Cenere, di Grazia Deledda, edito da Intra e recensito da Katia Ciarrocchi
Cenere – Grazia Deledda – Intra – Pagg. 207 – ISBN 9791259910332 – Euro 10,00
Recensione di Katia Ciarrocchi
Cenere di Grazia
Deledda,
pubblicato nel 1904, appartiene a quel momento della sua produzione
in cui la scrittura ha ormai raggiunto una piena
consapevolezza espressiva.
È un romanzo che rinuncia a qualsiasi compiacimento pittoresco e
concentra lo sguardo sull'essenziale umano. La vicenda narrata è
semplice solo in apparenza, quasi scarna nella struttura, ma sotto
questa superficie si muove un'analisi severa del legame tra colpa,
amore e destino.
La
storia prende avvio dalla relazione clandestina tra Olì, giovane
donna poverissima, e un uomo sposato, quando rimane incinta, Olì
viene esclusa dalla comunità e dalla famiglia. Senza mezzi, senza
protezione e senza alternative reali, compie un gesto che segnerà
l'intero romanzo: lascia
il bambino davanti alla casa del padre, consegnandolo a un futuro che
non le apparterrà.
Anania, cresce in un ambiente relativamente agiato, riceve
un'educazione, costruisce un percorso di ascesa sociale che sembra
promettere riscatto. Eppure, la sua vita resta attraversata da
una frattura
originaria,
la madre, assente e rimossa, non smette di esercitare una forza
sotterranea.
Il
nucleo del
romanzo non risiede negli eventi, ma nella tensione interiore che
lega Olì e Anania, separati solo in apparenza. Deledda non
trasforma l'abbandono in un caso morale da condannare o
giustificare, lo mostra come una scelta estrema imposta da un
contesto che non offre alternative. La maternità diventa così uno
spazio di conflitto,
dove amare significa rinunciare e proteggere significa
scomparire.
Olì
è un personaggio di forte intensità, lontano tanto dall'eroismo
quanto dalla vittimizzazione. La sua presenza, discreta e quasi
sfumata, finisce per essere il vero centro emotivo del romanzo,
un'ombra che continua ad abitare la coscienza del figlio. Il suo
dolore si consuma in silenzio, senza gesti eclatanti, fino a
diventare la sostanza stessa della sua identità. La Cenere allora
non è solo il resto di un incendio, ma una
condizione dell'essere,
ciò che rimane quando la fiamma si spegne ma la memoria continua a
bruciare sotto la superficie.
Anania,
dal canto suo, rappresenta il vero campo di battaglia del romanzo.
Cresciuto tra l'affetto concreto della famiglia paterna e l'ombra
di un'origine irregolare, incarna la tensione tra integrazione
e inquietudine.
Studia, migliora la propria posizione, si avvicina a un modello di
vita rispettabile. Ama Margherita, figlia del suo benefattore, e
sogna una stabilità che possa finalmente chiudere il passato.
Tuttavia, ogni passo verso l'ordine sociale rende più acuta la
consapevolezza di ciò che è stato rimosso. La madre non è solo una
persona da ritrovare, ma il simbolo di una verità che non può
essere cancellata. Il legame di sangue assume un valore quasi
metafisico e nessun successo riesce a dissolverlo.
“Cenere”
ha una struttura circolare,
perché il dolore iniziale non viene mai davvero superato e continua
a tornare nella vita dei personaggi. Deledda mostra
come le persone siano profondamente influenzate dalle proprie origini
e dall'ambiente in cui vivono. La Sardegna è un contesto rigido,
fatto di regole e giudizi, che condiziona le scelte e limita le
possibilità. In questo sistema, le donne sono le più esposte e chi
infrange le norme paga conseguenze senza possibilità di
riscatto.
Letto
oggi, Cenere mantiene
una forte attualità emotiva perché affronta con lucidità un
conflitto ancora vivo. Mostra come l'amore,
se ostacolato dal contesto, possa diventare una distruzione
silenziosa che
consuma senza clamore. Deledda conduce
il lettore dentro una verità difficile: l'affetto
può tradursi in rinuncia e la protezione in assenza,
ed è proprio questa tensione irrisolta a dare al romanzo la sua
forza duratura.
Citazioni tratte da: Cenere di Grazia Deledda
Madre non è la donna che dà materialmente alla luce una creatura, frutto d'un momento di piacere, e poi la butta nel mezzo della strada, in grembo al perfido Caso che l'ha fatta nascere.
Della mia “miserabile tranquillità”? Non sarò mai più felice; non crederò più né agli altri né a me stesso. Ora sì, ora capisco che cosa è l'uomo: è una vana fiamma che passa nella vita e incenerisce tutto ciò che tocca, e si spegne quando non ha più nulla da distruggere…
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Nelle citazioni riportate, non ci sono i riferimenti alle pagine,
perché ho ascoltato il libro su Audible.

