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Il cavalier Tirabùson

Il cavalier Tirabusòn

di Renzo Montagnoli



Verso la fine degli anni ‘50, spenti gli ultimi echi della guerra ed avviata la ricostruzione degli edifici provati dai bombardamenti, era arrivato in paese un uomo distinto, vestito rigorosamente di nero, magro come un'acciuga e dal passo già allora incerto. Aveva preso alloggio in una casetta appena restaurata e, a quanto si era saputo, l'aveva comprata, senza ricorrere ad alcun aiuto. Nessuno l'aveva mai visto e uno sconosciuto che entra in una piccola comunità non può che destare il massimo interesse e così fra tante illazioni era iniziata la ricerca di notizie per sapere tutto di lui. Il sindaco si era rivolto prima al parroco, poi al maresciallo dei carabinieri, ma il risultato era poca cosa; certo si conoscevano il nome e cognome (Giuseppe Pieroni), la data e il luogo di nascita (15 giugno 1900 ad Abbiategrasso), la provenienza (Crema), la professione (pensionato ex cancelliere) e lo stato di famiglia (solo lui, vedovo).

Lo si vedeva poco in giro, probabilmente consapevole delle realtà di un paese che voleva saper tutto dei suoi abitanti, evitava per quanto possibile i contatti, sperando che le tante chiacchiere con il tempo si sarebbero sopite. Aveva visto giusto, perché dopo circa sei mesi la sua persona aveva perso d'interesse, anche perché altri eventi attiravano la curiosità, come le Olimpiadi di Roma, le prime che nel nostro paese si sarebbero potute seguire con la televisione. Negli orari di trasmissione il Bar della bionda, l'unico a essere dotato di un apparecchio di ricezione, era preso d'assalto, con non pochi avventori che si sistemavano anche in piedi, pur di vedere quella meraviglia.

Fu uno di quei giorni sportivi che il Pieroni fece il suo ingresso nel bar, andò al banco, mentre gli occhi di tutti si spostavano dallo schermo televisivo alla sua figura, appoggiò i gomiti sulla superficie di mescita e ordinò un quintino di barbera, che bevve pressoché d'un fiato, poi girò i tacchi e uscì. Passarono una trentina di minuti e rientrò per berne un altro, per poi andarsene, ma questo andare, venire e tracannare un quintino avvenne una decina di volte nel pomeriggio. L'ultima volta che uscì si reggeva a malapena, ma mantenne le distanze anche quando uno lo aiutò a trovare l'uscita, perché indignato disse con voce impastata: “Grazie, ma il cavalier Pieroni non ha bisogno dell'aiuto di nessuno”.

Quel pomeriggio di bevute del Pieroni fu l'argomento delle discussioni una volta finite le trasmissioni e ripresero così le illazioni, e anche le battute salaci, perché ovviamente un cancelliere che proprio sobrio non poteva essere faceva presagire colossali errori giudiziari.

Comunque, il pomeriggio del giorno successivo si ripeté la stessa scena del precedente e andò avanti così per parecchio tempo, tanto che, come si conveniva in un paese, anche a lui fu dato un soprannome, cavalier Tirabusòn, il nome in dialetto del cavatappi.

Bevi oggi, bevi domani, l'uomo finì per ammalarsi, aveva preso un colorito giallo, camminava di sghimbescio, era diventato ancora più magro di prima, così che quando si seppe che era stato ricoverato in ospedale non ci si meravigliò e lo stesso fu il comportamento della gente quando si seppe della sua morte.

Il funerale fu di una semplicità assoluta, con il feretro seguito dai soliti tre sfaccendati che colsero l'occasione per passare un po' di tempo.

Dopo un paio di giorni dalla tumulazione arrivò in paese un uomo attempato, molto distinto, alla guida di di una Lancia Appia; andò dal Sindaco e disse di essere l'esecutore testamentario del defunto, diramando un invito a tutti quelli del paese a presenziare all'apertura del testamento.

