Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara, di Antonia De Gattis, edito da Castelvecchi e recensito da Katia Ciarrocchi
Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara – Antonia De Gattis – Castelvecchi – Pagg. 111 – ISBN 9791256141890 – Euro 14,50
Recensione di Katia Ciarrocchi
Il
commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara di Antonia
De Gattis è
un noir breve ma intenso, pubblicato da Castelvecchi nel 2024. In
poco più di cento pagine l'autrice costruisce una storia che
intreccia indagine,
memoria e dolore personale,
portando il lettore dentro un'atmosfera cupa e profondamente
segnata dal peso del passato.
La
vicenda prende avvio dal ritrovamento del corpo di una ragazza nella
hijumara, termine che richiama la fiumara calabrese e che già dal
titolo restituisce al romanzo un'identità territoriale forte e
riconoscibile. Quello che inizialmente potrebbe sembrare un suicidio
spinge però il commissario Ferramonti a scavare più a fondo,
seguendo intuizioni che lo porteranno non soltanto verso la verità
del caso, ma anche verso parti irrisolte della propria vita.
Ed
è proprio qui che il romanzo trova la sua direzione più
interessante, perché l'indagine diventa il punto attraverso cui
emergono il
lutto, la perdita e
tutto ciò che continua a sopravvivere dentro una persona anche
quando il tempo sembra essere passato.
Il
personaggio meglio costruito è senza dubbio il commissario
Ferramonti perché non è il classico
investigatore freddo e infallibile, ma
una figura molto più fragile e umana.
Porta dentro di sé un lutto mai completamente elaborato e una
condizione personale importante che avrebbe potuto facilmente
trasformarlo in un personaggio schiacciato dal proprio
tormento. Antonia
De Gattis riesce
invece a costruirlo con equilibrio, senza mai ridurlo alla sua
sofferenza.
I
personaggi secondari, inevitabilmente, hanno meno spazio per
svilupparsi a fondo, probabilmente anche a causa della brevità del
romanzo, ma riescono comunque a sostenere la storia senza risultare
macchiette o semplici funzioni narrative.
La
scrittura di Antonia
De Gattis è
stata per me una delle sorprese più belle del romanzo. È una
scrittura molto scorrevole, pulita e chiara, non appesantisce la
lettura con costruzioni inutilmente elaborate e soprattutto non cade
mai nella confusione narrativa.
Unico
aspetto che mi ha lasciata un po' destabilizzata riguarda
invece il finale e in particolare il ritmo dell'ultima parte. Il
passaggio tra il momento in cui Ferramonti comprende chi sia
l'assassino e quello in cui il lettore arriva alla stessa
consapevolezza è molto rapido. Forse troppo.
Non
tanto da compromettere il romanzo, ma abbastanza da creare una lieve
sensazione di stacco rispetto al resto della costruzione narrativa,
che fino a quel momento aveva avuto tempi più distesi e controllati.
Avrei probabilmente voluto qualche pagina in più per dare maggiore
respiro alla rivelazione finale.
Il
commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara l'ho
trovato un esordio molto convincente, un noir che usa l'indagine
non soltanto per cercare una verità, ma anche per raccontare tutto
ciò che il dolore continua a lasciare dentro una persona.
Citazioni tratte da: Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara
La stessa vita è come una hijumara, un naturale contrasto tra quiete e irruenza, tra piena e secca, tra verticalità veloce e lenta distesa. (pag 7)
…non vedere, non accettare, negare e aspettare che il tempo passi, ma non la strategia migliore perché, prima o poi, la fabbricazione di bugie e di ottusità ci crolla addosso senza pietà e senza rimedio. (pag 35)
La mancanza ci aiuti a comprendere la realtà. (pag 53)
Chi stava all'esterno vedeva solo il riflesso di sé nella vetrata che poteva anche essere la metafora dell'indifferenza, la manifestazione di un riflesso dell'ego, quando dentro la frenesia e la velocità, nessuno realmente si ferma a osservare gli altri, e guarda solo il suo lato della vita. Quanda solitudine in quella visione. (pag 51)
Lui le rispose che quella lirica aveva il sapore delle storie di coraggio di chi, nonostante il carico di infelicità che si porta addosso, lotta per una giusta e sacrosanta causa, i diritti per una vita migliore. (pag 59)
Il male era come un pezzo di carne tra i denti.
Si fa fatica a tirarlo fuori, se ne percepisce il fastidio e, allo stesso tempo, se ne sente il sapore.
Una
volta tirato fuori, non si può fare a meno di mangiarlo.
Ecco
cos'è il male.
L'orrore di cui non ci si libera e di cui ci
si nutre. (pag 105)

