Il sogno di una vita, di Ernesto Flisi
Il sogno di una vita
di Ernesto Flisi
Questa e una vicenda veramente accaduta, ma che ha dell'assurdo, a dimostrazione che talvolta la vita sembra segnata da un destino imprevedibile, quanto spietato. Il fatto ha occupato le pagine interne di cronaca di qualche quotidiano e poi e subito scomparsa, come tante.
Siamo in pieno agosto, periodo di ferie, alla stazione ferroviaria Termini di Roma. Grande affollamento, caos di gente che parte, ritorna, si affanna ai binari, sale e scende dai sottopassaggi, talora di corsa, con un andirivieni quasi da suk arabo, code davanti alle tante biglietterie. In fila per acquistare un biglietto c'è anche un arabo che probabilmente ha passato la sessantina, che si distingue per il suo costume bianco lungo fino ai piedi, con il copricapo tipico e la barba brizzolata. Mentre attende con pazienza il suo turno per potersi recare a Venafro, in provincia di Isernia, irrompe di corsa un giovane che urla frasi sconnesse, invettive e, brandendo un martello, si scaglia contro l'arabo, colpendolo più volte con violenza in testa, facendolo stramazzare a terra in un lago di sangue. Tutto avviene nel giro di pochi secondi, nessuno ha avuto avvisaglie o ha potuto fare qualcosa per fermare quella violenza improvvisa. Le urla e le grida della gente impietrita fanno intervenire subito la polizia ferroviaria che riesce a bloccare l'aggressore, che non ha potuto fuggire a motivo del grande affollamento. Il ferito viene subito trasportato da un'ambulanza che staziona nelle vicinanze e portato all'ospedale, al quale comunque arriverà già cadavere. L'assassino invece viene subito portato al posto di polizia e si saprà, dai giornali del giorno successivo, che si tratta di un giovane italiano con problemi psichici pregressi e che già da tempo viene seguito dai servizi sociali. Dagli stessi giornali si apprende che l'aggredito e un cittadino marocchino appena arrivato con un volo dal Marocco.
Mohamed, chiamiamolo cosi, era un cittadino marocchino che non aveva mai conosciuto il padre. Questi, nei primi anni della Seconda Guerra, lasciando la moglie incinta e la famiglia, si era arruolato con le armate francesi guidate dal generale De Gaulle. Sappiamo che il futuro presidente della Francia si era rifiutato di obbedire alla Repubblica francese collaborazionista dei nazisti che di fatto avevano occupato il suo Paese e aveva formato un esercito di resistenza, reclutando i francesi che vivevano nelle colonie (tra queste larga parte del Marocco), ma soprattutto gli abitanti che, dietro un compenso, si dichiaravano disposti ad arruolarsi. Cosi anche il padre di Mohamed, forse per spirito di avventura, ma molto più probabilmente per guadagnare qualcosa da mandare a casa per mantenere la famiglia, aveva aderito al bando. Si trattava di armate nelle quali erano presenti soldati di colore provenienti dalle colonie francesi sub sahariane, arabi islamici provenienti dal Marocco, dall'Algeria e dalla Tunisia, tutte colonie francesi allora. Vi erano persino ebrei che nel Maghreb avevano comunità fiorenti da secoli, nel loro caso desiderosi di dare un contributo alla
sconfitta nazista che tanta persecuzione antisemita aveva perpetrato.
L'unico collante era la lingua francese, la lingua ufficiale.
Questa armata affiancò gli angloamericani nella conquista del Nord Africa e poi sbarcò in Italia. La guerra e guerra e, ora come allora, le atrocità non mancarono, da entrambe le parti. Anche i marocchini non ne furono esenti. Il
padre di Mohamed partecipo alla furiosa battaglia che si svolse a Montecassino e li trovò la morte.
Perché il figlio stava acquistando un biglietto ferroviario per Venafro?
Perché in questa località del Molise si trova un grande cimitero francese che raccoglie le spoglie di tutti i soldati al servizio dell'Armata francese di liberazione della Seconda Guerra, morti in Italia e li sapeva che era sepolto suo padre.
Mohamed non l'aveva mai conosciuto. Era cresciuto orfano; probabilmente aveva frequentato le scuole di quel Paese e la madre era riuscita a fargli acquisire una discreta posizione sociale, grazie alla pensione di guerra che l'ambasciata francese erogava. Forse la famiglia era numerosa e certo non viveva nell'agio. Penso al confronto coi suoi compagni che invece il padre l'avevano, i racconti della madre per spiegare al figlio la sua condizione, la descrizione del padre, che era partito prima che lui venisse al mondo e forse già caduto in guerra, quando nacque. In quella situazione però le notizie dopo la sua partenza non erano arrivate. Certo a Mohamed sarà mancato il riferimento e la conoscenza del padre e avrà anche pesato sulla sua formazione umana e psicologica. Mohamed cosi aveva imparato a sentirsi diverso dagli altri, più sfortunato.
La durezza della vita pero probabilmente aveva fortificato in lui il carattere e nel contempo il desiderio di sapere sempre qualcosa di più di suo padre. Da adolescente avrà chiesto a zii e parenti notizie sue, della sua personalità, della sua conformazione fisica, alla ricerca di episodi ed elementi con i quali poterselo figurare. In Mohamed il richiamo del legame di sangue non solo non si assopì mai, ma continuò a tempestare la sua mente, come qualcosa che si
vuole capire e mai e possibile raggiungere, svelare. La vita adulta, il lavoro, la famiglia che sicuramente si era formato, avevano distratto la sua mente, rendendo meno martellante il suo desiderio. La ricerca di notizie pero mai era cessata in lui, come un fiume carsico che ogni tanto riaffiora.
Cosi, giunto alla pensione, aveva maturato il desiderio di recarsi sulla tomba del padre, per portare un omaggio alla sua memoria e forse anche per vedere le località teatro di quella guerra che se l'era portato via. Insomma, un ricongiungimento, tardivo, ma radicato.
Una decisione che normalmente tanti, nella sua condizione, avrebbero condiviso, proprio per riannodare un filo invisibile.
Immagino il viaggio in aereo dal Marocco, con scalo a Parigi e da qui a Fiumicino e poi il treno per arrivare a Termini. Forse sarà stato il suo primo viaggio in aereo, quasi un'avventura. Gli sarà anche costato parecchio, ma rappresentava l'occasione sognata da sempre e che ora finalmente poteva permettersi di realizzare.
Com'è andata, l'abbiamo già detto.
Padre e figlio sono partiti dal Marocco, in condizioni ed epoche diverse. Il primo ha trovato la morte senza poter vedere la liberazione dell'Italia; il secondo c'è arrivato in modo più agevole, ma ha trovato la morte nel nostro Paese, proprio mentre stava coronando il suo sogno di recarsi sulla tomba del padre. Il Paese per la liberazione del quale il padre aveva perso la vita, ora toglieva,quasi in maniera beffarda, la possibilità al figlio di realizzare il suo sogno di sempre.
Le truppe marocchine, al servizio dei Francesi, sono oggi più famose per le atrocità descritte magistralmente nel famoso film “La ciociara”. Contemporaneamente pero sembra non esserci pietà per chi, tra loro, e furono tanti, ha perso la vita.
Mohamed non poté mai cercare la tomba del padre in quella enorme distesa di lapidi nella verde vallata di Venafro. Un sogno negato e dimenticato, una delle tante vicende di cronaca nera che compaiono e subito scompaiono nell'apposita rubrica dei quotidiani.
Da La sveglia di Erminio e altri racconti (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, 2025)

