L’utopia della panchina, di massimolegnani
L'utopia della panchina
di massimolegnani
Ci sono parole che mi rimbalzano in testa tra occipite e ipotalamo come palline di un flipper impazzito che le sbatte qua e là senza ingoiarle mai.
Ci vorrebbe un'utopica panchina dove conversare con interlocutori attenti, parlare a ruota libera, snocciolare tutte le varianti, battere e ribattere, sviscerare i significati e le allusioni, sillabare e sminuzzare le vocali fino a che di quella parola non resti più nulla. Ma, soprattutto, per questo conversare ci vorrebbe un io diverso da me stesso, sta in questo l'utopia, un io brillante, opposto al me che tenacemente tace, rimugina silenzi e manco ascolta quelli che sproloquiano.
Eppure, non sarebbe male sedermi accanto a un anziano, a una signora, a un ragazzetto. E con naturalezza parlare dei margini, di guadagno?, chiede il mio vicino, no, dei fogli, non sono mai riuscito a starci dentro.
Nei quaderni di quarta, oltre alle righe orizzontali, c'erano agli estremi della pagina due grosse righe verticali, una per lato, di un nero severo: erano il limite che non dovevi superare, spiego al mio interlocutore bambino, poi mi rivolgo al vecchio, se li ricorda i margini?, e lui sospira, il che può valere per un sì come per un no.
Beh, io non riuscivo a stare dentro quei confini così netti e così stretti, non volevo andare a capo, avevo ancora da dire qualcosa su quella riga e non su quella successiva, come un pensiero che non vuoi interrompere. Spezzare la parola, all'inizio non sapevo come, poi semplicemente mi disturbava l'idea.
Cerco la complicità nello sguardo del bambino che magari sta vivendo esperienze simili, sempre che a scuola ancora insegnino a scrivere con la penna e non solo a pestare sopra ai tasti, cerco l'indulgenza negli occhi della signora che forse è un'insegnante, o almeno la solidarietà nell'anziano che nemmeno lui doveva essere tanto attento ai margini. Ma il ragazzino mi guarda annoiato, prende la palla e se ne va a giocare, il vecchio, beh, devo avere una voce assai monotona perché il vecchio s'è addormentato di botto. Mi resta solo la signora: lei alza il sopracciglio destro ed emette un leggero sbuffo, la massima manifestazione per lei di un dissenso infastidito, come avesse perso un punto nel suo lavoro a maglia, ed è una riprovazione al mio ciarlare di argomenti così intimi, lei sa bene che quell'innocente masticare una parola a caso sarà una spirale a scendere nel mio privato più segreto.
Margini, le dico con l'impassibilità di un rullo compressore e le confido un mio starmene ai margini della vita, per scelta, le ribadisco con orgoglio, una scelta ascetica, sottolineo. Ma con improvvisi sconfinamenti, aggiungo con un ammicco che lei sicuramente giudica volgare, sì a volte debordo, straripo, oltrepasso i margini come da bambino, inseguo una farfalla oltre lo steccato. La signora ha un piccolo sgomento negli occhi, non potrebbe parlare del tempo come tutti? La incalzo senza pietà,..e capita che nello steccato io c' inciampi, frano a terra coprendomi di fango e di ridicolo.
La donna boccheggia, non vuole sapere altro, si alza lisciandosi la gonna come a riportare ordine alle cose e mi abbandona senza una parola.
In mancanza d'altri mi rivolgo al bel vecchio addormentato, il problema è chi li stabilisce i margini? Io? Lei? La convenzione? Silenzio, se non per il suo ronfare adenoideo.
Mi sto lanciando in un delirio affabulatorio inascoltato quando tra noi si siede una ragazza con un cane. È un cane di media taglia come la sua padrona e come lei sembra tranquillo, innocuo, ascoltatori ideali, mi dico. Anche al liceo sui fogli di protocollo del tema in classe ignoravo i margini. Anzi forse è proprio lì che è diventata una ribellione consape..
Non riesco a finire la frase, il cane che aveva iniziato a ringhiare già alle mie prime parole, mi salta addosso non appena alzo lo sguardo verso la sua padrona. Non che mi morda, ma è furibondo, abbaia, latra, mi guarda con occhi minacciosi. È una rivalità in piena regola, una gelosia per l'attenzione che dedico a chi lui considera sua esclusiva proprietà. E non è la prima volta che mi capita, come io fossi in competizione con i cani e non con rivali umani. Cane tra i cani, forse, filosofeggio assorto. La ragazza dà uno strattone al guinzaglio, buono Poldo, gli dice con affetto, e se ne va senza che con me abbia scambiato nemmeno una parola.
Aspetto lì seduto con la mente vuota. Mi passo le mani sul volto in una minima disperazione, quindi mi alzo e riprendo il mio cammino. Quando mi volto, sulla panchina non c'è più nemmeno il vecchio. Ma, almeno, dei margini, nella mia testa, non c'è più traccia.

