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Il bersagliere, di Ernesto Flisi

Il bersagliere, di Ernesto Flisi

Il bersagliere

di Ernesto Flisi



Nella terribile situazione bellica di Tobruk, il bersagliere Carlo operava come mitragliere. Carattere di poche parole, quanto dotato di una tenacia ferrea, in quel teatro di sabbia aveva continuato a sparare all'impazzata per alcuni minuti dopo che si era accorto che era stato colpito alle gambe da una sventagliata di mitragliatrice aerea inglese. I suoi compagni, approfittando di un momento

favorevole delle operazioni, erano riusciti, non senza fatica per la stazza del commilitone, a trascinarlo nelle retrovie. Per miracolo non ci aveva lasciato le penne, ma una gamba fu amputata immediatamente e l'altra all'altezza del ginocchio.

Rimpatriato, all'ospedale militare fu accolto con tutti gli onori che la propaganda bellica richiedeva. Nella sua corsia furono improvvisati festeggiamenti, allietati anche dal canto di una famosa soprano. Gli fu attribuita la medaglia d'oro per il gesto eroico.

Successivamente, a Carlo non fu mai spiegato il motivo, fu tramutata in medaglia d'argento.

Fu poi congedato e, una volta ritornato al suo paese di campagna, il Fascio locale lo aveva coinvolto in festeggiamenti celebrativi dell'eroismo italico e portato in giro continuamente per dimostrare la fierezza con la quale si doveva combattere il nemico.

Carlo però, famigliarmente chiamato Carlino, nonostante la mole, si trovava a disagio in quella situazione. Era timido di carattere, apparteneva a una famiglia numerosa di piccoli agricoltori e si era ritrovato eroe senza averne l'obiettivo e lo spirito. In quella terribile situazione c'era capitato, senza averla non solo cercata, ma mai nemmeno immaginata. Non era mai stato per nulla attivo nel

Fascio locale; certo aveva partecipato alle esercitazioni del sabato fascista, perché obbligatorie, come tutti i ragazzi. Sennò sarebbe rimasto volentieri a casa a dare una mano nei lavori dei campi.

Cosi, piano piano, vuoi per questa sua ritrosia, vuoi perché le vicende sempre più terribili di quegli anni di guerra suscitavano attenzioni via via maggiori, Carlo tornò alla sua vita normale, se normale si poteva dire. Già perché in quelle condizioni di limitazione fisica, come poteva essere utile in campagna? Per la verità la famiglia l'aveva accolto con sofferenza, ma al tempo stesso sollievo, perché almeno aveva avuto salva la vita. Di diversi suoi fratelli invece, sparsi un po' su tutti i fronti, si sapeva poco e si aveva sempre il cuore sospeso tra la speranza e il timore di vedersi venire a casa il prete o i carabinieri ad avvisare che…

Per un po' Carlo ricevette visite di parenti o conoscenti ai quali ripeteva quanto gli era successo e tutti portavano qualcosa. Non certo ricchi doni, ma quello che poteva dare la terra in quegli anni di ristrettezze.

Finita la guerra, ebbe finalmente una pensione come invalido di guerra. Nella miseria di quegli anni e anche in famiglia fu considerata quasi alla stregua di una ricchezza, ma in realtà, a conti fatti, non era tale.

Poi anche lui, come tutti i fratelli e molti suoi amici, nel giro di un anno si sposò con una ragazza che abitava a duecento metri da casa sua ed andò ad abitare in una casetta del capoluogo del comune.

Gli rincrebbe un po' abbandonare quel mondo agricolo nel quale era cresciuto, ma che poteva fare?

Però l'animo del bersagliere gli era rimasto nel cuore. Presto aveva acquistato un biciclettone, adattato da un artigiano alle sue gambe artificiali: il pedale destro era rigido, l'altro lo azionava con la gamba sinistra, pur se con fatica. Aveva poi, con prudenza contadina, fatto raddoppiare il battistrada dei copertoni, per evitare il più possibile forature che per lui avrebbero potuto costituire un bel problema. Tutto ciò gli consentiva di spostarsi per andare a trovare i fratelli nei paesi vicini e interrompere un po' il tran tran della vita da pensionato forzato, quasi sempre chiuso in casa, curando l'orto o facendo piccoli lavoretti. Si era specializzato a impagliare sedie e se qualcuno lo chiamava, ci andava volentieri; era anche il modo per fare due chiacchiere.

Le occasioni pubbliche, diciamo cosi, non si presentarono più; di certo non ne era dispiaciuto.

La sua e stata una vita da anti-eroe, catapultato in quella di un giorno da eroe. Certamente la storia di tanti, presto dimenticati per il loro gesto.

Lo spirito bellicoso ed esaltatore del genio italico che il Fascismo voleva forgiare nella gioventù del tempo, in lui proprio non era riuscito a crearlo, nonostante avesse saputo fare il suo dovere.


Da La sveglia di Erminio e altri racconti (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, 2025)