Ettore, di Ernesto Flisi
Ettore
di Ernesto Flisi
“Maria, dove vai? Torna a casa, e una gran brutta giornata!”: così le si era rivolto Luisain, il fabbro del paese, che, a dispetto del diminutivo, era invece grande e grosso. Il suo modo di fare era spesso burbero e stranamente in quella mattina si era preoccupato di Maria, ragazza ventiquattrenne, che non aveva mai degnato di molte attenzioni. Luisain, detto “Magnamlón” (in paese le persone erano conosciute più per i soprannomi, “i scudmai”, che non per i nomi di battesimo), non aveva mai avuto paura di nulla, anzi di paura ne faceva agli altri. Di mattina molto presto, prima di aprire la sua officina, in gran fretta, pigiando forte sui pedali della sua biciclettona, che sembrava quella dei bersaglieri, stava andando nel canale di bonifica che scorreva lungo la Viazza, a prelevare il suo bertovello e verificare se era pieno di pescegatti. Erano le
sette del mattino del 25 aprile del 1945 e Maria, ultima di nove fratelli, stava andando nella chiesa del paese, perché era uno dei giorni delle rogazioni, quella di San Marco e sapeva che doveva partecipare alla processione propiziatoria che il prete avrebbe iniziato di lì a poco, lungo i viottoli di campagna. Arrivata alla chiesa però, trovò la porta sbarrata, deserta la piazzetta, neanche un'anima in giro. Stupita per il contrattempo (eppure il parroco la domenica precedente dal pulpito aveva raccomandato ai suoi fedeli
di partecipare alla rogazione, per pregare Dio perché risparmiasse i raccolti dalla tempesta, ma anche la popolazione dalla guerra e dalla carestia), inforcò di nuovo la sua bicicletta Bianchi e ritorno alla sua casa che si trovava a un mezzo km dal paese. Vedendola tornare cosi presto, la madre, che aveva il suo bel da fare a preparare la colazione ai suoi numerosi uomini che stavano lavorando dall'alba, chi nella stalla, chi nei campi, le chiese il perché. Maria
spiegò l'accaduto, disse del suo incontro con Luisain, della chiesa chiusa e di come in tutte le strade del paese, osteria compresa, avesse trovato nessuno; anzi aggiunse che gli scuri delle case e le porte erano tutti chiusi, come se fossero ancora tutti a letto. In aprile, in piena stagione di lavori nei campi! Maddalena, così si chiamava la madre, non capiva e pensava a qualcosa di strano che proprio non riusciva a spiegarsi.
Ben presto però in quella corte agricola, posta sull'ultima curva della strada dopo il paese, nella direzione che portava a Mantova, videro e sentirono un passaggio tumultuoso di soldati tedeschi, chi su carretti agricoli sicuramente requisiti, chi in bicicletta, molti a piedi, chi con le armi, chi senza, chi di corsa (i più giovani), chi con camminata più lenta e affannosa. Si davano voce nella loro lingua, incomprensibile a quegli agricoltori che li guardavano stupiti, ma anche intimiditi. Non sapevano che erano soldati dispersi, senza guida o comando, che stavano scappando per raggiungere in qualche modo, al più presto, la città di Mantova, che distava però più di 30 km e di lì poi Verona e al confine del Brennero, per tornare a casa in Germania. I tedeschi invece sapevano con certezza che di lì a poche ore sarebbero arrivati gli Americani, che stavano già passando il Po a Viadana, a Guastalla, a Casalmaggiore.
Ad un certo punto, due soldati, avendo adocchiato la bicicletta Bianchi che Maria aveva appoggiato al muro della casa, proprio vicino alla porta che dava sull'aia, percorsero in fretta i cento metri dello stradello e si precipitarono per sequestrare la bicicletta, che per loro sarebbe diventata un'ancora di salvezza per raggiungere al più presto possibile Mantova. Mentre i due soldati stavano mettendo le mani sulla bici, come un falco, uno dei fratelli, Ettore, si precipitò anch'egli sulla bici e ne riusci ad afferrare il manubrio, urlando di lasciarla. I due erano armati. Ettore, a prima vista, non sembrava avere una forza irresistibile, ma era un fascio di nervi, dotato di una tenacia incredibile e anche di un coraggio al limite della temerarietà. Vista la contesa, uno dei soldati carico il fucile e glielo puntò contro, minacciando di sparargli se non avesse mollato la presa. Ettore invece, con uno sguardo fiero e un coraggio ormai inconsapevole del rischio, urlò: “Lasciate la bicicletta! Andatevene”. Il tiramolla tra lui che teneva come una morsa il manubrio e l'altro soldato che tirava in senso opposto, facendo forza sulla sella, durò qualche interminabile secondo e avrebbe certamente potuto finire in tragedia, se dalla strada alcuni soldati tedeschi sopraggiunti di corsa, chiamando i due commilitoni coi loro nomi incomprensibili, non avessero detto loro in tono perentorio alcune parole. I fratelli di Ettore capirono solo: “Komm”, ripetuto più volte. Fatto sta che i due si misero immediatamente di corsa a raggiungere gli altri soldati e Ettore, che sul momento non si era reso ben conto da cosa era scampato, riprese subito la bici, livido in viso, mentre il padre e i fratelli erano rimasti a bocca aperta, impietriti, a breve distanza.
Maria e la madre, invece, avevano assistito alla scena dalla finestra della cucina, col cuore che pompava come un Landini.
Un anno dopo, quando Maria si sposò, insieme alla dote, portò con sé la bicicletta Bianchi, nella corte agricola poco distante, dove era andata ad abitare.
Questa breve storia era presto circolata in quello sperduto paese di campagna, nel quale il 25 aprile aveva lasciato il suo piccolo segno di libertà.
Da La sveglia di Erminio e altri racconti (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, 2025)

