niente da salvare e qualcosa da salvare,
siamo nel giardino, Maria, tra i tavoli di pietra,
i gatti sul sentiero, la legna accatastata,
ci sono i fiori da annaffiare, il nome del profeta,
Baruk Lamentazioni. L'uomo nero
č silenzioso, prepariamo da mangiare,
babaganoush, Ģ
schčcchera ca scizu
zan te
ģ, c'č il sole, stamattina,
hai gli occhi grigi, ti risvegli.
 
 
 
 
II
Sono segni, dici, i gatti sulle pietre,
il cerchio dei pavoni, la legna accatastata
come quella per fare i sacrifici.
Ci lasciano passare. Siamo nel giardino, Maria,
tra i tavoli di pietra, tua madre ha cotto i funghi,
č primavera, abbiamo fame.
 
 
 
 
Provavamo a tracciare la mappa
del cervello di Dio. Provavamo
a segnarne gli spigoli, gli angoli
ottusi, algebre e incognite. Era l'inizio
di ogni mistero, il numero
in bilico ai bordi di tutti
gli insiemi. Era un passaggio, una linea
obliqua svanita sbandando.
 
 
 
 
Siedi e non ci dici cosa hai visto.
Hai cercato il mezzogiorno del pensiero,
la cretineria della storia riavvolta
fragorosamente nel suo nastro. Hai giurato
di rinunciare, di non dirlo
mai a nessuno e cos'hai avuto
in cambio? cosa resta?