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Vaneddi ri risettu. Vicoli di quiete, di Patrizia Sardisco, edito da Vita Activa Nuova e recensito da Maria Carmen Lama

Vaneddi ri risettu. Vicoli di quiete, di Patrizia Sardisco, edito da Vita Activa Nuova e recensito da Maria Carmen Lama

Vaneddi ri risettu. Vicoli di quiete - Patrizia Sardisco – Vita Activa Nuova - Pagg. 64 – ISBN  979-1280771445 – Euro 14,00



Recensione di Maria Carmen Lama



Nell'accingermi a recensire il volumetto Vaneddi ri risettu (Vicoli di quiete), di Patrizia Sardisco, ed. Vita Activa Nuova, 2026, sono consapevole delle difficoltà che dovrò affrontare: in primo luogo, per il fatto che mi riferirò prevalentemente ai testi scritti in italiano, non comprendendo bene il dialetto che si discosta parecchio dal mio (il messinese-orlandino) con il quale oltretutto ho un po' perso familiarità. E questo in qualche misura potrà essere un limite, perché il dialetto ha una ricchezza diversa dall'italiano e non sempre trasponibile. In secondo luogo, perché la scrittura di Patrizia, moderna, asciutta, coltissima, non sempre si lascia immediatamente cogliere in tutte le sfumature e nelle profondità che indaga. E questo mi porterà, quindi, a soffermarmi di più su alcune particolari poesie, che mi si sono più chiaramene svelate, tralasciandone altre in cui pure colgo riflessioni profonde, ma che non sono ancora alla mia portata.

In Vicoli di quiete, infatti, ci troviamo immersi in una scrittura di altissimo livello, densa, viscerale e profondamente filosofica, che si muove tra la prosa poetica e la poesia civile e dell'anima. E basterebbe già questa constatazione per togliermi il coraggio di iniziare. Ma le sfide mi piacciono, specialmente quando, opportunamente, mettono in gioco la mente.


E comincerò proprio dai primi testi poetici nei quali ho colto la condivisione di un nucleo segreto, dettato dalla sensibilità della poetessa: il mistero del possesso, il tempo che sfugge, la permanenza del residuo (che sia una crosta che era sangue o l'ago dell'inverno)


“A chi appartieni”, ad esempio, è un testo straordinario sulla sottomissione all'identità e sul disfacimento del tempo.


Sul piano antropologico e culturale, il testo inizia con una formula dialettale tipica in alcune zone della Sicilia ("a chi appartieni?") che si utilizza quando si vuole conoscere il cognome della persona con cui si parla e dal quale si risale alla famiglia di “appartenenza”, appunto.

La poetessa ne compie una denuncia filosofica: l'identità legata al nome non è un dono, ma una catena, un "laccio" che trasforma l'essere umano in "oggetto di possesso" di una storia lunghissima e immutabile.


Sul piano filosofico si rileva inoltre la caducità quando, nella seconda parte, il testo si ribalta sostenendo che il possesso è una finzione perché "nella mano niente dura". La mano stessa non è un possesso, ma un "privilegio che ha spazio di scintilla" (una metafora folgorante per dire che la vita dura un attimo).


La metafora dei "veli lievi di una cipolla" che attiene, invece, al piano stilistico e simbolico, descrive il disfacimento del mondo: gli oggetti, le storie, persino la lingua stessa si sfaldano strato dopo strato.

Nel finale c'è una potente sinestesia attuata nel verso in cui si parla della lingua che "sfiora nel sonno la crosta che era sangue", come se il dolore del passato diventasse cicatrice (la crosta), e ci fosse comunque il desiderio eterno di una "pelle nuova", un rinnovamento linguistico che tuttavia rimane "sul punto di non toccarla mai", questa pelle nuova.


Nella poesia "Qual è la questione" troviamo ancora una riflessione speculativa, che mi ricorda l'atmosfera creata nelle sue poesie da Mario Luzi. In questo caso si tratta quasi di un dialogo interiore sul peso della creazione e della colpa.

Il testo procede per antitesi, con domande retoriche e opposizioni (raccogliere/potare, scavare/ricoprire). È la fatica del vivere e del fare memoria. La domanda sul miele ("Vi è più miele in bocca o è più dolce il miele del pensiero?") interroga il confine tra il piacere reale e la sua idealizzazione attraverso il ricordo.

Quando la poetessa riflette sul linguaggio evoca in qualche modo il "fetore sulfureo" del dire come se il "demone" che ha imparato a cadere "da angelo che era" l'abbia oltraggiato: metafora incisiva della perdita dell'innocenza. Il "dire" (la parola) spaventa, perché nominare le cose significa anche scoprirne la corruzione, il fetore dunque.

L'interrogativo del finale è una folgorazione sospesa. Di fronte alla morte e all'inevitabilità della caduta, ci si chiede: e la poesia, allora, eventualmente? La poesia non è una certezza, è un tentativo "eventuale", un'ipotesi di salvezza.

Il testo interroga il valore del silenzio ("l'impuro tacere") contro il valore della parola.


