L’uomo dell’organetto. Vita e morte di Fanciullo Rapacchietta, di Dosolina Rapacchietta, edito da Carabba e recensito da Katia Ciarrocchi
L'uomo dell'organetto. Vita e musica di Fanciullo Rapacchietta – Dosolina Rapacchietta – Carabba – Pagg. 224 – ISBN 9788863448733 – Euro 20,00
Recensione di Katia Ciarrocchi
Ho
terminato L'uomo
dell'organetto
con
una sensazione che si è fatta sempre più chiara durante la lettura:
Fanciullo
Rapacchietta mi ha interessata più del libro che lo racconta.
Il
lavoro di Dosolina
Rapacchietta
ha
innanzitutto il merito di sottrarre Fanciullo
alla
sola memoria familiare e locale, ricostruendone la vicenda attraverso
le sue parole e quelle di chi lo ha conosciuto, insieme a un ricco
materiale documentario che restituisce anche una parte della cultura
popolare abruzzese.
La
vita che emerge da queste pagine non avrebbe bisogno di essere
caricata di significati ulteriori. Fanciullo
attraversa
la guerra fino all'esperienza della Resistenza e della prigionia,
mentre l'organetto a due bassi accompagna un percorso nel quale la
tradizione ricevuta non viene semplicemente conservata. Nelle sue
mani cambia, si arricchisce e soprattutto passa ad altri, attraverso
un insegnamento destinato a continuare anche negli allievi diventati
a loro volta maestri. È
questo Fanciullo
a
interessarmi maggiormente, l'uomo che appartiene a una tradizione
senza limitarsi a custodirla e che proprio trasformandola riesce a
trasmetterla.
Dosolina
Rapacchietta
tende
spesso a spiegare Fanciullo
dopo averlo raccontato,
rileggendo ciò che gli accade attraverso categorie psicologiche
legate soprattutto al trauma, alla resilienza e ai processi di
elaborazione dell'esperienza. Una prospettiva coerente con la
formazione dell'autrice e certamente pertinente al progetto del
libro, che però finisce per diventare così presente da sottrarre
spazio a ciò che la vicenda di Fanciullo era già riuscita a
mostrare.
Già
nell'introduzione conosciamo
l'interpretazione di Fanciullo
prima di conoscere Fanciullo,
perché la sua esperienza viene letta fin dall'inizio attraverso il
trauma e la resilienza. Avrei preferito che fossero gli avvenimenti a
condurmi verso questa lettura, lasciandomi lo spazio per incontrare
prima l'uomo e interrogarmi poi sul significato della sua
esperienza.
Nel
corso del libro questa lettura psicologica torna dopo molti degli
episodi raccontati, anche quando il loro significato era già emerso
con chiarezza. Non
è l'interpretazione in sé a convincermi meno, ma la necessità di
esplicitarla continuamente.
Il
ritorno degli stessi concetti fino alle pagine conclusive sulla
neuroplasticità e sugli effetti della musica sul cervello ha finito
così per rendere la lettura più faticosa.
Lo
avverto soprattutto quando è Fanciullo
a
raccontare, come nelle pagine dedicate alla Resistenza, dove la sua
esperienza possiede una forza che non richiede ulteriori
interpretazioni. Accade anche nelle testimonianze di chi lo ha
conosciuto e nei materiali raccolti dall'autrice. Fanciullo
acquista maggiore forza quando l'interpretazione arretra e il libro
si fida della sua storia.
Fanciullo
Rapacchietta
non
ha bisogno di diventare il simbolo di qualcosa per risultare
interessante, la sua storia trova forza soprattutto nel rapporto con
uno strumento che ha saputo trasformare e poi consegnare ad altri. È
forse questa l'idea di tradizione che il libro restituisce meglio,
qualcosa che sopravvive
perché continua a passare di mano in mano.
Alla
fine della lettura, più delle interpretazioni costruite intorno alla
sua esperienza, mi rimane Fanciullo
con il suo organetto.
Prima di questo libro conoscevo appena il suo nome; ora conosco la
storia che c'è dietro quel mantice e sono andata a cercarla anche
oltre queste pagine.

