Lo sbilico, di Alcide Pierantozzi, edito da Einaudi e recensito da Katia Ciarrocchi
Lo sbilico – Alcide Pierantozzi – Einaudi – Pagg. 240 – ISBN 9788806266448 – Euro 19,50
Recensione di Katia Ciarrocchi
Lo
sbilico di Alcide
Pierantozzi,
edito Einaudi, è un libro che produce empatia
per attrito,
perché non cerca il coinvolgimento emotivo del lettore attraverso
l'enfasi o la confessione, ma attraverso una lucidità
spietata che
rende impossibile
prendere le distanze. Lo
sbilico è
un libro che nasce da una posizione
radicale quella
di raccontare la
malattia mentale senza costruire una narrazione che la renda
digeribile.
La
vita dell'autore si muove lungo una frattura
geografica e simbolica tra
l'Abruzzo e Milano; da un lato la dimensione domestica, il ritorno
alla casa materna, una quotidianità ridotta all'essenziale,
regolata dalle cure e dalla sorveglianza affettiva. Dall'altro il
tentativo di una vita considerata “normale”,
l'università, la città, l'illusione
di una continuità possibile.
Questo spostamento continuo non ha nulla di dinamico o liberatorio
perché i viaggi in treno non sono passaggi,
ma sospensioni,
momenti in cui il corpo è in transito mentre la mente
resta inchiodata
alla propria instabilità.
La
malattia è una presenza
concreta,
viaggia tra diagnosi, farmaci, consulti psichiatrici che vengono
inscritti nel testo come elementi materiali, privi
di mediazione allegorica. Pierantozzi non
costruisce un discorso critico sulla psichiatria, né
una narrazione di guarigione o di caduta,
la cura appare come una pratica
di contenimento, necessaria ma insufficiente,
che non restituisce unità al soggetto ma ne amministra
la frammentazione.
Il
punto più lacerante
del libro,
però, non è la rappresentazione della malattia in sé, ma il modo
in cui essa ridefinisce
i legami,
il rapporto con la madre attraversa l'intero testo ed è il
suo vero asse
emotivo.
Non c'è idealizzazione, né retorica del sacrificio della madre
che è una figura
spezzata e resistente insieme,
chiamata a reggere un equilibrio che non può essere risolto. È una
presenza che sostiene
senza guarire,
che accompagna
senza poter cambiare il corso delle cose.
In questo senso, Lo
sbilico è
anche un libro sulla genitorialità
ferita,
su ciò che accade quando l'amore diventa una forma
di veglia
permanente.
La
scrittura di Pierantozzi è
uno degli elementi più rilevanti dell'opera, l'autore ha
una narrazione
controllata e mai isterica,
che evita la spettacolarizzazione
del dolore.
La lucidità con cui vengono nominate le cose è ciò che rende il
libro così
difficile da attraversare.
Non c'è compiacimento stilistico, ma una continua tensione
tra precisione
e fragilità.
La forma stessa del testo sembra rispecchiare la condizione che
descrive, procedendo per accumuli, ritorni, scarti improvvisi, senza
mai offrire una vera progressione narrativa.
Lo
sbilico non
è un romanzo nel senso tradizionale del termine, né un memoir
conciliato con sé stesso. È un libro che si colloca in una zona
instabile della letteratura contemporanea,
dove la scrittura non serve a dare senso all'esperienza, ma
a contenerla
quanto basta per poterla guardare.
Per
chi legge portando con sé un'esperienza diretta della malattia
mentale, propria o di una persona amata, il libro è
sicuramente devastante.
Non perché amplifichi il dolore, ma perché lo riconosce
senza filtri.
In questo riconoscimento, che non è mai facile, Lo
sbilico trova
il suo valore più profondo. Non come testo esemplare o
rappresentativo, ma come atto
di verità che lascia il lettore senza appigli,
costringendolo a restare
in ascolto.
In tutto il suo dolore…Meraviglioso!
Citazioni tratte da: Lo sbilico di Alcide Pierantozzi
Non potevo immaginare che l'impazzimento vero e proprio si sarebbe manifestato cosí, sottraendo di colpo ai miei gesti la consapevolezza di averli compiuti.
Suo
figlio è un essere umano difettoso tra i tanti, e lei è una madre
che, come tante, conosce qualcosa di suo figlio che lui stesso
ignora. Suo figlio è un essere umano tutto scritto su questi quattro
fogli. Quattro fogli dove non si fa mai riferimento al suo
orientamento sessuale, un dato clinicamente irrilevante, anche se
viene specificato che fuma «tre sigarette die». Suo figlio resiste
a tutti i costi, sebbene la madre non lo sappia, per onorare
l'immagine di lei da piccola, nella campagna stellata, con la sua
bambola di granoturco: solo per questo stamattina lui l'ha presa
per mano, l'ha aiutata a superare la stazione con la stampella,
solo per dare legittimità ai sogni di quella bambina.
Stamattina
mi sono sforzato affinché la lucidità ritmasse i miei passi, ho
misurato la molla di gesti e parole per restare equidistante tra
follia e realtà.
Io impazzisco e tutti mi dicono che la realtà è ancora qui, attorno a me, un po' piú indietro, un po' piú avanti, o come un vento laterale – ma imprendibile.
La scuola per me è stata un incubo, perché ai tempi nessuno mi aveva diagnosticato né un possibile autismo né il disturbo depressivo, e gli insegnanti non facevano altro che umiliarmi e bocciarmi, scambiando la mia settorialità in certe materie per provocazione.
