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Gli occhi come giare, di Marina Minet

Gli occhi come giare, di Marina Minet

Gli occhi come giare

di Marina Minet


A mia madre


In certi istanti, dov'è la sola umanità

a renderci chi siamo

diamo il congedo a tempi lontani

devoti al nostro sangue

e a tutto ciò che resta nel mistero

Cosa sappiamo dell'innocenza

del corpo arreso sotto la daga

guardando le piaghe degli altri

come rivoli di pioggia noi perforiamo i sassi

prima che la pena sia compiuta

e che la mano tenda il suo conforto


Sotto il passo le strade sono sorde

scorrono difese mentre il colpo incede, fugaci

come le nubi che partono di sera

quando ciò che è perso non è che una condanna

scritta dalle mani che più amiamo

Ma gli occhi sono giare nel dolore

si colmano d'amaro fino a traboccare

e ciò che ci soccorre è solo una preghiera

il canto più agguerrito della croce


Quanto vorrei che il tempo non sfinisse

che un pianto fosse più di una parola

che il vento nel soffiare curasse le mancanze

portandole a un rimedio

che il rosso delle guance sia simile a una gioia

per regalarla a chi non la comprende

e a chi l'ha allontanata dalla schiena


Care mi sono le bestie da spavento

e i passeri feriti sotto i tetti

perché anche loro sperano l'elisio

Gli arbusti cavi e i tubi delle fonti

che mi hanno dissetato

Sorelle le ragioni di buone verità

Fratelli tutti i cuori

e i semi che sfioriti concimano la terra

Dolci e sacre madri tutte le pazienze

ora che aspetto non so cosa

donando ogni perdono

e sento il mio respiro quasi fosse un'ombra

un volo spalancato sulla cima, giungere al finale


Da Pianure d'obbedienza (Macabor, 2023)