Una delle più intense prose liriche sulla cura, sul dolore e sull'attesa è poi “Che cos'è una veglia”.

Il testo si apre con una raccomandazione che sembra una preghiera: "Sii delicato, tocca con cautela": la delicatezza è l'unico modo per non spezzare la bellezza o per non farsi male ("per non pungerti").

La pianta (che sembra essere simbolo della vita, o del dolore dell'altro) va annaffiata (deve prevalere la cura) anche se non si capisce cosa sia. C'è l'accettazione del mistero. Il tempo della fioritura descritto non è quello logico delle stagioni, ma un tempo interiore, "più folta e generosa / di quando si dice sia il tempo suo".

Ma qualunque cosa sia - "Se è rosa o se è morte, / siedile accanto / toccala piano" - occorre avere il coraggio di restare. Questa conclusione è di una bellezza disarmante. La vita e la fine hanno lo stesso diritto alla cura. L'antitesi rosa/morte viene annullata dal gesto del restare e dello sfiorare.


Nella poesia "Conoscendo il gioco" la poetessa ci regala una straziante e bellissima metafora sulla vecchiaia (o sulla malattia) vista attraverso gli occhi dell'infanzia.

L'invecchiamento o il declino viene descritto attraverso i giochi dei bambini (a rimpiattino, a nascondino, liberi tutti). Le lettere della scrittura che si distanziano diventano "come i dentini in una bocca tornata bambina": il tempo che passa non ci fa avanzare, ci riporta all'inizio, ma con un tremore diverso.

La transizione della vita è racchiusa in un'immagine folgorante: "come agosto quando già infila l'ago dell'inverno". Agosto, il picco della luce, sta già cucendo la stagione del freddo. Il tempo meteorologico nella poesia si fa destino e ci lascia un senso di ineluttabilità strisciante, un brivido alla schiena.

Nel finale, l'inverno (della vita) che "stende il braccio, liberi tutti" è equiparato al grido del gioco infantile così che al momento del distacco finale, della liberazione dal peso del tempo e del corpo si attribuisce quasi una giocosità, un non prendere troppo sul serio la cosa.


Questi testi sono gemme di consapevolezza del limite umano. Patrizia possiede una grandissima capacità di rendere concreti i concetti astratti (la lingua che è pelle, l'inverno che ha un ago, il privilegio della mano come scintilla).


La poesia "Che cos'è la notte" è un componimento notturno, claustrofobico e domestico, che ridefinisce lo spazio della fine della giornata non come riposo, ma come bilancio doloroso.

L'azione del fare spazio ("sposta tutti i libri... li impila") e del pulire il tavolo dai "nodi di gomma e polvere di matita" è la metafora del tentativo di fare ordine nei propri pensieri. La gomma e la matita indicano una scrittura continua, un fare e disfare, un tentativo di correggere la vita.

L'immagine visiva "Dalla destra che spinge alla sinistra a conca" è di una precisione quasi chirurgica. Descrive il gesto di raccogliere le briciole o la polvere dal tavolo, ma cosa raccoglie davvero il poeta? Raccoglie "quel che resta di promesse e stupore nel trattenere / nel cancellare". Il tavolo diventa il tavolo della coscienza. Difficile non immedesimarsi in questi pensieri. La sera, quando tutto tace, siamo più inclini alla riflessione, a fare un tentativo silenzioso di capire le cose che ci accadono, nel bene e nel male.

Se poi ci si proietta nel domani, pensiamo non tanto alla speranza che potrebbe portare, ma al fatto che "incalza per risucchiare a buio" lo splendore del giorno. La vita quotidiana è vista come un processo di panificazione doloroso: il dolore e l'indolenza sono i "lieviti di bolle vuote" che servono a impastare una "focaccia scura, asfissiata". L'esistenza è un alimento amaro, un nutrimento che non dà conforto ma "ammaestra" alla durezza. Sono espressioni forti, dotate di una consapevolezza che denota una maturità personale della poetessa, inaspettata per la sua giovane età. Ma stiamo parlando di una poetessa abituata a pensare, riflettere, agire. Ed è forse anche l'essere poeta una caratteristica che si accompagna a una grande sensibilità che fa vedere il mondo, la vita, le esperienze, prima e in modo più profondo di quanto accada alle persone comuni.


Analizziamo ora il testo "Che cosa sono i semi", di eccezionale potenza linguistica e civile, incentrato sull'eredità paterna e sul cortocircuito semantico delle parole d'affetto.

La poetessa svolge qui un'indagine sul vocabolario familiare, in particolare sul modo in cui il padre usava le parole. C'è una rivelazione importante: nella lingua del padre (che rappresenta una cultura antica, arcaica, severa), la parola "combattere" significava "avere cura", e la parola "sentimento" significava "forza", "vigore", o addirittura "tutto il peso che hai in corpo".

