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Il vento e la brace, di Monia Norcini, edito da AGC e recensito da Patrizia Fazzi

Il vento e la brace, di Monia Norcini, edito da AGC e recensito da Patrizia Fazzi

Il vento e la brace – Monia Norcini – AGC



Recensione di Patrizia Fazzi



Ci sono libri che riescono ancora a stupirci per l'originalità dello stile e l'autenticità dei contenuti. Leggere Il vento e la brace (AGCEdizioni, 2025) di Monia Norcini è come entrare in punta di piedi in un giardino incantato e ritrovare l'atmosfera dell'infanzia e giovinezza, sia che si appartenga alla generazione che quegli anni li ha vissuti, sia che si appartenga alle generazioni successive. Le pagine di questo libro ci catturano una dopo l'altra con personaggi, storie, ambienti e paesaggi dell'alto Casentino, uno dei luoghi dell'anima più incantevoli e sopravvissuti al cemento, alla plastica, agli affanni e conflitti.

Memmenano è il paese centro e sfondo dei suggestivi racconti che Monia Norcini, che lì è nata e cresciuta, ci ha regalato, oltretutto attraverso una prosa poetica, ricchissima di immagini e similitudini, una prosa dall'andamento scorrevole “come oro liquido”, serena e vivace come la vita degli abitanti di questo borgo arrampicato e quasi segreto, “dove l'asfalto finisce e comincia il tempo che non ha fretta” (pag.14), come lo descrive l'autrice nella prosa introduttiva Il paese.

Curve che si arrotolano e si inerpicano sull'asfalto rovente, tra una crepa e l'altra, tra le chiazze tremolanti di sole e le ombre intermittenti dei cerri. Dopo l'ultima svolta, come un segreto che si svela d'un tratto, si apre la piazza del paese. (pag.13).

Qui sembra davvero che il tempo si sia fermato agli anni '70 ed anche prima. E riaffiorano come in un affresco collettivo figure, gesti, usanze di un mondo davvero esistito, che anche chi scrive ricorda con nostalgia infinita. Le pagine rievocano la giornata della battitura del grano, fatta di fatica e sudore, ma anche di cibo genuino consumato insieme, in un clima di allegria e di festa:

“Nell'aria densa di sole e polvere si respira un'attesa vibrante, simile a quella che precede una festa. C'è fermento nelle aie, si aspetta la macchina da battere, quella meraviglia rumorosa che passerà di podere in podere, trasformando il frutto di un anno intero in sacchi pieni di grano…In ogni aia si ergono masse di grano alte come giganti, dorate come il sole…I contadini le valutano con un colpo d'occhio esperto, non per invidia ma per organizzare i turni. Perché quella macchina si paga e non può restare ferma. Alle massaie spetta un altro compito: calcolare le bocche da sfamare…La fatica si mischia alle risate, il sudore all'allegria e il fiasco di vino passa di bocca in bocca, come fosse l'olio che unge gli ingranaggi… in quelle giornate non è solo il grano ad essere raccolto: è il senso stesso della comunità, l'antico patto tra uomini e stagioni, tra terra e fatica, tra pane e rispetto (La battitura pp.16-20).

L'autrice racconta anche quelli che, dopo la fine della scuola, sono i giochi estivi dei ragazzi, una piccola frotta arricchita dai bambini giunti per trascorrere le vacanze in villeggiatura presso zii e parenti, “perché non siamo ancora nell'era dei borghesi che si comprano una casina in campagna per fare yoga tra le galline” (I giochi dei ragazzi, pag.21). E i giochi sono semplici, fatti con sassi, ghiaia, rametti di sambuco, bagni nell'Arno, avventure in “libertà senza GPS”, che abbronzano i visi e sbucciano le ginocchia.

Scorrono ambienti, come la caciaia dove il vecchio Nello con gesti antichi trasforma in ricotta e formaggio il latte, appena munto alle pecore rientrate dal pascolo, scorrono figure come il Buzzi e la Natalina che “insieme gestiscono la bottega-bar del paese” (p.30), un rifornito bazar punto di attrazione e ritrovo per grandi e piccini, e ancora la materassaia Conforta, che carda la lana, la rinfresca e cuce di nuovo il bordo del materasso rimbottito “con un ago enorme e punti passanti, equidistanti, solidi come chiodi nei sogni” (La Conforta e l'arte di ridare vita ai sogni, p. 39).

