Dissolvenze e sussurri, di Antonio Spagnuolo, edito da La valle del tempo e recensito da Katia Ciarrocchi
Dissolvenze e sussurri – Antonio Spagnuolo – La valle del tempo – Pagg. 60 – ISBN 9791257430238 – Euro 14,00
Recensione di Katia Ciarrocchi
In Dissolvenze
e sussurri, Antonio
Spagnuolo scrive
come un poeta che non ha più nulla da dimostrare e, proprio per
questo, si prende il rischio maggiore: quello di restare fedele alla
propria lingua fino alle estreme conseguenze. È un libro compatto,
ma anche attraversato da tensioni irrisolte che meritano di essere
dette senza indulgenze.
Il
punto di forza più evidente della raccolta è la densità
lessicale e immaginativa. Spagnuolo lavora
per livelli, sovrapponendo pittura, musica, corpo, memoria e storia.
Nei testi iniziali la poesia dialoga apertamente con le arti visive,
trasformando la parola in gesto pittorico: In
ogni dissolvenza c'è la traccia / di quella gioia che sorvola
fantasie (Bluesky/word).
La lingua è fluida,
cromatica, capace di evocare senza spiegare,
la poesia non racconta ma mostra, questa scelta produce immagini di
forte suggestione, come in Riflessi,
dove «il
ricordo è preciso e conserva tinte / fermando le misure di un
cipiglio»,
o in Pulviscolo,
uno dei testi più riusciti del libro, in cui il tempo, il desiderio
e la perdita si dissolvono davvero annulla(ndo)
l'invettiva dei pensieri / nell'assedio dei giorni.
Altro
elemento di grande valore è la scrittura
dell'eros,
che in Spagnuolo resta
carnale, inquieta, mai pacificata. In poesie come Sogno o Erosioni,
il corpo non è metafora edulcorata, ma luogo di collisione tra
desiderio e memoria:
Qui
sono la tua carne come trina / impreziosita nel delirio
dell'ignoto.
C'è
una verità emotiva che non cerca consenso, e questo è un merito
raro.
Quando
però la raccolta si estende, emergono anche i suoi limiti
strutturali,
il primo è una certa ridondanza
tematica e stilistica.
La lingua di Spagnuolo è
così riconoscibile da rischiare, a tratti, l'autocitazione
interna: immagini, registri e soluzioni sintattiche tendono a
ripresentarsi, soprattutto nella zona centrale del libro, dove alcune
poesie sembrano variazioni minime di uno stesso nucleo emotivo.
Anche
la sezione più apertamente civile
e storica mostra
luci e ombre, testi come Gerusalemme o Libertà
e tragedia colpiscono
per l'urgenza etica e per alcune immagini di forte impatto: Dove
pregavano mani intrecciate / ora s'alzano pugni e
fucili. Spagnuolo dimostra
di saper evitare la retorica facile e di mantenere un tono dolente,
non declamatorio.
Il
finale del libro è coerente ma severo, Chiusura non
consola, non offre aperture: «avrà
capacità di raccontare / il conversare dei vermi».
È una poesia che si interroga sul senso stesso dello scrivere oggi,
e lo fa con lucidità spietata. Qui Spagnuolo è
al suo meglio, non compiaciuto, non nostalgico, ma consapevole di
abitare una parola che resiste pur sapendo di essere
fragile.
Dissolvenze
e sussurri è
un libro che non accarezza il lettore, ma lo mette alla prova. Non
offre una lettura fluida e “piacevole” nel senso editoriale del
termine, bensì una esperienza di attraversamento, fatta di
resistenze, rallentamenti e zone d'ombra.

