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La merda di cavallo, di massimolegnani

La merda di cavallo, di massimolegnani

La merda di cavallo

di massimolegnani





Da bambino vivevo in città, in un condominio affacciato sulla piazza del mercato. Nei giorni in cui non c'erano le bancarelle la piazza diventava il luogo ideale per giocare, pomeriggi interi di schiamazzi e sbucciature. Era un tempo tranquillo di provincia, prima del traffico e dell'inquinamento, non che in realtà l'aria fosse pulita, c'erano fabbriche e fumanti ciminiere in pieno centro, ma facevano parte del paesaggio urbano tipico di una cittadina industriale del Nord, nessuno ci badava, anzi il cotonificio Cantoni, il Brusadelli, la Franco Tosi erano usuali punti di riferimento come la chiesa di San Magno, il bar dei capitani o la gelateria del Miola. E quando nelle giornate di mezzo inverno lo smog diventava troppo palpabile per poterlo ignorare, c'era sempre qualcuno che diceva oggi c'è un gran nebbione e la cosa finiva lì.

Sotto casa c'era un negozio di macchine da scrivere, ogni mercoledì arrivava, dallo scalo merci della stazione, un carro tirato da un vecchio cavallo da lavoro. Mentre scaricavano dal cassone il nuovo materiale proveniente dalla fabbrica di Ivrea, il cavallo ne approfittava per un po' di riposo e una cagatina. Io ero attirato dal profumo che saliva al primo piano, sì, un profumo che inebriava, niente a che vedere con l'odore nauseante del prodotto umano o di quello delle vacche che immaginavo, solo per sentito dire. Ben presto il cavallo e il carrettiere ripartivano, io spalancavo i vetri per inalare le ultime note che si disperdevano nell'aria e ammiravo la perfetta piramide di tondi escrementi non molto diversi dai profiteroles della domenica. Ben presto arrivava un solerte netturbino col suo carretto a due bidoni, pochi gesti calibrati di ramazza e pala lunga e di quella meraviglia non restava traccia.

Da parecchi anni vivo in campagna, in un paesino adagiato ai piedi della collina, pochi abitanti, rari bambini, aria limpida che non la ricordo altrove, eppure leggi sui giornali che siamo noi con le stufe a legna ad inquinare l'aria del Piemonte e già ora, forse, siamo diventati fuorilegge.

Qui ancora passano i cavalli, gli zoccoli a schioccare sulla strada, rari nitriti a rompere i silenzi sul canale. Per loro è quasi una vacanza, che vivono al maneggio serviti e riveriti, e più non faticano tra le stanghe di carri carichi di ogni mercanzia, né devono solcare la terra con l'aratro.

Spesso li incrocio nei sentieri di campagna portare a spasso con fierezza cavalieri e amazzoni, e ogni volta che mi imbatto nei loro residui organici ripenso a quel ronzino dell'infanzia e a quanto m'incantava la sua merda.