All'inizio s'impazzisce nella certezza di essere particolarmente presenti a sé stessi, come per un vizio di analisi, o per abuso di congettura: si sentono le campane che cozzano, ma sono così lontane da fare cincin. S'impazzisce sempre con la convinzione di rappresentare il meglio in fatto di raziocinio. Poi si sceglie di cedere, per sfinimento.
Quando i troppi pensieri entrano in collisione, ciascuno con la propria risonanza lirica, i sintomi della malattia sfociano in una crisi autistica di tale portata da richiedere l'intervento tempestivo di molte persone: lo psichiatra, il medico di famiglia, la mamma, il fratello.
Quando arrivano i pensieri è impossibile chiedermi di fare perno su questa consapevolezza per arginare le crisi e comportarmi in modo normale, chiedermi insomma di alzarmi dal divano e andare a votare. Sarebbe come pretendere da qualcuno che tenga gli occhi aperti senza sbattere le ciglia per ore.
Vedersi
impazzire è sentirsi tremare le gambe a furia di rimuginarci sopra,
e io le ho sentite.
Vedersi impazzire è sovrapporsi ad altri
corpi, ad altre personalità, è cercare di ingannarsi da soli sulla
consistenza di una paranoia.
Vedersi impazzire è fare buon viso
ai pensieri peggiori prima di crollare del tutto, è inventarsi
sentieri sempre diversi per dare un giro di volta alle cose, è
ripercorrere costantemente lo scritto e il cancellato della
memoria.
Vedersi impazzire è fare a botte con la luce,
orientarla nei punti giusti del corpo, evitare che si sbrindelli tra
le ombre.
Com'è possibile non scarseggiare in ragione quando la malattia colpisce proprio la ragione?
Ma appena metterò piede a casa cominceranno le allucinazioni, i farmaci non riusciranno piú ad arginare la maniacalità perché – me lo ripete in continuazione, il medico – se si resta in un ambiente chiuso, al buio, senza interagire con gli altri, le molecole delle medicine non riescono a rompere la barriera encefalica e non fanno effetto. Gli psicofarmaci sono ghiotti di luce. L'esperienza m'insegna che ci sono comportamenti che ne potenziano la reazione, e altri che la riducono di molto.
Ecco cos'è l'inconscio, qualcosa di cui ci rendiamo conto perché ci si rivela all'improvviso, non un substrato che rimane nascosto per sempre. L'inconscio è una presa d'atto molto concreta, è essere certi dell'impossibilità di passare tre minuti o tre mesi con i bassi di una brutta canzone nelle orecchie non per capriccio, ma per disabilità.
Ecco cos'è l'inconscio, qualcosa di cui ci rendiamo conto perché ci si rivela all'improvviso, non un substrato che rimane nascosto per sempre. L'inconscio è una presa d'atto molto concreta, è essere certi dell'impossibilità di passare tre minuti o tre mesi con i bassi di una brutta canzone nelle orecchie non per capriccio, ma per disabilità.
«Dillo con parole tue», era il consiglio dei professori del liceo. Senza considerare che non esistono parole nostre. Se fossero nostre, le parole, se non richiedessero una ricerca continua prima di essere condivise, saremmo tutti malati di mente. Le parole sono di tutti tranne che nostre – tranne che mie.
La
luce è sentirsi incendiare l'intestino per la paura.
La luce
è il cardio dell'ansia, che stavolta non è per me ma tutta per
mia madre. La luce è sentire la vescica vuota che tamburella
mandando input sbagliati, la luce è qualcosa di chimicamente ostile
al mio corpo per il semplice fatto che io non la merito, non ne sono
degno – è la sconfessione della mia malattia che non passa.
Noi matti non siamo mai assenti, al limite impresenti col fisico, perché il nostro non esserci si fa sentire.
…ma siamo davvero cosí sicuri che l'ira non veda piú in là dell'autocontrollo?
Io
lo so cosa si nasconde dietro le cantilene dei matti, dietro i versi
dei bambini disabili.
So riconoscere lo statuto logico nei
discorsi di chi parla da solo. So vedere la strategia che
sottintendono, so individuare lo scopo.
So che parlare da soli
significa provare a distribuire i pensieri su piani diversi,
analizzarli uno alla volta per aiutare il cervello a non cadere nello
sperdimento
So che lo sperdimento appartiene solo a chi crede di
camminare lungo un sentiero ben segnato: noi matti, invece delle
molliche, lungo la strada seminiamo pasticche di psicofarmaci che gli
uccelli ripudiano. La nostra casa di marzapane ha una fontana di
litio davanti all'ingresso. La staccionata è un blister argentato
con le cunette sfondate per passarci attraverso; in giardino, al
posto degli alberi, ci sono gigantesche siringhe piene di Valium; dai
rubinetti escono benzodiazepine che sanno di banana liofilizzata e le
scale sono scivolose di gel gastroprotettori. Il tetto è il tappo
scanalato del flacone di Wellbutrin, le mattonelle sono scandole
piatte di Lamictal, il forno è incastrato in un anfiteatro di
capsule azzurre.
Siamo in tanti a sederci a questa mensa e
mentre mangiamo chiacchieriamo nella nostra minestra di voci, senza
lume di sintassi.
Non abbiamo la pazienza di ridurre le nostre
visioni a concetti, e siccome non crediamo alla morte del tempo e
mettiamo sempre in dubbio il passato, i nostri verbi sono tutti
coniugati all'infinito.