La poetessa interiorizza questa lezione con una durezza splendida: "L'ho imparato: è guerra l'aver cura e il sentimento è il peso sul piatto della bilancia di ciascuno". Amare qualcuno, proteggerlo, non è (solo) un atto idilliaco, ma un conflitto logorante ("è guerra"). Il sentimento non è leggerezza, è fardello, gravità, responsabilità. È, soprattutto, intelligenza, rispetto, perseveranza, dialogo, e ancora, cura. Si sta momento per momento in un equilibrio che occorre di volta in volta ridefinire.


Nella seconda parte, la lingua si fa elemento naturale: "lingua di paglia e sale", "pietra che sfrega pietra". Serve per "avvolgere e serbare" (i semi, appunto, ciò che deve germogliare nel buio), ma anche per "infiammare". Il finale si apre alla luce e al calore primitivo del fuoco del forno, dove la "favilla danza con le ombre", restituendo una scintilla di vita e di calore contro la "volta bianca" (forse il soffitto della casa o il cielo vuoto).


Mentre scrivo sto ponendo attenzione ai titoli di alcune poesie, che sono come domande esistenziali: Che cos'è una veglia? Che cos'è la notte? Che cosa sono i semi?

In questo modo, sembra che la silloge si configuri come un piccolo dizionario filosofico dell'essenziale, dove l'autrice cerca di ridefinire il mondo partendo dalle cose minime.


All'ingresso nella sezione “Vicoli di quiete” si affaccia il paesaggio della memoria che segna un punto di svolta fondamentale: la silloge passa dalla riflessione puramente filosofica ad una dimensione memoriale, corale e quasi spettrale.

Qui la prosa poetica e il verso lirico si alternano perfettamente per dare voce all'assenza. Il paesaggio del Sud (lo zinco, lo scirocco, San Martino, il dialetto) diventa il teatro di un trauma superato attraverso la cura e la memoria.


Nella prosa poetica “Certi giorni il dialetto..” si mette in scena l'assenza nella casa vuota. È una descrizione magistrale della desolazione, costruita attraverso la figura retorica dell'anafora del "nessuno". Il dialetto non è più solo una lingua (come nel primo testo), ma un'entità viva che "si muove come una tenda", scostando il buio per mostrare il passato. Il tempo ha una consistenza fisica: ha "nocche" che hanno inciso le porte di casa.

La descrizione degli oggetti domestici (i secchi di zinco, l'acqua, la tazza, il sedile di pietra) serve a metterne in rilievo l'inutilità attuale. L'accumulo di negazioni ("nessuno torna... nessuno beve, né si terge... nessuno si fa sul vano... nessuno prende un cesto") crea una presenza tangibile dell'assenza. La casa è vuota, ma è densa di gesti mancati.


Nel finale, compaiono gli "spiriti" che la sera sedevano sotto la pergola "a consolare di nascosto i vivi". C'è un ribaltamento: non sono i vivi a piangere i morti, sono i morti (la memoria) che tornano per proteggere e consolare chi è rimasto.


“E come eri leggera” è una lirica di straordinaria luminosità che rompe la pesantezza della prosa precedente. La figura rievocata (forse una madre da giovane, un amore passato o l'infanzia stessa) è definita da una postura geometrica ed emotiva perfetta: "spalle appoggiate all'ombra / e braccia rivolte all'alba". Un bellissimo contrasto ombra/alba diventa l'emblema di chi vive nel presente guardando al futuro, pur portando il peso del passato.

L'immagine finale è quasi angelica o mitica: la figura apre la campagna, ha "ali nude" e "senza toccare il suolo seminavi". Ritorna il tema dei semi, ma qui non sono il "peso sulla bilancia" del testo analizzato in precedenza; sono un atto di pura leggerezza, grazia e speranza. Il presente è frutto di quella semina e preludio alla speranza per il futuro.


Qui il paesaggio del Sud, infiammato dallo scirocco e ferito dalla cenere dei roghi, diventa lo spazio in cui i vivi e gli spettri coesistono, senza consolazione ma in pace. C'è un'alternanza tra la pesantezza della prosa e la liberazione del verso (una sorta di taglio del cordone ombelicale). E forse quest'azione si configura come una necessità, è come un lasciare andare chi non c'è più avendone introiettati i valori umani e le “lezioni” di vita.


Mi fermerei qui, perché in una recensione non è possibile studiare le singole poesie, occorre invece cercare di dare almeno una sintesi delle idee prevalenti o dei temi più rilevanti. Ed è quel che ho cercato di fare

Nel resto della silloge c'è una ricchezza che va ancora indagata, e ciascun lettore avrà il compito di cimentarsi a sua volta, magari tenendo conto di questa “chiave di lettura” che ho fin qui presentato.


“Vicoli di quiete” è una raccolta davvero straordinaria, la poetessa si è impegnata in un'opera che merita ancora tanti altri riconoscimenti, oltre a quelli che le sono stati già attribuiti.

Mi piace pensare che queste mie riflessioni, anche se incomplete, per i motivi accennati in apertura, possano contribuire a valorizzare gli scritti di Patrizia e invitare a leggerli.