Non vennero in molti, ma abbastanza, al punto da riempire il bar della bionda, luogo scelto per la bisogna.

L'esecutore testamentario, un notaio di Crema, era visibilmente commosso e precisò da subito di essere stato un caro amico del defunto, tanto da ritenere opportuna una premessa personale.

Pregò di far silenzio, poi parlò.

Il cavalier Giuseppe Pieroni, che voi avete visto ubriacarsi in questo bar, era una persona rispettabilissima e comunque non un avvinazzato, almeno fino a poco tempo fa. Stimato sul lavoro per la sua competenza e serietà, aveva vissuto a lungo una vita felice con la moglie e con i due figli, un uomo come tanti, una persona per bene. Poi venne la guerra e il figlio più vecchio andò a militare, finì in Russia, da cui non è più tornato. Si aggrappò al figlio più giovane, ma nel febbraio del 1945 questi fu vittima innocente di una rappresaglia tedesca. Potete immaginate lo strazio di quell'uomo, tanto più che la moglie, impietrita anche lei dal dolore, patì un ictus, restando paralizzata e allettata per diversi anni. La follia di un capo che per la sua gloria personale aveva voluto una guerra portando tanto dolore al suo popolo e agli altri gli aveva sconvolto la vita. Di certo sapeva che nulla sarebbe potuto tornare come prima, ma assistere la moglie lo teneva in vita. Quando lei morì, colsi nei suoi occhi il desiderio di seguirla, ma riuscii a dissuaderlo, gli feci nascere l'effimera possibilità di potersi rifare una vita, cambiando aria, andando in un posto dove non era conosciuto, e così venne nel vostro paese. Non credo che si aspettasse di essere accolto a braccia aperte, tanto più che lui era molto riservato, ma forse trovò qualche cosa per cui valeva la pena di vivere. Mi ha raccontato che avete un piccolo asilo, povero, più un ricovero per gente che non ha più speranza che un luogo di gioia per gli uomini di domani. Passava ogni mattina e guardava i bimbi nel giardinetto dello stesso senz'altro gioco di quello di rincorrersi. Si era messo in testa che quegli uomini di domani dovessero aver tutto per non diventare un giorno carne da cannone, che in quell'asilo si insegnasse la pace, si ripudiasse la guerra. Già i bimbi di oggi, gli uomini di domani che probabilmente lui non avrebbe potuto vedere. Gli ha ripreso lo sconforto, si è lasciato andare e ha cominciato a bere. Il resto vi è noto. Ed ecco il testamento, breve, come era lui:

Se non vogliamo che la pace resti un'ipotesi, per lo più campata in aria, dobbiamo educare ed educarci alla pace. Quando si è già adulti diventa difficile, se non addirittura impossibile, ed è per questo che solo i bimbi possono essere educati, ma per farlo, a parte la necessità che ci sia chi spieghi loro il valore del rispetto umano, l'amore per il prossimo, la consapevolezza che la vita non è una battaglia, ma un percorso comune in cui aiutarsi, è indispensabile che ciò avvenga nel luogo più adatto. E' per questo che con i proventi della vendita della mia casa e con le disponibilità liquide del mio conto in banca incarico il presente notaio di provvedere a quanto necessario per lo scopo che ho indicato, erigendo anche un asilo degno di questo nome.”.

Ci fu un lungo applauso, a qualcuno scese una lacrima e nei due anni successivi fu realizzata una struttura moderna per l'epoca e furono trovati istitutori in grado di provvedere.

Ma intanto, anche se i bimbi così educati crescevano, le guerre continuavano, e continuano, a divampare nel mondo.

Poi iniziarono a diminuire i soldi necessari a reggere l'iniziativa, il notaio venne a mancare e oggi non restano che mura sbrecciate, né si odono più i canti dei bimbi inneggianti alla pace, quella pace riportata nell'epitaffio della lapide della sua tomba:”Riposo in pace affinché nel mondo regni la pace.”.


Da Storie di paese