Non mancano le descrizioni del rientro alla scuola elementare, due aule per una decina di bambini, ancora muniti di cartella, grembiule nero, colletto bianco e fiocco al collo rosa o azzurro, o della “stagione del mosto”, altra liturgia contadina che parte dalla vendemmia e attraversa le varie fasi per ottenere un vino “nero come inchiostro di preghiera, aspro come una verità detta in faccia, profumato come i vecchi armadi. Ma ai contadini pare sublime...perché è il loro. Perché non c'è vino migliore di quello che hai visto nascere con le tue mani e che porti in tavola come un figlio riuscito bene” (La stagione del mosto, p.47).

Le pagine scorrono come fogli di calendario, come il ciclo dei mesi della Pieve di Arezzo e si arriva alla festa del paese per la Madonna del Rosario e, di contro, al rito feroce dell'ammazzatura del maiale, ma anche si respira il calore emanato dal camino della cucina e dall'unità familiare davanti alla fiamma.

Tutto sa di genuino e rituale in questo libro dove figure soavi, ritratte a pastelli, si alternano ad altre ieratiche, descritte a pennellate tra luce ed ombra come in una tela di Caravaggio o fisse nei loro profili come in un affresco pierfrancescano: il Martini, il Rabino, la Nella, la Teresina, la postina Erminia… Figure riemerse dalla memoria di una loro giovanissima compaesana che, per nostra fortuna, ha scolpito nel cuore questi ritratti e momenti di vita e ce li ha restituiti nella loro purezza e realismo, nella sacralità dei luoghi, lavori, sapori, profumi e colori. Ad arricchire il fascino del libro una documentazione fotografica in bianco e nero risalente agli anni di cui si parla e che accompagna ogni racconto, facendo immergere anche visivamente il lettore in ogni storia.

Inoltre, come già accennato ed emerso dalle citazioni, grande pregio stilistico di queste prose è il continuo ricorrere di originali similitudini, ispirate dalla natura, dai gesti, dalla vita quotidiana: Eccone una breve rassegna:

Anche il tino si lava come un bambino alla vigilia della festa e lo strettoio riceve olio sugli ingranaggi come si unge una giuntura stanca prima della danza (pag. 45).

Dopo il pranzo - lungo, rumoroso, felice – le donne ritornavano in cucina, come api che risistemano l'alveare (pag.60).

La fiamma, quando soffiava lo spirito giusto, oscillava come una vecchia signora che si assopisce sulla sedia (pag. 60).

Ma tante altre ce ne sarebbero da citare, quasi in ogni pagina, a volte cariche di sottile ironia e umorismo, come la “scolastica inquisizione” con cui vengono definiti gli esami delle elementari, quasi che l'autrice sdoppiasse il suo punto di vista tra il passato impresso nei ricordi e il presente in cui lo descrive. Non senza una vena di nostalgia per un mondo di valori e usi quasi ormai scomparsi, come le cartelle di cuoio degli scolari dove trovavano posto solo un quaderno a quadretti, uno a righe, il libro di lettura e il sussidiario, tanto che, scrive l'autrice, confrontando “il peso della cultura” degli zaini dei nostri giorni, “viene da pensare come sia stata possibile una buona formazione culturale con così pochi sussidi didattici” (pag. 42).

La ricerca di rendere linguisticamente il parlato dei suoi concittadini di un tempo si spinge l'autrice a ricorrere in alcuni casi all'indiretto libero di verghiana memoria.

Si tiravano fuori i serviti buoni, le tovaglie con l'orlo ricamato, le sedie della cantina e anche quelle traballanti, ché bastava un libro sotto la gamba per farle stare diritte ....”Prendetelo, ché in città non lo trovate questo pollo qua” (La festa del paese, pp. 69,71).

Memmenano, una “piccola isola felice” che il tempo ha ormai trasformato, ma la “brace” sotto la cenere si è conservata e il “vento” soffia ancora tra le sue pietre e “nella voce della collina” (E la collina ricorda, p. 132). Perché – come chiosa Monia Norcini nell'ultima bellissima prosa – “Memmenano non è solo un posto. È un modo di stare al mondo”.