L’artista e l’assassino, di Mark Frutkin, edito da Les Flaneurs e recensito da Katia Ciarrocchi
L'artista e l'assassino – Mark Frutkin – Les Flaneurs – Pagg. 272 – ISBN 9791254512470 – Euro 18,00
Recensione di Katia Ciarrocchi
Quando
ho iniziato L'artista
e l'assassino di Mark Frutkin,
pensavo di trovarmi davanti a un thriller storico costruito intorno
alla vita inquieta di Caravaggio e al mistero che ancora circonda la
sua morte. Il romanzo prende invece una direzione più ampia e
ambiziosa, nella quale la tensione narrativa diventa il modo per
avvicinarsi all'uomo dietro il pittore e soprattutto a quella zona
difficile da comprendere in cui la
capacità di creare bellezza può convivere con la violenza.
Siamo
nella Roma dei primi anni del Seicento e Caravaggio sta lavorando
alla Vocazione
di San Matteo.
Tra gli uomini che posano per lui Frutkin
inserisce
Luca Passarelli, personaggio di fantasia, cresciuto nella miseria e
diventato assassino a pagamento. Il loro incontro nasce dal contrasto
tra chi crea e chi distrugge, ma andando avanti quella distanza
diventa meno netta, soprattutto quando emerge la violenza che
appartiene anche alla vita di Caravaggio.
Frutkin
sceglie
di inserire un personaggio immaginario dentro una biografia in gran
parte documentata e usa Luca Passarelli per abitare gli spazi che la
Storia ha lasciato irrisolti. Della vita di Caravaggio
conosciamo
le risse, l'uccisione di Ranuccio Tomassoni, la fuga da Roma e gli
anni dell'esilio tra Napoli, Malta e la Sicilia; la
sua morte, invece, continua a sfuggire a ogni certezza.
È proprio in quella zona d'ombra che il romanzo trova la sua
libertà, trasformando l'incertezza storica in possibilità
narrativa.
L'alternanza
delle loro vicende ci permette di osservare Caravaggio
attraverso
gli occhi dell'uomo incaricato di ucciderlo. Luca non resta un
semplice antagonista, ma diventa il riflesso più oscuro del pittore.
Caravaggio
guarda
un volto per trasformarlo in arte, Luca guarda un uomo per decidere
quando togliergli la vita. Tra
i due nasce un parallelismo inquietante,
perché la stessa intensità dello sguardo può dare origine tanto
alla creazione quanto alla distruzione.
Il
titolo acquista così un significato meno scontato, perché l'uomo
destinato a togliere la vita all'artista riceve proprio
dall'artista una forma di immortalità.
La
stessa ambiguità attraversa il modo in cui viene raccontata la
pittura di Caravaggio.
La luce, elemento fondamentale della sua opera, non serve a rendere
più belli i corpi che illumina, ma a mostrarli nella loro
concretezza. Poveri, prostitute, uomini segnati dalla fatica entrano
nel sacro senza perdere la propria materia e proprio questa fedeltà
alla realtà rende la sua pittura così dirompente. Frutkin
sembra
trasferire lo stesso principio ai suoi personaggi, sui quali fare
luce non significa assolvere,
ma vedere meglio anche ciò che vorremmo non vedere.
La
figura di Caravaggio porta allora il romanzo verso una riflessione
che supera la ricostruzione storica, perché la
grandezza dell'opera non rende necessariamente grande l'uomo che
l'ha creata.
Il talento non purifica chi lo possiede e la bellezza prodotta non
cancella la responsabilità di chi l'ha generata. Possiamo ammirare
qualcuno capace di vedere nel mondo ciò che gli altri non riescono a
vedere e trovarci contemporaneamente davanti a un uomo incapace di
governare la propria violenza. Frutkin
non
risolve questa contraddizione e fa bene a non farlo, perché
probabilmente è proprio la nostra necessità di separare il genio
dall'uomo a impedirci qualche volta di comprenderli entrambi.
Dove
il romanzo mi ha convinta meno è nella quantità di conoscenze che
Frutkin
sente
il bisogno di portare dentro la narrazione. La
ricerca storica è accurata e la competenza dell'autore evidente,
ma proprio per questo avrei preferito che rimanessero maggiormente
nascoste. In alcuni passaggi ho percepito l'informazione prima
della storia, come se qualcosa venisse raccontato perché il lettore
doveva conoscerlo e non perché nascesse naturalmente da ciò che il
personaggio stava vivendo.
Una
buona ambientazione storica, almeno per me, funziona pienamente
quando dimentico
che qualcuno ha dovuto studiarla per raccontarmela.
Anche
come thriller, L'artista
e l'assassino
è
lontano da ciò che solitamente cerco nel genere, perché Frutkin
costruisce
la suspense più sull'attesa che sul ritmo e sui colpi di scena.
Non mi ha coinvolta quanto speravo, ma gli riconosco una
costruzione intelligente e una prospettiva originale su Caravaggio,
soprattutto quando lascia emergere le sue contraddizioni senza
cercare di spiegarle.
Chiusa
l'ultima pagina, Caravaggio rimane difficile da ricondurre a
un'immagine definitiva, e forse va bene così. Il
talento può consegnare un uomo alla storia senza renderlo migliore
dell'uomo che è stato.
Citazioni tratte da: L'artista e l'assassino di Mark Frutkin
La fame è così – prima si riempie lo stomaco, poi ci si preoccupa del peccato e della salvezza. (pag 16)
Non possiamo sempre controllare i pensieri che affollano la nostra mente mentre osserviamo la testa mozzata di un vecchio amico. (pag 18)
Mi
volto verso il monaco: «In cosa credeva, quest'uomo, per meritare
di soffrire e di essere torturato in questo modo?».
Lui
rispose: «L'eretico credeva che l'anima risiedesse in tutto il
corpo, nelle ossa, nel sangue, nel cuore. Non è assurdo?».
«Non
saprei. Ho sempre avuto difficoltà a trovare la mia anima». (pag
37)

