Tra pronto e realtà, di Diego Traficante, edito da Impremix e recensito da Katia Ciarrocchi
Tra pronto e realtà – Diego Traficante – Impremix – Pagg. 148 – ISBN 9791256560677 – Euro 13,00
Recensione di Katia Ciarrocchi
Tra
pronto e realtà,
o dell'occasione mancata di raccontare l'umanità
dell'emergenza.
Quando
ho scoperto Tra
pronto e realtà di Diego
Traficante,
pubblicato da Impremix
Edizioni nel
2025, la trama è passata quasi in secondo piano. A incuriosirmi è
stato soprattutto il percorso dell'autore, infermiere da molti anni
nell'area dell'emergenza e dell'urgenza. Sapere che un romanzo
nasce dall'esperienza di chi vive ogni giorno il pronto
soccorso porta
quasi naturalmente ad aspettarsi una storia capace di restituire
la complessità di
quel mondo. Anni fa ho lavorato anch'io in quell'ambiente e forse
è stato proprio questo a rendere le mie aspettative così
alte.
Il pronto
soccorso è
un luogo in cui il tempo sembra seguire regole diverse, ci sono
attese che sembrano infinite e pochi istanti dopo tutto accelera
improvvisamente, è il luogo in cui si incontrano la paura di chi
arriva, la stanchezza di chi lavora, la rabbia, la speranza e, molto
spesso, un'umanità che
si manifesta proprio nei momenti di maggiore fragilità.
Per questo speravo di trovare un romanzo capace di trasformare
quell'esperienza quotidiana in qualcosa che andasse oltre il
semplice racconto dei fatti.
La
lettura, però, ha preso una strada diversa da quella che immaginavo.
Il pronto
soccorso rimane
sullo sfondo e il racconto si sposta quasi subito nella vita privata
del protagonista, seguendone i pensieri e la quotidianità. Non
considero questa una scelta sbagliata, perché spesso è proprio
lontano dal luogo di lavoro che si comprende il peso che quel lavoro
continua ad avere su una persona. Quello che mi è mancato è stato
il legame tra queste due dimensioni. Avrei
voluto che il reparto non fosse soltanto un'ambientazione, ma il
luogo da cui tutto prende forma e verso cui tutto continua a
tornare.
Più
volte, durante la lettura, ho avuto la sensazione che il romanzo si
fermasse sulla soglia di storie che avrebbero meritato uno spazio
diverso. Un richiamo della caposala, il rapporto con una collega
appena arrivata, un episodio al triage o l'incontro con un paziente
sembrano ogni volta aprire una possibilità, ma vengono lasciati
andare quasi subito. È proprio in quei momenti che ho avvertito
maggiormente la distanza tra ciò che il romanzo racconta e ciò che
avrebbe potuto raccontare, perché alcune esperienze acquistano
davvero significato soltanto quando la narrazione concede loro il
tempo di lasciare una traccia.
Anche
sul piano della scrittura ho avuto la sensazione di trovarmi davanti
a un'opera ancora acerba, non per la semplicità della lingua, che
anzi accompagna la lettura con naturalezza, ma per il modo in cui la
narrazione attraversa gli avvenimenti. Ogni
storia ha bisogno di un tempo per depositarsi e diventare esperienza
condivisa, perché è proprio in quello spazio che la narrazione
acquista profondità.
Tra
pronto e realtà mi
è sembrato così il racconto di un'esperienza vissuta, ma non
ancora la sua piena elaborazione narrativa.
Ogni
libro lascia qualcosa. Tra
pronto e realtà mi
lascia soprattutto il rimpianto di ciò che avrebbe potuto diventare,
perché raramente un'esperienza di vita offre una materia narrativa
tanto ricca.

